D. LORENZO VAN DEN
EERENBEEMT
COMPENDIO DELLA VITA DI
S. MARIA MADDALENA DE’ PAZZI
CARMELITANA

|
Nel suo costante impegno di comunicare i tesori della spiritualità dei grandi santi, specialmente di quelli del Carmelo, padre Lorenzo pubblicò questo Compendio sulla vita e l'esperienza mistica della nobile santa fiorentina Maria Maddalena de' Pazzi. La lettura di queste pagine, al di là delle piccole difficoltà dovute al linguaggio dell'epoca in cui il Padre ha scritto, è di grande interesse: è un esempio di come "i santi parlano di altri santi". Nel pubblicare questo
libretto, composto nell'originale da 36 pagine molto ingiallite,
vogliamo rendere anche noi omaggio alla grande Carmelitana che padre
Lorenzo cerca di farci conoscere e della quale ricorre il 4°
centenario della morte. |
CIVITAVECCHIA
Tipografia Economica "L'ETRURIA" 1935 - XIII
De mandato E.mi Cardinalis Episcopi Portuensis et S.ae Rufinae.
Nihil obstat quominus imprimatur. Romae, die 15 Januarii 1933.
P. Jacobus Chiesa F. M. I. Revisor Delegatus
IMPRIMATUR Romae, die 16 Januarii 1933.
Aloysius Can. Martinelli Vicarius Generalis
Laus Deo
Mariaeque Virgini
de Monte Carmelo
Introduzione
Molti anni or sono, invitato a tenere un Triduo in onore di Santa Marta
Maddalena de' Pazzi, volli, naturalmente, conoscerne più intimamente la vita; mi
trovai di fronte a libri voluminosi, imbarazzanti. Mi venne allora il pensiero
di redigerne un compendio che fosse alla portata di tutti; così pian piano venne
alla luce questo libro che non ha pretensioni critiche, ma tende unicamente a
far conoscere alle anime desiderose di spirituale progresso, la grandezza di
questa privilegiata Estatica del Carmelo.
In omaggio ai decreti della Chiesa, non intendo riportare se non fatti e parole
tolti da altre biografie debitamente approvate dall'Autorità Ecclesiastica.
L'AUTORE
S. Marinella, Chiesa di S. Maria delle Vittorie
A Sua Altezza la Principessa EMILIA ODESCALCHI
RUCELLAI
Palpita ancora nella città dei fiori il ricordo della vergine. Snella
solenne maestà, del tempio, dove riposano le sacre spoglie, si eleva
l'affettuoso tributo delle anime sitibonde di vita più pura, più sciolta
dagl'inceppi di carne. Dagli occhi spenti e raccolti non mati, guizza, di
quella, vampa ardente per il Nume supremo, ancora una scintilla che come mistico
fluido penetra e vibra nelle fibre più ascose dell'essere ed avviva la fede nei
cuori: lucentezza d'imagini, chiarori interni rischiaranti, toccanti i cieli
infiniti, come se smussato fosse l'arcano recinto dell'inafferrabile.
Dopo il pallore dell'ora della requie è calato sul volto il velo bruno del
tempo: però una fragranza non di senso, ma di rose e gigli d'oltre terra, un
olio terso d'atomi invisibili fluttuanti volatizzano soavemente, emollienti gli
acumi della natura, roboranti le potenze più intime.
Maria Maddalena! Fu santa, è santa: sfolgora, in cielo tra stelle fulgenti,
aleggia in terra, sorride benedicendo.
Voglia la Vergine Fiorentina riposare lo sguardo verso di Chi memore dei dolci
legami di parentela e di sangue, risveglia i fedeli al culto venerando di Lei,
che tanta devozione e fede suscitò nel suo tempo.
L'Altezza Vostra gradisca questo umile omaggio, questo compendio della vita di
una Santa che tanto onorò la sua città e tanto fulgore arrecò al casato, di cui
V. A. è degna e nobile discendente.
D. L. V. D. E.
S. Marinella, 1 Gennaio 1933.
COMPENDIO DELLA VITA di S. MARIA MADDALENA de'
PAZZI
CAPO PRIMO
Nascita e infanzia di S. Maria Maddalena
Tutta la Chiesa è per il Signore, come un immenso giardino e il Giardiniere
divino si compiace di piantare ora qui, ora là, i fiori più olezzanti, affinché
non vi sia categoria di persone che non possa godere dell'intenso profumo di
santità che esala dalla divina società da Lui fondata: i suoi santi nascono e
nelle corti fastose delle città opulenti, e negli umili tuguri di campagne
deserte.
Così Dio volle che la nostra Santa nascesse da due delle più nobili e gloriose
famiglie di cui si vanta Firenze: da Camillo di Geri de' Pazzi e da Maria
Buondelmonte. Nata il 2 Aprile 1566, fu rigenerata il giorno dopo al sacro
fonte, nel vecchio battistero di quella città e le fu imposto il nome di
Caterina.
La bambina dimostrò fin dalla più tenera età un carattere docile e sereno e col
crescer degli anni manifestò un ingegno sveglio o vivace: la delicatezza poi del
suo fare e la modestia del suo comportamento invogliava al bene ogni persona che
l'avvicinava.
Appena potè leggere, si accinse con tutto l'ardore allo studio della Dottrina
Cristiana, e avendo trovato un giorno, nell'uffizio della B. Vergine, il Simbolo
Atanasiano, si sentì, quasi per istinto, portata verso il gran mistero della
Santissima Trinità, che in appresso doveva formare l'oggetto principale delle
sue estasi: corse dalla mamma e con modi gentili e convincenti la persuaso ad
aiutarla nella lettura e nella spiegazione di verità sì sublime.
Godeva rimanere sola: non ancora settenne, spinta da un interno desiderio di
solitudine, cominciò a dedicarsi all'orazione, cercando i luoghi più ritirati
della casa paterna.
All'età di nove anni conobbe il Padre Andrea de' Rossi, che, scorgendo in lei
una creatura eccezionalmente ricca di carismi, le fece dono di un libricino di
meditazioni sulla passione di Gesù, scritto dal Padre Gasparo Loarte. Caterina
gradì molto questo dono e per meditarlo con maggior raccoglimento, propose
d'alzarsi di buon mattino: in breve tempo, sotto la guida del Padre spirituale,
riuscì a trascorrere un'ora intera in santa e dolce contemplazione.
Il suo gusto per la preghiera crebbe tanto, che alcuni anni prima di entrare in
monastero, già era solita trascorrere tre o quattro ore nella più fervorosa
orazione. Certo in questo fatto noi dobbiamo ammirare la grazia del Signore,
che, trovando in lei un terreno fecondo di spiritualità, aveva irrorato la sua
anima, come rugiada copiosa, elevandone l'intelletto e preparandola a ricevere
le più alte comunicazioni celesti.
La Passione del Signore l'eccitò ad un forte spirito di sacrifizio e penitenza e
fu vista allora dormire sul nudo saccone, e privarsi d'ogni cibo che potesse
allettare i sensi. Tanta mortificazione in sì tenera età, impensierì la mamma,
che, temendo per la sua salute, la prese con sé a dormire nel proprio letto.
Di cuore caritatevole e sensibile provava un'intensa compassione per i poveri ed
i derelitti: in questo l'aiutavano i suoi pii genitori che, volentieri,
lasciavano nelle sue mani una larga elemosina da distribuire.
Ebbe molto a cuore una delle principali opere di misericordie spirituali:
insegnare cioè agli ignoranti. Quando le occorreva di passare del tempo in
campagna, raccoglieva intorno a sé le contadinelle coetanee, e le istruiva
pazientemente nella Dottrina Cristiana. Semplice e pura come una colomba,
trovava la più grande gioia a far conoscere Iddio a quelle altre innocenti
colombine.
Ma tutta la sua attrattiva era per il Sacramento dell'Amore. Non potendo
ricevere la S. Comunione in quella età sì tenera, quando la mamma ritornava dal
Convivio Eucaristico, appoggiava la graziosa testolina sul suo petto per gustare
più da vicino la presenza del Signore. A dieci anni le fu permesso di accostarsi
alla Sacra Mensa: in questo primo amplesso divino si sentì inondare di una gioia
indicibile: alla Purezza Infinita volle ella, nella generosità di un cuore
ancora illibato, dedicare per sempre il suo giglio, la sua verginità. E Gesù
accettò il voto e la colmò in quel giorno delle sue mistiche carezze. E fu la
sua fame insolita per il Cibo Celeste che costrinse il confessore a permetterle
la Comunione settimanale, ciò che in quei tempi venne considerato come un
singolare privilegio.
Dovendo il suo padre allontanarsi da Firenze, volle che Caterina completasse
nella stessa città la sua educazione, e l'affidò ad una religiosa esemplare del
Monastero di S. Giovanni dei Cavalieri di Malta. In questo monastero essa dette
libero sfogo al suo grande desiderio di preghiere: meditava specialmente i
Vangeli delle Domeniche, passando ore intere ginocchioni in dolci
contemplazioni. Le suore, instintivamente ne imitavano l'esempio e si videro più
premurose per la preghiera e nell'uso dei Santi Sacramenti.
All'orazione aggiunse la penitenza: rifiutando ogni cibo più delicato che le
buone suore le presentavano, si accontentava di quello comune e di questo stesso
ne prendeva in scarsa quantità: il suo letto era un duro saccone.
Tuttavia quest'austerità nulla toglieva alla sua dolcezza e mansuetudine e
rimase sempre gentile e mite con tutti: mai dalla sua bocca uscì parola vana od
oziosa: aborriva la mormorazione e amando l'umiltà, volentieri si prestava ai
più umili servigi della casa. Dopo quindici mesi di dimora in quel monastero, fu
richiamata dai suoi e Caterina con le lagrime agli occhi si separò da quelle
buone religiose, lasciando ad esse un ricordo incancellabile di mitezza e
santità.
CAPO SECONDO
Vocazione religiosa
Noviziato e Professione
Si ritrovò di nuovo nella casa paterna, ma nel suo cuore era entrato un
ardentissimo desiderio di consacrarsi al Signore in una comunità, dove fiorisse,
in tutta la sua fierezza, l'osservanza religiosa. Non potendo più trattenere
quest'ardente brama del cuore, si decise di manifestarla al padre, che,
addolorato al pensiero di perdere una sì cara figliuola, non volle
accontentarla. Ma la giovine con modi dolci e recisi insieme, gli assicurò che
avrebbe piuttosto perduto la vita che abbracciare un altro stato. Conoscendo il
carattere risoluto della figliuola, il padre credè opportuno confidare tutto
alla sua consorte. La madre anch'essa non potè acquietarsi al pensiero di
lasciare questo essere così caro e cercò in mille modi di dissuaderla.
Fu per Caterina un'aspra battaglia: da una parte l'affetto dei cari che la
volevano a tutti i costi presso di loro: dall'altra l'appello di Gesù,
imperioso, che non c'immetteva repliche, né tentennamenti. Quest'intima lotta
stremò le sue forze: il pallore soffuso del volto, gli occhi rossi e infossati
dal lungo piangere, muovevano a pietà i familiari. Ma la grazia trionfò sulla
natura: la sua volontà non vacillò, né retrocesse dalla risoluzione fatta: ella
doveva essere tutta di Dio. La mamma, commossa per questo suo stato lagrimevole,
non volendo da buona cristiana ch'ella era, più oltre ostacolare una vocazione
che, evidentemente, veniva dall'Alto, con l'animo più che straziato, finalmente
acconsentì. In Caterina al dolore seguì una gioia profonda: sparirono le tracce
della lotta sofferta e non volendo più indugiare, dietro consiglio del suo
Direttore Spirituale, fece domanda al monastero delle Carmelitane di S. Maria
degli Angeli nella stessa città di Firenze. Sotto la direzione dei Padri Gesuiti
vigeva in questo chiostro l'osservanza più rigorosa unita ad un grande spirito
di perfeziono.
Vi entrò perciò il 14 Agosto 1582, nell'età di sedici anni e quattro mesi.
Secondo il costume di quei tempi, non vi potè rimanere che soli dieci giorni,
tanto per avere una idea della vita religiosa: dopo i quali, per più sicuro
esperimento della vocazione, dovè ritirarsi di nuovo in famiglia per ben tre
mesi. La vigilia dell'avvento, il primo Dicembre 1582, nello stesso anno della
morte della grande Teresa di Avila, Caterina dopo aver domandato ginocchioni la
benedizione paterna, entrava definitivamente in monastero. Ma ancora le rimaneva
una prova durissima: la mamma, non potendo più averla con sé, ne volle almeno il
ritratto, e d'accordo con la Priora ed il Confessore l'obbligò a posare davanti
ad un valente pittore di quel tempo. Questo atto di ubbidienza le costò molte
lagrime e se ne lamentò dolcemente con i suoi, dicendo: «E' possibile che d'una
creatura sì vile come sono io, e che d'un poco di polvere, abbia da restar
memoria nel mondo?» Passò i primi giorni della Vestizione in rigoroso ritiro ed
il mattino stesso della sacra cerimonia, rimase per lunghe ore tutt'assorta in
Dio: le fu cangiato il nome di Caterina in quello di Suor Maria Maddalena e
quando il Ministro di Dio, cantando le monache: Mihi absit gloriavi nisi in
Cruce Domini Nostri Jesu Christi, le porse il Crocifisso, sentì talmente
unirsi col Divin Maestro, che protestò non voler più altro nel mondo, che Gesù e
la sua Croce. Il rito della vestizione le aprì un paradiso: il sogno della sua
gioventù si era avverato: finalmente era novizia carmelitana e come novizia, in
quello stesso giorno, si gettò ai piedi della Maestra, Suor Vittoria Contugi,
donna di rara virtù, e la pregò con atto umile e ardente, che volesse
mortificarla ed umiliarla senza alcun riguardo. Nel noviziato preferì
l'ubbidienza alla preghiera e la si vide tutta intenta ai lavori più umili:
animata di carità aiutava le converse a lavare i panni, riputandosi la serva di
tutti.
Ma mentre le mani si agitavano nel lavoro, il pensiero era sempre fisso al suo
Divino Maestro: senza mancare agli obblighi dell'ubbidienza il suo cuore si
univa intimamente con Dio. Il Signore, a sua volta, l'inebriava d'amore, e un
giorno che Suor Maria Maddalena sentì più profondo l'effetto del tocco divino,
fuor di sé esclamò: «O amore, quanto sei offeso: o amore non sei conosciuto, né
amato.» Così dicendo, un'estasi la rapì fuori dei sensi per ben due ore.
Prima della Professione le sopraggiunse una grave infermità: febbri altissime
con tosse violenta e grandi spasimi in tutto il corpo: i medici le usarono tutte
le risorse della scienza, ma indarno: ella non migliorava, anzi, dopo tre mesi
di malattia, vedendola sempre più aggravarsi, la Priora stimò opportuno farla
professare anzi tempo.
Era il 27 Maggio 1584, festa della SS. Trinità: trasportata in coro sur un
lottino, dinanzi all'altare della Vergine, pronunziò i voti: ma una vampa
ardente la trasse fuori di sé e rimase col viso acceso e gli occhi pieni di
tenerezza, fissi al Crocifisso.
Il morbo intanto infieriva sempre più né sembrava volesse farsi sfuggire la
preda. Una delle sue compagne, Suor Dorotea, che tanto amava Suor Maria
Maddalena, desiderosa della sua guarigione, pensò di raccomandarla ad una santa
vergine: la Venerabile Suor Maria Bagnesi, Terziaria Domenicana, morta in odore
di santità e sepolta nella Chiesa di quel monastero. Ed ecco che un giorno, per
intercessione di questa pia defunta, Suor Maria Maddalena si sentì
miracolosamente guarita; riconoscente, si recò a pregare sulla sua tomba e
rimase assorta nella preghiera per lo spazio di tre ore. Essa ebbe in grande
venerazione questa Venerabile Domenicana, che, l'undici Luglio 1584, le si
mostrò sur un trono tutto luce, in regale maestà e gloria.
Nonostante la sua Professione, desiderò ed ottenne di rimanere nel noviziato,
con grande edificazione delle altre novizie che vedevano in lei un esempio
vivente di santità: una di esse, una conversa rozza sì, ma di una verginale
semplicità, vide un giorno intorno alla santa risplendere una gran luce ed il
vezzoso Bambinello Gesù che si appressava e accarezzava amorosamente la santa.
Questa visione la colpì profondamente e da quel giorno si decise d'imitare, come
meglio potesse, la Santa, in tutte le sue virtù.
Non sono le estasi e i ratti l'essenziale della santità: benché doni sublimi,
del tutto gratuiti, fluenti da fonte di Infinito Amore, pur tuttavia sono di
natura molto delicata, per la nostra fragilità che facilmente ne prende motivo
di superbia o d'allucinazione. La via più sicura e più ricca di meriti è quella
della fede e chi vive secondo i suoi principi è sicuro di non errare:
corrispondendo alla grazia si può, con la fede, arrivare ad un alto grado di
santità.
Però la storia ci narra come il Signore concedeva questi carismi alle anime a
Lui più care, che si elevano ad una vita di amore sempre più perfetta: coloro
poi che ne hanno una conoscenza indiretta, ne ricavano, per le loro anime,
vantaggi incalcolabili.
Numerosi furono i ratti di S. Maria Maddalena e di tale sublimità da destare la
più grande meraviglia nei suoi contemporanei.
La verità più sublime e fonte di tutte le altre, la SS. Trinità, rapisce in
estasi la Santa che ne evolve il mistero con parole vibranti di chiarezza; non è
scienza acquisita dai libri, ma luce dall'alto che rischiara: il Padre che
eternamente genera il Figlio, comunicandogli il suo essere: il Verbo che
compiace al Padre e a se stesso per l'essere che il Padre gli ha comunicato:
dall'uno e dall'altro, per vincolo d'amore, procede lo Spirito Santo. In queste
tre santissime Persone vi è la comunicazione e l'egualità d'una essenza eterna,
perfettissima in se stessa, che non può avere niuna disuguaglianza né divisione
e che perciò rimane indivisa in tutte le operazioni fuori di se come parimente
comuni alle tre Divine Persone. Nell'incarnazione però, benché tutte e tre
concorressero a questa divina operazione, solo la Seconda Persona, cioè il Verbo
assunse l'umana natura: questa operazione perciò terminò in primo luogo alla
persona, e poi, di necessaria conseguenza, alla natura, non potendo la persona
essere disgiunta dalla natura, essendo la stessa cosa.
Pensiero tutto conforme al domma: nozioni chiare per il teologo, non naturali in
un'umile suora, digiuna di scienza teologica.
Dunque tutta la SS. Trinità tutto ordina in tutto il mondo: ordina in cielo,
ordina in terra. In cielo ordina i movimenti dei beati; in terra ordina le
azioni ed operazioni naturali che sono nelle creature, ricevendo esse la
conservazione e la permanenza dell'essere: essere e vita sono stati dati da Dio:
tutto è stato creato dalla SS. Trinità.
E sopra la mozione divina nell'ordine soprannaturale così si esprime: «Ma
principalmente si può dire ch'Ella (la SS. Trinità) ordina in cielo quelle cose,
che sono soprannaturali, come più particolarmente da Lei provenienti e per lo
più nelle ragionevoli creature: dico da lei provenienti, e sono la grazia e
l'ispirazione interna, perché solo Iddio può operare ed entrare dentro nel
profondo del cuore, mutarlo e volgerlo a sua balìa: avendo Egli, che ne fu
l'autore, data a noi la libertà, che non da altri può essere che da Lui
sforzata, e necessariamente, s'Egli così vorrà mossa, sebbene la muove sempre
soavissimamente e liberamente».
Non è forse vero che i grandi mistici di tutte le epoche esprimono le concezioni
più astratte in senso puro tomistico?
Verbum caro factum est! La Santa è colpita da queste parole: la sua mente
rapita in un'estasi, che le ricorda l'Annunciazione di Maria, viene illuminata
da Dio: con semplici parole esplica il gran mistero: «Non potendo la creatura
diventare Creatore, è il Creatore che diventa creatura; la Seconda Persona, il
Verbo, assume la nostra natura, si fa uomo per rigenerarci; l'Umanità del Verbo
genera a noi un bene infinito». Come sublimi diventano agli occhi della Santa
queste parole di S. Giovanni: vorrebbe che fossero scritte in perpetuo nel suo
cuore, ed è S. Agostino che dal Verbo riceve l'incarico d'incidere quelle parole
nel cuore della sua sposa; S. Agostino eseguisce l'ordine e in oro scrive il
Verbum, in lettere di sangue il caro factum est.
Sì, il Verbo Incarnato si è umiliato, mischiandosi con creature così basse e
vili che siamo noi. Iddio, non solo ha mantenuto la promessa fatta agli antichi
Padri, ma, dice la Santa, rivolgendosi al Verbo: «vuoi esser verace e mantenere
la promessa di dare te stesso a chi ti ha sempre desiderato ed amato».
E il Verbo si è dato a Maddalena che lo ha tanto amato, e non le ha negato il
privilegio di gustare della sua sacra Umanità. Così la Santa ha potuto stringere
al suo seno il Divino Pargoletto che in età di 3 o 4 anni le si è mostrato, il
volto tutto giulivo, con una ghirlanda di fiori in capo e nelle sue mani tre
ricchissimi anelli. In una altra estasi ha ammirato la mansueta gravita del
volto sì bello e sì attraente di Gesù nella sua adolescenza: slanci di affetto e
cantici di gioia proruppero allora con veemenza dal suo petto.
Come abbiamo visto, la Passione del Signore era stato il tema favorito delle suo
prime meditazioni da bambina. Il desiderio di soffrire col Redentore crebbe in
lei con gli anni. In un'estasi che durò ventisei ore, si rinnovarono
all'estatica le ultime ore di Gesù, dall'ultima Cena alla morte sul Calvario. La
nostra santa vede come Gesù, prima di separarsi dalla sua Santissima Madre, le
si prostra in ginocchio, domandando per l'ultima volta la sua materna
benedizione: a sua volta è la Madre che si getta ai piedi di Gesù, è la Creatura
Madre che dal Figlio, Suo Creatore, riceve la Divina benedizione. Il Salvatore
entra con i discepoli nel Cenacolo e mentre lava i piedi agli Apostoli, ella ne
ammira la profonda umiltà ed elogia la grandezza di questa virtù, che è corona
alle vergini e palma ai martiri, che infonde nel nostro cuore la pazienza e la
costanza.
«Signore, disse Tommaso , non sappiamo dove vai e come possiamo conoscere la
via?» E Gesù rispose: «Io sono la via, la verità e la vita.» L'anima di
Maddalena medita e contempla con intenso fervore queste parole divine, ed ella
vuol seguire Gesù nell'aspra via del Getsemani e del Calvario. Al Getsemani il
Redentore è tutto imperlato di sangue: o che pallore ricopre il volto di
Maddalena! A tal vista si sente venir meno: sembra che anch'essa senta tutto il
peso della Divina Giustizia premere su di lei.
Ecco si avanza il traditore a Gesù e lo bacia! Questa e tutte le altre vicende
nelle loro più minuziose circostanze si susseguono davanti ai suoi occhi
estatici: ad ogni tortura che la malizia umana infligge alla Divina Maestà prova
un sussulto di angoscia e getta un grido straziante: lo schiaffo dato a Gesù nel
palazzo di Anna par che risuoni sulle sue guance: in Pietro che rinnega il suo
Maestro, scorge tutti noi che rinneghiamo il Salvatore quando ci scusiamo di,
non poter operare il bene a causa della nostra fragilità.
Spasima quando vede che la Sapienza stessa è trattata da pazzo: Gesù beffeggiato
e sputacchiato! La Santa allora esclama: «Gesù mio, ti lasciasti sbarbicare i
capelli della tua barba per adornar noi con lo splendore della Divinità. Ti
lasciasti sputacchiare la faccia per adornare la tua sposa e farla rubiconda del
tuo sangue!» Assapora la dura flagellazione e si contorce sotto i colpi delle
dure sferze. Quando Gesù viene coronato di spine, la Santa invita le figliuole
di Sion a rimirare il loro Re, coronato di diadema, di cui l'ha adornato la Sua
Madre Sinagoga, nel giorno del suo sposalizio.
Maddalena conosceva quella corona di spine: già nei primi anni di vita
religiosa, Gesù l'aveva misticamente coronata con la stessa Sua corona.
Gesù s'avvia al Calvario: grosse gocce di sudore le imperlano la fronte, dagli
occhi dei grossi lagrimoni, mentre il petto si affanna per un improvviso
catarro.
E' giunto al Calvario: viene Crocifisso e l'infinita tragedia si riflette con
lampi di acerbissimo dolore sul volto della Santa, abbattuto e livido pari a un
cadavere.
Così la commovente narrazione del Vangelo diventava per Maddalena una realtà
dolorosamente vissuta.
In un altro ratto in cui il Signore di nuovo le manifestò tutta l'acerbità dei
suoi dolori, la bagnò tutta del suo sangue che volle spargere anche sulle altre
suore ed ella allora si lasciò sfuggire questa bella mistica spiegazione: «Ogni
anima religiosa è la Croce sopra la quale Gesù è Crocifisso e le da molto sangue
che versa dal Suo corpo.» Un Lunedì santo, rimirando il Crocifisso, proferì per
ben cinque volte con profondo sentimento di affetto; "Absconde me in
vulneribus Humanitatis tuae"», e sentì che dei raggi di fuoco le traforavano
le mani, i piedi e il Costato. Mentre di fuori nulla appariva di tal mistero,
internamente sentiva tutto l'acuto dolore delle ferite. Vedendosi così piagata
per il suo Signore, gioiva piena di gratitudine e baciava e ribaciava con
effusione il Crocifisso.
A somiglianza del riposo di Gesù nel sepolcro, passò anch'essa quarantott'ore in
estasi contemplando l'anima del Verbo riposare nel seno del Padre e cacciare i
demoni all'inferno.
Gode poi con Gesù per la Sua risurrezione e lo ammira mentre appare nello
splendore del suo corpo glorioso alla Vergine Madre e alla santa penitente Maria
Maddalena.
Sublimi sono anche le intime relazioni dell'estatica con la Vergine: al suo
intelletto ed ai suoi intimi sensi, in quei dolcissimi ratti, lasciano cadere il
velo gl'impenetrabili misteri della Divina Maternità. Un giorno che assiste
all'Annunciazione dell'Angelo a Maria, non resiste più e supplica la Vergine a
cedere e dare il suo consenso; «Tu sei piena di grazia, o Vergine Santissima.
Magnifica ora lo Sposo della nostra verginità; Tu lo chiamerai Gesù, noi Alfa e
Omega; tu gli darai il latte e noi il sangue... tu gli vedrai aprire il Costato
e noi faremo il nido in quello; Tu lo terrai morto nelle tue braccia, e noi Dio
e uomo nel nostro cuore... Orsù Maria, dai la risposta al celeste messaggero. Il
Trono della Santissima Trinità aspetta questo tuo consentimento...» E fu in
questa visione che, come abbiamo accennato, il grande Agostino scrisse il Verbum
caro factum. est, a caratteri d'oro e sangue nel suo cuore.
Il giorno dell'Assunta, in estasi esclamava: «O che contento ricevè Maria negli
abbracciamenti del suo Unigenito Figliuolo. Quante grazie, o Maria, ci sono
venute, mercé la tua Assunzione al cielo... O Maria, quando verremo una volta ad
onorar Te, non più in parole, ma in fatti? Non per un'ora, ma in eterno? Oh
quanto poco ci parrà allora d'aver patito! Oh perché non ha sempre avanti agli
occhi ogni creatura, ogni sposa consacrata a Cristo e ogni figliuola di Maria,
il tempo futuro ed il tempo presente tanto breve, perché mai offenderebbe Dio in
cosa veruna, benché minima... O gratissima Maria, togli l'anima mia ed il voler
mio e dammi il voler tuo. Voglio questo tempo che mi rimane di vita, godermi Te,
né voglio operare altro, se non ammirarmi in Te.» L'estasi durò dodici ore.
Così parla Maddalena della purità di Maria: «E' Maria che con la sua purità
sazia i Santi del cielo ed è la sua purità che in terra da grande confidenza ai
peccatori; molti all'odore della sua purità si sono convertiti e per la
confidenza in Lei, come Madre di Misericordia, hanno lasciato i peccati e preso
animo d'andare al suo Figliuolo e chiedergli misericordia, che mai avrebbero
creduto poter impetrar perdono, se non per mezzo suo...
Qui Gesù volle cambiare il cuore della sua serva con quello della Santissima
Vergine e Maria Maddalena allora: «O Umanato Verbo, esclama, il mio cuore
immondo cambi col purissimo di Maria?» Anche Gesù volle dare all'umile ancella
il suo Cuore. Un giorno, ch'era tutta assorta in contemplazione, vede venire a
sé Sant'Angelo Carmelitano e Santa Caterina da Siena e allora vedendo che Gesù
si disponeva a farle questo gran dono, invocò la Vergine e i due Santi affinché
l'aiutassero a ricevere degnamente questo pegno d'amore, e proruppe in umile
preghiera: «O Gesù mio, di grazia fa che niuno s'accorga che Tu mi dai il tuo
Cuore!» E tanto fu la gioia di questo singolarissimo dono che non poteva più
respirare e con voce sommessa e soave, ripeteva in latino le parole che sentiva
proferire dal suo Gesù: «Collocavi cor meum in anima sponsae meae: ho
collocato il mio cuore nell'anima della mia sposa».
Ma il cuore di Gesù palpita di vita nel Santissimo Sacramento: cosa desidera
Egli se non la Pasqua della partecipazione del suo Corpo e Sangue? Le sole
parole «desiderio desideravi hoc Pascha mandicare vobiscum» la traggon
fuor di sé e commenta in quel ratto, profondamente quelle divine parole.
Ed è dopo comunicata che incomincia un soavissimo colloquio con Gesù, di cui
volentieri trascriviamo un brano: «E l'Amore Gesù, il quale, io sempre chiamo
Amore, diceva: o sposa mia, Io ti ho tanto chiamato e tu non Mi hai risposto. Ed
io Gli rispondevo: io Ti ho tanto cercato e non Ti sei lasciato trovare, Amore
mio. Diceva Gesù: sai perché non Mi hai trovato? perché non Mi hai cercato bene.
Ed io Gli rispondevo: sai Amore, perché io non Ti ho risposto? perché Tu non mi
hai chiamato tanto forte, che io Ti senta... Ed Egli cominciò a dire: vieni
colomba mia, speciosa mia, vieni vieni! E tutta mi unì a Se stesso e così unita
facevamo insieme un dolcissimo colloquio, come un amico con l'altro, ma non ve
ne saprei esprimer parola, Questo so che io Gli dissi: Ora che Ti ho trovato,
Amor mio, ora son contenta, che sono unita tutta a Te, con Te Amore».
Dal Cuore Eucaristico emana il dolce liquore dell'Amor Divino: «O Maria, come
ben ti veggo, che hai nelle tue mani un bel vaso di dolce liquore, ma deh,
dimmi, dove sta cotesto vaso, che contiene in se tanto puro, attrattivo, dolce e
delicato liquore? Nella caverna del lato sinistro, nel dolce Costato del
tuo Unigenito. Questo liquore si da a quelli, che lasciano la sapienza e
prudenza umana, l'attraggono quelli, che con gran zelo appetiscono la giustizia
e purità del loro cuore, e quelli che sono diventati stolti per Cristo... Deh,
santissima fanciullina Maria, vorrei pur sapere il nome di questo prezioso
liquore... O anima mia, questo è il purissimo e semplicissimo Amor di Dio...
Qual'è il nome del vaso, che contiene questo purissimo liquore? Oh, il liquore è
tanto abbondante, e si racchiude in un vaso così piccolino, quale è il Cuore del
Verbo, e aspira d'infondere in un luogo più piccolo, che è il cuore della
Creatura.» Il Divin Maestro le si mostrò una volta, tutto fulgente di luce e le
additava il suo Costato, donde scaturiva una fonte di chiara e limpida acqua;
molte anime, tutte assetate accorrevano come cervi a questa sacra fonte per
abbeverarsi di quell'acqua così limpida; altre invece andavano ivi, ma, con
passo lento e svogliate: altre infine non se ne curavano affatto, non avendo
esse sete per l'onore di Dio e per la salute delle loro anime. Vedendo
l'ingratitudine di queste ultime, la Santa ne rimase molto addolorata, e volle
compensare la loro mancanza di sete con una arsura per la SS. Eucarestia. E
tanto era l'ardore di questa anima per il Prigioniero di amore, che spesso,
senza avvedersene, tutt'assorta com'era nella preghiera, si alzava innanzi tempo
dal suo posto per comunicarsi prima delle altre: anzi una volta in estasi,
avendo inteso il campanello che indicava la Comunione, uscì dal forno del
monastero, sbracciata, con due pani in mano e si appressò alla Sacra Mensa.
Ed il Salvatore non volle privare la Santa di quel Sacro Cibo e spesso in
estasi, la comunicava con le proprie mani. Un giorno che il sacerdote era
impedito, vide avvicinarsi il glorioso S. Alberto dei Carmelitani, con la
pisside in mano: recitò allora il Confiteor e ripetè col Santo il
Domine non sum dignus. Essa raccontò più tardi come in quell'occasione,
tutte le suore avessero ricevuto Gesù in una mistica, ma molto intima comunione
spirituale.
Così si rallegrava moltissimo di essere con tante consorelle dicendo; «O che
amore sento verso tutte queste sorelle, perché le veggo tutte come tante
custodie e coppe del SS. Sacramento, poiché lo ricevono così spesso.» E la
Comunione frequento fu una delle glorie della sua comunità: ella esortava a non
lasciar mai la Comunione in quanto era possibile per i beni immensi
che questa apporta all'anima e per il torto che si fa all'amor di Gesù, non
comunicandosi: «O sorelle, diceva, se noi penetrassimo che in quell'istante che
durano in noi quelle sacre specie, fa in noi il Verbo Divino quelle operazioni
ch'Egli fa nel seno del suo Eterno Padre: e stando il Verbo nel seno del Padre e
il Padre nel Verbo e lo Spirito Santo nell'uno e nell'altro inseparabilmente,
noi nel ricevere il Verbo, riceviamo tutta la SS. Trinità.» E un'altra volta:
«Preghiamo o sorella, che il Signore ci conceda lume a non essere tanto
agghiacciate e fredde nel suo servizio, e particolarmente nel frequentare il
Cibo di Vita».
Uno dei frutti principali della Comunione frequente era, così giustamente
asseriva la Santa, il distacco dalle persone secolari.
Dobbiamo qui notare che Maddalena visse continuamente martoriando il suo corpo
con aspre penitenze e nello stesso tempo gioendo di queste celesti
comunicazioni. Rari sono i santi che hanno goduto del privilegio di una quasi
ininterrotta estasi, non solamente nelle ore di preghiera, ma anche nelle
faccende che assorbiscono tutta la nostra attenzione, come la cucina, il bucato,
i lavori ad ago, il cucito e persino la pittura. Bastava il solo nome di Dio, o
il vedere un fiore o un frutto per rapirla in estasi: il suo viso allora, di
natura macilento e pallido, si trasformava in un volto radiante di freschezza e
con gli occhi che scintillavano come stelle: il corpo talora s'irrigidiva
talmente che a stento potevano muoverle un sol membro: altre volte invece
assumeva una tale agilità da muoversi velocemente e spiccare salti a tali
altezze, dove non si poteva arrivare se non con la scala.
Tutte le circostanze della sua vita esibivano chiaramente il marchio divino. Le
estasi però erano subordinate all'ubbidienza: la voce della Superiora, in
qualsiasi estasi anche la più profonda, la richiamava prontamente ai doveri
dell'ubbidienza.
Per ordine dei Superiori, i suoi detti estatici venivano immediatamente annotati
da Suore, a questo ufficio deputate: per ubbidienza la Santa dovette correggere
gli errori: il che fece con molte lagrime ed umiltà. Le sue estasi, esaminate
dai più dotti e coscienziosi teologi dei suoi tempi, e vagliate con la massima
scrupolosità, non vennero mai messe in dubbio dai contemporanei che in quelle
manifestazioni soprannaturali lodarono la Divina Sapienza che è ammirabile nelle
sue più umili creature.
CAPO QUARTO
Tentazioni e lotte.
Carismi e virtù
Seguire Gesù non è estasiarsi sul Tabor, ma sottostare alle più dure prove
che vengono dalla natura corrotta e dagli spiriti malvagi: non vi è allora altro
rimedio che la preghiera e la mortificazione. Suor Maria Maddalena subì lotte
inaudite che seppe vincere con l'orazione e con le più aspre penitenze.
Fu l'Eterno Padre che al cominciar delle dure prove, le dettò alcune norme di
vita; il suo riposo non doveva oltrepassare le cinque ore; il solo saccone il
suo letto ordinario; le sue parole volle che fossero impregnate di mansuetudine,
verità e giustizia; volle infine Iddio che si rassegnasse completamente nella
Divina Provvidenza e si mettesse nelle sue braccia come morta: poi le mostrò le
molte tentazioni che doveva superare. E allora furono orrende visioni di demoni,
che come belve feroci cercavano azzannarla e la povera Suora se ne lamentò
dolcemente col Signore: «O eterno Verbo, tu mi hai condotto in un lago tanto
grande, che non so in qual parte rivolgermi, ove non vegga e non senta tante
ferocissime bestie, le quali con la bocca aperta corrono verso di me per
divorarmi... Distendi sopra di me la tua destra e dammi fortezza».
Fu tentata contro la Fede: Quasi non esistesse più Dio, né vita eterna, si
sentiva eccitata terribilmente a detestare il santo nome del Signore.
Specialmente quando doveva recitare il Divino Uffizio. Fu anche tentata di
disperazione: preso un coltello, lo pose nelle mani della Vergine, riuscendo in
tal modo vincitrice di una tentazione così gagliarda.
Poi fu alla volta della superbia. Chi delle Suore aveva ricevuto dal Signore
tali favori? L'ubbidienza cominciò a sembrarle insopportabile, la vita religiosa
vile e abietta, ma la povera martoriata protestava voler piuttosto morire che
macchiar l'anima con offese contro Dio, e si umiliava davanti alla Superiora e
alle consorelle. La Superiora, saggiamente, non le risparmiava penitenze e
rimbrotti anche pubblici.
Fu presa da uno stimolo famelico e impaziente mentre Iddio le aveva imposto di
nutrirsi di solo pane e acqua: il demonio cercava allora d'illuderla
solleticando il suo gusto, aprendo armadi ripieni delle più squisite vivande.
Più tenace fu la tentazione contro la purità che la tormentò per ben due anni:
per smorzare tale incendio, la Santa non trovò miglior rimedio che volutarsi tra
le spine, a somiglianza di S. Benedetto.
I demoni, furiosi dei continui scacchi, intuendo che quella verginella avrebbe
sempre più schiacciato le loro teste superbe, con tutto il furore si scagliarono
contro quest'umile creatura: spinta in terra, percossa duramente, sbranata quasi
come da belve e schiaffeggiata, ebbe la necessità di essere curata. Ma non si
stancarono i ribelli che la trascinavano come una pezza, ora qui, ora là per il
coro, con diabolica violenza. Mentre una volta si trovava dalla Priora, fu
gettata a terra e talmente grave fu la caduta, che le si gonfiò la gola e il
viso: con voce soffocata gridava: io muoio, io muoio. Questo incidente durò tre
ore e dallo strazio il volto rimase livido e pesto.
Tanto ininterrotte erano le lotte del demonio che la Santa dovette confessare di
non rimanerle tempo per offrirsi a Dio.
E questa durissima prova durò per lo spazio di cinque lunghi anni, ma la sua
anima ne uscì purificata, come il sole che brilla più splendido dopo la
tempesta. La Vergine le apparve e per premiarla della sua costanza nella lotta
contro lo spirito impuro, la coprì d'un candidissimo velo, promettendole che in
avvenire non avrebbe più sofferto simili tentazioni. Da quel giorno la Santa non
sentì più in sé la minima imaginazione, o il minimo movimento contro la purità.
Negli ultimi giorni di quei cinque anni di prova, raddoppiò le penitenze
dormendo sopra la nuda terra e disciplinandosi con una disciplina di ferro: poi
il Signore, per mezzo di S. Angelo, le fece sapere che voleva preservarla in
grazia e il Santo le unse gli occhi, la bocca, le mani e i piedi e le lasciò
sette detti della S. Scrittura che doveva ritenere a memoria: nel suo intelletto
impresse tre grandi verità sulla purità dello stesso Iddio, sulla comunicazione
divina e sulla carità dei beati: nel cuore v'incastrò tre gemme di Paradiso,
affinché vi riposassero le tre Persone della SS. Trinità: infine le purificò
l'anima col sangue di Gesù, e Gesù le espresse i tre desideri che doveva avere
sempre nel suo cuore: il desiderio della salute delle anime, il desiderio della
povertà e il desiderio che ciascuna creatura si ami l'un l'altra. Dopo la
Comunione in mezzo a una gran luce vennero a congratularsi con lei i suoi Santi
protettori: S. Tommaso d'Aquino, S. Agnese, S. Giovanni Evangelista, S. Maria
Maddalena, S. Caterina Martire e S. Caterina da Siena, S. Stefano, S. Francesco,
S. Chiara, S. Agostino, S. Angelo, S. Michele e l'Angelo suo Custode: così la
colmarono di doni preziosi per la vittoria riportata sui nemici infernali.
L'oltre tomba lasciò cadere il suo gran velo di mistero: conobbe i segreti
dell'Inferno e l'aspetto dei dannati la riempirono d'orrore: fra questi vide
molte persone religiose che erano condannate alla pena eterna per non aver
osservato i santi voti, specialmente la povertà. Entrata in spirito nel
Purgatorio, tra le molte anime riconobbe quelle del suo fratello e della sua
mamma: quest'ultima dopo un soggiorno relativamente breve di quindici giorni,
dal luogo di pene era stata trasportata dai Santi protettori al cielo, dove
venne coronata per la grande pazienza nei lunghi patimenti sofferti in vita. Nel
cielo scorse anche l'anima di un sacerdote che molto si era adoprato per la
salvezza del prossimo: una consorella che, per cinque ore, fu privata dalla
visione beatifica, fu vista dalla Santa entrare trionfalmente nel soggiorno di
gloria.
Quando il 4 Aprile 1600, la bell'anima di S. Luigi Gonzaga si distaccò dal
corpo, la Santa fu rapita in estasi e vide la gloria di questo giovane, che a
lei sembrò non esservi maggiore in Cielo: «Luigi, diceva ella, fu martire
incognito, perché chi ama Te, o mio Dio, Ti conosce tanto grande ed
infinitamente amabile, che gran martirio gli è il vedere di non poterti amare,
quanto lo desidera, e che non sii amato dalle creature, anzi offeso».
Fu arricchita inoltre di una conoscenza chiara di fatti e cose occulte e
predisse al Cardinale di Firenze, Alessandro de' Medici che sarebbe stato eletto
Papa, con queste parole: «Questo Cristo (cioè il Prelato) ha di presente un
grande onore e arriverà anche al supremo, ma poco gli durerà: quando vorrà
abbracciare la sua gloria, gli sparirà.» Difatti Leone XI visse nel Pontificato
solo ventisei giorni.
Non le erano sconosciute le prove e le tentazioni a cui andavano soggette le sue
buone consorelle, perché quanto più il Signore accresceva i suoi doni e le sue
grazie per esse, tanto più aumentava l'odio degli spiriti malvagi, che con tutti
gli sforzi cercavano di riempire di pensieri vani le povere suore nel tempo del
Divin Sacrifizio e della preghiera: quando poi riuscivano a far privare qualcuna
della Santa Comunione, ne gioivano molto e si burlavano della povera illusa.
Nella stanza di lavoro, essi tentavano le religiose a un parlare inutile e a un
lavorare tiepido e poco zelante; quando vi riuscivano, facevano festa e
saltavano dalla gioia. Alcune suore erano tentate al refettorio con ricordi dei
beni lasciati e con desideri di cibi delicati. Però vide anche gli angeli in
numero anche superiore dei demoni, che venivano in soccorso delle povere
tentate; aiutate da questi santi custodi delle loro anime, esse riuscivano a
superare, con una vera resipiscenza, anche le loro passeggere debolezze.
Leggeva nei cuori altrui e molte pie persone accorrevano a lei e venivano
liberate da pensieri assillanti e trovavano la soluzione in casi sommamente
complessi.
Tanto grande era la sua purità di cuore ch'ella diceva: «Se io pensassi, con una
sola parola ch'io dicessi per altro fine che per amor di Dio, benché non ci
fosse sua offesa, di poter diventare un ardente serafino, non la direi giammai.»
E così in ogni sua azione, ella rinnovava la sua intenzione di tutto indirizzare
all'Altissimo: da questa purità di cuore ne seguì un completo distacco da ogni
essere creato.
Ascoltiamo ora un esame di coscienza della Santa: «O Gesù mio, quale fu il primo
pensiero ch'ebbi in questo di'? Me ne dolgo che non fu di Te, ma ebbi paura che
non fosse l'ora tarda per chiamare le tue spose a lodar Te: né fu d'offrirmi a
Te, né di onorarti. Dopo, Gesù mio, vi andai in coro per offrirmiti, ma non mi
rimisi in tutto e per tutto nella Tua volontà. O benignissimo Dio, e che
misericordia potrò io ricever da Te, mentre non mi rilasciai tutta in tè? Fammi
misericordia Signor mio, benché io non la meriti, poiché più presto meriterei
mille inferni. Dopo, quando io andai alle tue lodi, mi prese più pena di quelle
ch'io vedeva, che mancavano in qualche cosa di far le cerimonie e le debite
inclinazioni, che non mi presi cura di onorar Te e d'offrirti le mie lodi in
unione di quelle dei beati spiriti... » E così continua, scrutando
minuziosamente ogni sua azione del giorno, trovandovi manchevolezze e difetti e
purificando le sue macchie con un vero, sentito atto di pentimento. Questa
purità d'intenzione era per Maria Maddalena della più grande importanza, tanto
ch'ella esclamava sovente: « O Purità, o Purità poco conosciuta e poco
desiderata! O mio sposo, o mio Sposo, ora che sei nell'Umanità Tua risedente
alla destra del Padre Eterno, cor mundum crea in me Deus!» La purità di
cuore si manifestò specialmente negli ultimi giorni della sua vita, rivolgendosi
alle consorelle con queste parole: «Mi parto dal mondo con questa sola
incapacità di non saper intendere in qual modo possa consentire e deliberarsi la
creatura a commettere colpa mortale contro il Creatore».
Animò le consorelle a condividere questo suo sentimento: «Se desiderate,
diceva ad esse, di pervenire in breve a gran perfezione, vi bisogna che
procuriate di far tutte le vostre operazioni per adempiere il volere di Dio,
perché questa santa intenzione ha forza di santificare le opere». E quando le
vedeva operare senza questa intenzione esclamava: «O Sorelle, quanto perdiamo,
perché non s'intende questo traffico!... Non sentite che soavità contiene questa
nuda parola, volontà di Dio?» In verità, il ricercare Iddio in tutte le cose e
in tutte le azioni è il primo dei doni divini e il principio di ogni progresso e
fine della vita spirituale.
CAPO QUINTO
Sua attività nel convento
e suo amore pel prossimo
La lettura delle pagine precedenti avrà forse portato i nostri benigni
lettori a credere che Maddalena, tutt'immersa ch'era nelle estasi, fosse
totalmente incapace a qualsiasi ufficio della comunità: ma il contrario è vero.
La sua attività fu intensissima.
Dopo il Noviziato, le nuove Professe passavano nel così detto Giovanato, sotto
la guida di una Suora più anziana: finito il Noviziato, Maddalena passò nel
Giovanato. All'età di 83 anni fu eletta Pedagoga, cioè socia della Maestra delle
Novizie. Trovandosi ancora nel duro cimento di quei cinque anni di tentazioni e
di lotte, si stimò del tutto inabile a questo ufficio ed espose alla Superiora
le sue difficoltà, ma alla voce dell'ubbidienza, con somma umiltà prese la sua
Croce, e si disimpegnò con sì rara maestria, che a 33 anni fu eletta Maestra del
Giovanato e Forestaia, cioè Maestra delle Probande. Esercitò questo ufficio con
soddisfazione di tutte le suore, ed allora le superiore credettero opportuno
affidare alla Santa il Noviziato e così diventò Maestra delle Novizie.
L'ufficio di Maestra è il più delicato e il più importante della casa, perché
dall'andamento spirituale del Noviziato dipende la prosperità delle singole
suore e di tutta la comunità: essa occupò questo posto sei anni. Quali fossero i
sentimenti di Maddalena, durante questa carica, ce lo attestano le novizie che
dicevano essere il suo amore per loro più grande di quello di una madre terrena,
e la santa stessa che asseriva di amarle « con viscere d'amore più che di
madre». Vigilava sopra ognuna di loro con grande diligenza, ne scrutava le
necessità e ne alleggeriva le fatiche: ella voleva che fossero allegre
specialmente nelle modeste loro ricreazioni: consolava le afflitte e vedendo un
giorno una novizia tutt'accasciata per gravi dolori, esclamò : «Oh, se potessi
levarvi questi dolori, quanto volentieri lo farei». Si levava spesso di notte,
per sollevare e prestare i più umili servizi alle suore malate.
Semplice, ma sublime era il suo ragionamento: «Queste figliuole vengono dal
mondo e lasciano padre e madre e tutte le comodità del secolo, però è necessario
che trovino in religione chi con amore le induca ad abbracciar volentieri le
fatiche di quella». Osservava specialmente se fossero docili e pieghevoli
all'ubbidienza e le provava in vari modi: voleva però che si adattassero al
tenore di vita della comunità e se questo non aggradiva a qualche novizia, senza
rispetto umano le diceva: «Se non vi piace questo modo di vivere, potete
eleggere un altro luogo, perché qui vogliamo tirare innanzi in questa maniera
che voi vedete».
La notte che precedeva la vestizione delle probande, la passava in orazione, e
una volta vestite, parlava loro del gran benefizio della vocazione e la
necessità di esserne grate a Dio ed alla religione che le ha accettate.
Dio stesso aveva detto alla Santa di aver tanti occhi, quante erano le anime a
lei affidate: agiva perciò con somma prudenza, secondo il carattere e la forza
morale di ciascuna. Possiamo dire che fu veramente un'esemplarissima e
prudentissima Maestra di spirito. Fra le tante cose, avvertiva le novizie che il
frutto dell'orazione doveva essere acquistare la virtù della mortificazione:
«Quando voi partite dall'orazione, avete ad essere pronte a ricevere ogni
riprensione e mortificazione a torto o a ragione». Finita l'orazione non
risparmiava loro penitenze e altri esercizi di umiltà: però i rigori delle
riprensioni venivano mitigate da una grande carità. Nel riprendere appariva
quasi tremante per santa umiltà, e così riusciva a frangere la durezza di alcune
anime renitenti di natura.
Quando qualche novizia ricusava fare quel che le era imposto, ella stessa faceva
la penitenza, anzi s'inginocchiava dinanzi a qualche altra novizia, pregandola
con lagrime di accennarle come potesse fare per vincere l'ostinazione di
quell'anima. Si legge che una volta, vedendo una novizia oltremodo ostinata,
prese la disciplina e cominciò a batterla con gran rigore dicendo: «Voglio
vedere chi ha più potere: Dio di cui io faccio le veci, o il demonio». Il
demonio fu vinto e la giovine con le lagrime agli occhi, compunta, ne domandò
sinceramente perdono alla santa e non fu più ostinata È da notarsi il fatto che
nella sua carica di Maestra delle Novizie, la Santa non impose mai penitenze o
mortificazioni che non avesse esercitate lei stessa: né ordinava cosa alcuna,
senza prima aver consultato il Divin Maestro nell'orazione.
Prima di rimproverare, si esaminava scrupolosamente se avesse lo stesso difetto,
e dopo l'ammonimento ricorreva alla Superiora per umiliarsi davanti a lei.
Ripeteva sovente le parole di S. Giovanni: «Figliuole, amatevi l'un l'altra che
questo è un precetto di Gesù». E perché questo amore fosse pratico, esortava le
novizie a darsi un piccolo segno di vicendevole rispetto incontrandosi, ad
accettare qualche peso per aiutare una consorella, a sopportarsi con pazienza,
perdonandosi a vicenda le loro quotidiane manchevolezze e sopratutto a soffocare
ogni principio di animosità e mormorazione. La mormorazione ebbe nella santa una
nemica risoluta: essa puniva con severità questo difetto e soleva dire che se in
vita avesse conosciuto persona che non avesse mai detto male del prossimo,
l'avrebbe canonizzata.
Infervorava grandemente le novizie con queste parole: «Vi basti solo Dio e non
vi curate dei parenti o d'altra cosa terrena; perché vi assicuro che in Lui
troverete ogni vero bene e avrete un perfetto appagamento dei vostri desideri».
Aveva grande cura della recita del Divin Uffizio e della meditazione: le novizie
venivano spesso da lei interrogate sul frutto che ne avevano ricavato. La Santa
raccomandava loro vivamente di darsi in sacrifìzio al Signore ogni qualvolta
recitavano il Gloria Patri, inchinando la testa come al martirio.
Tutte le opere della giornata dovevano farsi in unione con quelle che Gesù operò
in terra e domandava spesso: «Dove sta adesso il vostro cuore? Quante volte oggi
vi siete ricordate di Dio? Che avete cavato dalla lezione della mensa? Che vi ha
detto Gesù nel vostro cuore quando, l'avete ricevuto? » Per ottenere poi questa
perfetta unione, stimava necessario l'osservanza rigorosa del silenzio, perché
una persona che non gusta il silenzio non può gustare le cose di Dio.
Le novizie non dovevano avere nessun attaccamento neanche agli oggetti e cose
necessarie e perciò scambiava loro persino gli abiti: a una novizia tolse un
libricino di esercizi spirituali, scritti da lei e lo gettò nel fuoco, a
un'altra tolse la corona.
Temeva molto, se vedeva qualche novizia tranquilla, senza travagli e difficoltà,
perché la vita religiosa deve essere una continua lotta e una continua morte a
sé stessa. Non si stancava di umiliare le superbette e quelle che si credevano
più intelligenti e più svelte finché non avesse ottenuto che il loro cuore,
afflitto e compunto, si volgesse nella via dell'Umiltà. Quantunque piena di
carità, non cessava d'imporre alle novizie molti atti di ubbidienza per
abituarle alla più stretta osservanza di questo voto, inculcando loro la massima
che con l'ubbidienza si opera grandi cose: «Finché non vi date nelle mani
dell'ubbidienza, come morte, non potrete gustare che cosa sia servizio di Dio».
Vi aggiungeva che «voglio e non voglio» nella bocca delle religiose suonava come
una bestemmia. Sbandì così dal Noviziato ogni atto di propria volontà e vi fece
regnare una perfetta ubbidienza alla volontà dei Superiori, ch'è la volontà di
Dio.
Le cognizioni arcane che aveva Maddalena, le aumentarono la virtù della carità
verso il prossimo, da meritarsi il titolo di « Madre della carità » e «la Carità
del Monastero».
Non si contentava dei lavori che richiedevano i suoi uffici, ma inoltre aiutava
frequentemente in cucina, serviva a mensa, spazzava, attingeva acqua, faceva il
bucato con le converse e specialmente era molto assidua nel fare il pane. Quando
era Pedagoga, mandava le novizie in cerca dei panni sudici nel convento e li
lavava di notte per alleggerire il lavoro alle converse. Lavorava tanto in
monastero, che al parere delle stesse monache, faceva più che quattro converse
insieme. Allo converse rifaceva i letti e spazzava le stanze perché: «voglio che
queste poverette, quando hanno finito, possano riposarsi». Per quindici anni
continui, si assunse l'incarico di chiamare ogni notte le monache a mattutino,
dispensando così le converse deputate a questo ufficio. Inoltre s'ingegnava
d'imparare quelle piccole arti, che sono tanto necessario in una comunità.
Non si mostrava mai stanca, mai affaticata e a qualcheduna che se ne
meravigliava rispondeva: «Io ho carne d'asino e non patisco niente», oppure
«questo corpo è un asinello, non bisogna tenerlo in riposo». Da queste e da
tante al tre circostanze si deduce che non si sa quale delle due virtù in lei
prevalesse, quella della contemplazione o quella della carità.
Verso le inferme la sua carità arrivò ad un grado eroico: le serviva con le
proprie mani, ne rifaceva i letti, mondava l'infermeria e si curvava ai servizi
più vili e disgustosi, e il tutto con un sorriso che invogliava le malate a
servirsi di lei: poi le aiutava nello spirito, ricordando, secondo le
circostanze, sia la gloria del Paradiso, sia la Passione del Salvatore. Aveva
l'occhio per le cose più minuziose del servizio, laonde le monache non sapevano
che pensare, vedendo questa santa compagna, tutta assorta in Dio e tutta
vigilante per le povere inferme. Ella le considerava come tempio dello Spirito
Santo, o come sorelle d'angeli. S'impose quasi un obbligo a servire due converse
affette di malattia cronica: l'una, Suor Carità, cieca: l'altra, Suor Mattea con
una piaga profonda nella gamba, da cui scaturiva marcio e vermi: tale ne era il
fetore, che si doveva tenere l'inferma in una cella lontana dalle altre.
Maddalena, imitando in questo l'esempio di altri santi, sotto l'impeto della
carità, ne baciò la piaga nettandola poi dai vermi e dal marcio. E così fece con
altre suore parimenti piagate e il Signore compensò il Suo sacrificio dando ad
alcune un'immediata guarigione.
Assisteva le più gravi e le moribonde senza prender riposo di notte, arrivando a
passare quindici notti, senza riposare sul saccone, contentandosi di appoggiarsi
su una sedia. Alle morenti era di gran conforto: le assisteva recitando ferventi
orazioni e non si dipartiva da esse: felici e beate si stimavano quelle che
morivano nelle sue mani. Spirate che fossero, rapita in estasi, vedeva il loro
stato: se in Purgatorio, non risparmiava lunghe orazioni, digiuni e penitenze,
cosicché molte anime per i suoi meriti furono ben presto scarcerate da quel
luogo di pena, e ammesse alla visione beatifica.
Tanto può la carità in un'anima infiammata d'amore divino!
CAPO SESTO
Suo zelo per l'osservanza del santi voti
e per la perfezione religiosa
Abbiamo visto come dal primo entrare in comunità, la Santa si fosse proposta
di ubbidire scrupolosamente. Sentiva in sé una grande gioia, sapendosi legata ai
santi voti e la sua ubbidienza fu volontaria, sincera, pronta, allegra e
perseverante. Volle anzi scegliersi una suora a cui assoggettarsi anche nelle
cose lecite della Regola. Quando non poteva ricorrere a detta compagna, chiedeva
l'ubbidienza persino alle sue novizie. Soleva dire che sebbene lo stato
eremitico fosse di grande perfezione, pur tuttavia ella avrebbe sempre prescelto
quello della vita comune, dove si ha agio di morire a se stessa, mediante
l'abnegazione della propria volontà: così in cucina, ubbidiva alla conversa che
la dirigeva, come avrebbe ubbidito alla Priora.
Anche nelle cose spirituali aborriva la propria volontà, essendo suo solito dire
che è amor proprio non voler ubbidire, quando i superiori vietano le austerità,
le orazioni e le penitenze: così dopo i sette anni passati a pane ed acqua, si
assoggettò all'ubbidienza che l'imponeva di cibarsi del vitto comune: inferma,
accettò, benedicendo Iddio, anche cibi delicati e medicine costose che le
venivano date in nome di questo santo voto.
Ubbidì sempre con volto ilare ed era tanto pronta ai minimi cenni, che anche
nell'estasi sentiva la voce della Superiora che la chiamava al servizio della
mensa: fu docilissima al precetto del Cardinale di Firenze, che le aveva imposto
di non rimanere digiuna più di ventiquattro ore, e al suo confessore che le
proibì di passare per il cornicione del coro, quando in estasi andava ad
abbracciare il Crocifisso, e le ordinò di servirsi della scala.
Non solo la sua volontà, ma anche il giudizio volle assoggettato al giudizio
della Superiora, riuscendo così ad acquistarsi il più alto grado di ubbidienza:
senza investigare la ragione, il fine, l'intenzione della Superiora, preferendo
senza contrasto la voce di questa, a quella stessa del Signore che, nelle
estasi, esigeva da lei, cose fuori dell'uso comune. Al fine della sua vita, le
fu imposto per ubbidienza, che aspettasse di morire, finché il Padre Confessore
non avesse finito la Santa Messa: il Signore l'aiutò in quest'ultima ubbidienza.
Angelica fu veramente la sua castità, perché nei quarantadue anni di vita, non
seppe che cosa fosse azione contro questa virtù, come lei stessa testimoniò
nella sua ultima infermità. Aveva tanto orrore per questo peccato, che si
trovava di aver discacciato il nemico da sé, prima che la tentazione l'avesse
assalita. La sua mente era talmente assorta in Dio, che non poteva capire la
natura stessa di queste tentazioni. Dopo i due anni di lotta ch'ebbe a patire
contro l'angelica virtù, benché il Signore l'avesse assicurata che in avvenire
sarebbe preservata da questo peccato e da ogni tentazione di tale sorta, pur
tuttavia non cessò di usare la massima cautela per intensificare in lei il senso
della purità. E baciava le mura del convento che la separavano dal mondo iniquo
e impuro. Mai si permise familiarità con alcuna persona sia fuori, sia dentro il
monastero, benché si trattasse di persone di alta spiritualità e confessava amar
meglio il fuoco del Purgatorio che il parlatorio : e quando vi doveva andare,
sembrava andasse alla morte. Non voleva che si scrivesse se non per necessità,
perché lo scrivere o il ricevere lettere rinfresca la memoria alle cose del
mondo.
Per zelo di purità non permise mai che altre creature amassero lei con amore
disordinato e alle novizie troppo affezionate, imponeva tali rigorose penitenze
fino a che non avessero deposto un affetto che sapeva di mondo.
Non toccava mai nessuno se non per stretta necessità, e quando nell'ultima sua
infermità, fu uopo che le consorelle la voltassero a un altro lato, disse più
volte: «Sorelle, se voi credete che il toccarmi in questo modo possa essere
contro la purità, lasciatemi stare che volentieri starò in questo tormento, e mi
lascierò inverminare in questo lato».
Non solo in sé, ma anche nelle altre fu gelosissima di questa preziosa virtù e
voleva che le sue novizie aborrissero le grate, ammonendole che: «il proprio
delle monache di S. Maria degli Angeli è di rattristarsi e non di rallegrarsi,
quando sono chiamate alle grate».
Così quel monastero poteva dirsi un giardino prediletto da Dio, di candidi
gigli.
Zelantissima fu per il voto e la virtù di povertà: sentiva in lei un sì grande
stimolo per questa virtù che doveva pregare il Signore che in questa la
moderasse: «O Dio mio, pregava, perché tanto mi stimolate ad essere povera per
Voi, poiché pur vedete che non mi è permesso l'andar mendicando di porta in
porta il pane, il che tanto mi farebbe piacere». E alle sue novizie: «Oh, che
grazia sarebbe la nostra, se andando a mensa non avessimo da mangiare, avendo
bisogno di riposo non avessimo letto da dormire, volendo mutarci o vestirci, per
la povertà della Religione, non ci fossero vesti da darci». Così si rallegrava
del freddo e di ogni altra necessità: «O ricca povertà, esclamava, che ci fai
possessori del Sommo Bene».
Il Signore volle che si esercitasse in una straordinaria povertà e perciò la
Santa scelse per sé, in un armadio di abiti vecchi, il più rattoppato e povero,
levò la materassa dal suo letto, sostituendolo con un duro saccone, e tra le
umili e povere celle delle monache, la sua fu la più squallida: né si permise
mai alcunché di superfluo. Alla mensa inventava tutte sorta di artifizi per
cibarsi di quel che rimaneva dagli altri piatti, come un'umile poverella a cui è
dato solamente cibarsi di quel che cade dalla mensa dei ricchi.
«Chi è possessore della povertà, ripeteva spesso, sempre pensa al povero Cristo»
e altre volte: «Ricordatevi che professate povertà ed i poveri, quando
accattano, stimano assai il trovare un tozzo di pane, ancorché secco». Essa
cercò con l'esempio e con le parole d'inculcare nelle religiose un grande amore
per questa virtù: ad una novizia che si asteneva dal portare un velo nero perché
non a suo genio, fece un'aspra riprensione e volle che per molti giorni ne
portasse uno ancor più vile e povero. Si rallegrava invece quando vedeva le
novizie amare le cose semplici e vili. E il monastero, sotto l'impulso di questa
santa, acquistò quel carattere di semplicità e di povertà, che tanto edifica le
persone secolari.
L'osservanza dei voti è un mezzo per arrivare alla perfezione: l'anima che con i
voti religiosi si è dedicata a Dio, deve tendere con tutte le forze verso di
essa. A che lasciare il mondo, se poi si perde di vista il fine delle religione,
che è appunto la perfezione religiosa?
Dai capi precedenti appare chiaramente come Maddalena progredisse a rapidi passi
nella via dello spirito: ella non fu restia alle divine ispirazioni e la grazia,
come preziosa rugiada, scese abbondante a irrorare quest'anima. Fu modello di
vita religiosa: alle sue figliuole lasciò consigli del più alto valore per
arrivare all'apice della perfezione religiosa. Brevemente ne accenneremo alcuni
dei più notevoli:
Questi consigli che a prima vista possono sembrare di grande semplicità, sono
difatti sostanzialmente molto profondi.
Alla comunità in genere ella raccomandava che le elezioni venissero fatte senza
alcun favoritismo di persona e che la povertà venisse gelosamente custodita.
Riguardo alla purità diceva: «Se l'occhio dei religiosi odierà tutto ciò che sa
d'impurità, il mio Dio, con l'occhio interno, farà loro vedere, gustare e
penetrare la sua grandezza, bontà e amore, come ha fatto ai santi; e li farà
partecipi dei suoi segreti, lasciandoli riposare sopra il suo petto, come il
puro Giovanni».
Per l'amor del prossimo: «Se i religiosi poi ameranno intensamente e santamente
il loro prossimo, il Verbo Divino starà sempre con loro in unione di grazia».
Per l'ubbidienza: «È necessario pregare perché il Signore dia tanto lume ai
religiosi, che possano rinunziare veramente alla propria volontà e osservare
ogni minima cosa della Santa Regola».
Quattro punti, che la Santa conobbe in un'estasi nell'amoroso Costato del
Signore, volle che fossero impressi nel cuore di coloro che entravano in
religione, come necessari per la perfezione: 1° Un ardente zelo per la
salute delle anime. 2° Studio e diligenza per l'uomo interiore. 3°
Studio e diligenza per rendersi atto a ricevere con frequenza i Sacramenti,
rendendo amore per amore. 4° L'osservanza perfetta nella povertà e
nell'umiltà. La Santa aveva scolpito nel cuore, e praticava perfettamente questi
quattro punti: specialmente riguardo all'umiltà arrivò ad un grado veramente
eroico e sublime. Per la superbia e l'ingratitudine, che diceva avere in sé,
ella si stimava simile ai demoni e indegna d'unir le sue lodi a quelle delle
Spose di Cristo, indegna dei sacramenti e delle grazie che Dio a profusione le
infondeva nel cuore, e solo degna di essere abbandonata dal Signore e lasciata
nelle tenebre dell'errore del peccato.
Simili pensieri in lei non erano frutti di astrazione e artificio, ma
procedevano dalla cognizione della limitazione, propria della natura umana, in
genere, e della sua in particolare : erano frutti anche di una fede sentita che
la spingevano a ricorrere quotidianamente ai nove cori degli Angeli, per
ottenere dal Verbo Divino una vera umiltà di spirito. Spontaneamente, senza
ombra di affettazione soleva dare a se stessa i titoli di « poverina di Dio,
vermicello e bacolino della terra». Al suo occhio non potevano sfuggire le
imperfezioni annesse alle sue buone azioni: per questo motivo stimava ch'esse
non valessero nulla e pregava con le consorelle : « Per amor di Dio, avvisatemi
se io ci ho fatto mancamento». Qualche suora allora per provarla nell'umiltà,
l'accusava di parecchie manchevolezze e la Santa, senza scusarsi, come colpevole
ne faceva la confessione pubblica e ne domandava perdono. Per umiliarsi baciava
la terra, dove le consorelle avevano tenuto i piedi e come S. Filippo Neri,
ripeteva: «Se Dio levasse da me la Sua mano, non sarebbe peccato sì grave che io
non lo facessi». E un'altra volta: «O benedette mura: se io fossi rimasta nel
secolo avrei commesso tante scelleraggini, che sarei morta per mano della
giustizia, sicché ho ragione di baciarvi». A una consorella disse: «Che direste,
o sorella, se voi vedeste or ora aprirsi la terra e inghiottirmi» Domandata da
una Suora se veramente avesse questo sentimento della sua miseria spirituale,
rispose: «L'ho in verità ed ho cagione d'averlo, perché se non ho fatto peccati
che mi hanno privato della grazia di Dio, è stato perché il Signore mi ha levato
l'occasione e mi ha ritenuta! Se altri avessero avuto da Dio i benefizi e le
comodità di fare il bene che ho avuto io, non lo avrebbero offeso come ho fatto
io, onde per la mia ingratitudine conosco che merito ogni gran castigo».
Chiamata dalla superiora, le si gettava subito ai suoi piedi come colpevole,
aspettando d'essere corretta e castigata.
Aveva paura che la sua presenza nel coro, fosse motivo che le preghiere delle
Suore non venissero accettate da Dio: «È un gran miracolo che io abbia a
comparire avanti alla gran purità di Dio», e le sembrava di udire una voce «sia
levata l'iniqua dalla compagnia delle Sante, perché la sua iniquità impedisce
che le orazioni delle altre, non entrino, come incenso, nel cospetto di Dio». E
temeva inoltre che il Signore, per i suoi peccati, non castigasse solamente la
sua comunità, ma anche severamente tutto il mondo.
Dalla porta del monastero, una volta, entrò un gran mastino che mise lo spavento
alle povere suore; la Santa gli si avvicinò e presolo per l'orecchio dolcemente
lo ricondusse fuori del recinto. Domandatele come avesse potuto aver tanto
coraggio, rispose con semplicità: «una bestia menava l'altra bestia ». E una
suora che le aveva chiesto se in sé sentisse vanagloria per le estasi che
venivano scritte dalle consorelle e da lei rivedute, si sentì rispondere :
«Tanto sento io di quello che mi avete letto, quanto se mi aveste letto di
qualsivoglia altro libro: riconosco solo avere avuto in me tali sentimenti e
intelligenze che avete letto».
Più volte si fece disciplinare dalle stesse novizie, e per umiliarsi ancor più,
quotidianamente manifestò ad una di esse, tutte le colpe, difetti e mancamenti
commessi nel corso della giornata. A una novizia che aveva un altissimo concetto
della sua santità, col permesso del Padre spirituale, si accusò di tutte quelle
gravi tentazioni, che aveva avuto nei cinque anni di prova, e seppe insinuarsi
tanto bene da farsi credere una grande peccatrice, tanto che la novizia
conturbata e tutta in pianto andò a sfogarsi presso Gesù Sacramentato che le
illuminò la mente sopra la grande umiltà e l'innocenza della sua maestra.
Fuggì le conoscenze dei grandi del mondo e solamente l'ubbidienza potè
costringerla ad accettare lettere e visite di alcune principesse e duchesse,
bramose di contemplare quel volto e quegli occhi, soliti a vedere le bellezze
del mondo di là.
L'umiltà, così disse in un'estasi, è la calamità che attira lo stesso Iddio
nell'anima. Il Signore non vuole unirsi con la creatura, se non la vede
totalmente annichilata: la Vergine SS. arrivò al completo annichilamento di se
stessa con quelle parole «Ecce Ancilla Domini». In un ratto, vedendo Gesù che si
umiliava lavando i piedi degli Apostoli, Maddalena proruppe in questi accenti:
«...O umiltà, come produci e nutrisci la purità. Tu, come Madre allatti i poveri
di spirito e li conduci sotto l'ombra del Verbo... e nel pellegrinaggio di
questa vita ci rendi pazienti e costanti... Nell'inferno ci saranno molte
vergini, ma non potranno già esservi condotte le anime umili che avranno questa
purità».
Nel noviziato volle che s'inculcasse profondamente questa virtù: «L'umiltà si
deve infondere, come olio in lucerna, nelle novelle piante della religione: e
siccome lo stoppino non può ardere senza olio, così le novelle piante non
daranno nella religione splendore di santità e perfezione, se ad ogni momento
non è dato loro notizie e se non sono provate in questa virtù dell'umiltà». E
soggiungeva: «Mai si queti alcuna nell'esercizio di questa virtù... l'umiltà è
una scala con tanti scalini, che mai si finirà di salire».
Così la Santa, in tutta la sua vita, dette ammirabili segni della più profonda
umiltà, cercando di modellarsi al Divin Maestro, che di se stesso aveva detto
ch'era mite e umile di cuore.
CAPO SETTIMO
Ultimi anni della Santa
e sua beata morte
Il Signore aveva promesso a Maddalena la grazia di un vero e nudo patire e
mantenne la promessa.
Nel 1602 un gran catarro l'oppresse in tal modo che rimase estenuata e tutta
stremata di forze: con tutto ciò continuò a menar la vita regolare e adempiere
fedelmente i suoi quotidiani doveri. Le sopraggiunse una febbre lenta che la
consumava tutta: durava somma fatica a salir le scale: non volle perciò
coricarsi, temendo che fosse una tentazione di amor proprio e di pigrizia
spirituale. Questo misero stato di salute lo durò fino al mese di Aprile 1603,
quando la rottura di una vena, cagionandole l'emottisi, la costrinse a tenere il
letto: essendo ciò accaduto alla presenza delle consorelle, dovette per
ubbidienza usare qualche rimedio. In Agosto s'incrudelì la malattia tanto a
ridurla in fin di vita: ma pian piano si riebbe. L'anno seguente 1604 volle fare
il digiuno quaresimale, che non finì, perché la Domenica della Passione ebbe un
attacco violentissimo, che le cagionò un indicibile patire.
Ella amava il patire e lo preferiva alla stessa morte. «Pati, non mori»,
così ripeteva spesso in mezzo alle più atroci sofferenze: ella comprendeva a
fondo il mistero del dolore, il dolore doveva purificare la sua anima, il dolore
la rendeva simile alla Vittima Divina. E non era solamente il dolore fisico, ma
e specialmente quello morale: il 24 Giugno dello stesso anno, in un'estasi che
durò otto ore di seguito, il Signore le mostrò la grave infermità che doveva
sopportare e la grande desolazione di spirito ch'Egli le preparava: ai frequenti
ratti seguì la più cupa aridità che confinava alla disperazione. Ma la
verginella, pur soffrendo intensamente, si abbandonò nelle mani di Dio, e questo
suo intero abbandono nella volontà del suo Signore fu una delle più fulgide
glorie del suo interno martirio.
In Ottobre si ebbero le elezioni delle Superiore: le monache desiderando avere
la Santa come Priora, pensavano ad ottenere la dispensa per motivo di età.
Questo lor pensiero venne all'orecchio di Maria Maddalena, che le scongiurò con
le lacrime agli occhi, di non eleggerla, adducendo lo stato precario di sua
salute. Si convinsero le religiose: però, lasciato l'Ufficio di Maestra delle
Novizie, dovette assumere quello di Sottopriora. Ma ecco che di nuovo infierì il
solito morbo: catarri, tosse e febbri altissime: vomiti di sangue e acutissimi
dolori di capo: vi si aggiunse un dolore di denti, così atroce da non poter
chiudere bocca, né stringere i denti, né masticare: quasi tutti i denti le
cascarono e quelli che le rimasero, le dettero tanto tormento che fu uopo
cavarli tutti: questo strazio dei denti le durò tutti i due anni che ebbe ancora
di vita.
L'acerbo dolore le strappava le lagrime, poi temendo di aver offeso Iddio, ne
domandava perdono e si rivolgeva alle Suore per ottenere dal Signore la virtù
della pazienza. Tutte le membra erano inoltre martoriate dal morbo: non le
rimaneva che pelle ed ossa: un povero corpo piagato da capo a piedi. Stupiti, i
dottori non potevano spiegarsi, come mai avesse potuto sopravvivere a tante
pene. La povera inferma rivolgeva lo sguardo al Crocifisso e con grande
rassegnazione diceva: «Signor mio, se Voi non mi date aiuto e vigore, non può il
mio corpo soffrire tante passioni».
A lei così attiva costava molto dover rimanere a letto senza far nulla : ma
quantunque derelitta da Dio, come il Salvatore nel Getsemani, si assoggettò con
ammirabile pazienza e rassegnazione ai divini voleri e si offrì al Signore con
queste parole: «O Signore, se ti piace che io stia in questo letto penando fino
al dì del Giudizio, sia fatta la tua volontà». E al Padre spirituale così
diceva: «Sappiate Padre, che non ho parte del corpo mio, che non sia piena di
dolori, ma sento gran pace e quiete di cuore nella volontà di Dio». Una
consorella la sentì dolcemente cantare le parole di S. Francesco: «Tant'è il
bene che io n'aspetto, ch'ogni pena m'è diletto».
Dal suo volto spirava una luce angelica non turbata dalla minima ombra di
alterazione. E in tutto quel tempo di malattia, non volle giacere se non sul suo
saccone di paglia con le lenzuola e la tonarella di lana.
In mezzo ai dolori non dimenticò di confortare i tribolati, rimanendo essa, come
prima, il rifugio di tutte le tentate e travagliate del monastero e perciò
continuò a dare istruzioni, correzioni ed emendazioni alle consorelle su cui era
stata posta direttrice.
Piena di umiltà chiese ed ottenne di poter intervenire al capitolo delle colpe:
fu trasportata in un lettino davanti a Gesù Sacramentato e qui arrivata, si
gettò ginocchioni davanti alle consorelle, domandando perdono del grave scandalo
dato in vita: tale era la compunzione con cui si accusava, che le monache non
poterono trattenere le lagrime.
Il 13 Maggio 1607 si sentì notevolmente aggravata: volle intorno a se le suore,
a cui raccomandò vivamente l'osservanza della Regola, la santa Povertà e
semplicità del Monastero e la carità vicendevole : domandò ed ottenne l'Estrema
Unzione, che ricevette con grande pietà. Fu questo sacramento che l'aiutò negli
ultimi dodici giorni di vita a sopportare i dolori che arrivarono ad un'acutezza
non ancor provata. Sentendosi venir meno la pazienza, si raccomandò vivamente
alle Suore, promettendo loro che le avrebbe ricordate ed aiutate dal Cielo.
Anche tra questi spasimi trovò parole di conforto e di sollievo per le
consorelle. Con somma umiltà confessò al suo Direttore Spirituale: «Io non mi
ricordo aver mai fatto nulla senza ubbidienza, ma sempre mi sono lasciata
guidare semplicemente dall'ubbidienza dei miei superiori, e in tutte le mie cose
non ho avuto altro nella mente, se non la presenza di Dio». Tutto il suo
contegno dava chiaramente a vedere ch'ella si struggeva di desiderio di vedersi
sciolta dal corpo per unirsi con Dio.
Permettendo Iddio che si trovasse in grande aridità di spirito, si fece leggere
dalle consorelle il Passio, i Salmi Penitenziali ed il Simbolo suo prediletto
Atanasiano.
La mattina del suo transito, il confessore si era preparato per celebrare la S.
Messa, quando fu chiamato in fretta, perché la santa era sul punto di spirare.
Ma il sacerdote non volle differire il S. Sacrifizio e per mezzo della
Sagrestana mandò a dire alla Superiora: «Dite a Suor Maria Maddalena che,
siccome è stata ubbidiente in vita, così ancora lo sia in morte e che m'aspetti
fin tanto che io abbia detto la S. Messa e comunicate le monache». La Santa che
era per spirare, alla parola della Superiora si riebbe come da un lungo sonno e
disse sorridendo il suo caro motto «Benedutus Deus», domandò un sorso d'acqua, e
venuto il confessore, dopo un'ora e mezza nella più grande quiete, il 25 Maggio
del detto anno 1607, placidamente spirò. Aveva 41 anno: ne aveva passati 24
nella religione.
Nei nuovi albori della Gerusalemme celeste, il gran mistero della Santissima
Trinità si era schiuso agli occhi del suo spirito: la visione beatifica !
L'Umanato Verbo aveva apèrto il suo Costato e la colomba vi si era rifugiata:
non più croci né patire, ma l'immersione nella vampa d'amore infinito e
incommensurabile del Cuore di un UomoDio.
La spoglia mortale riposava stanca del lungo viaggio terrestre sull'umile bara
serenamente. Lo sguardo era spento, ma le labbra erano atteggiate al sorriso
come partecipi della gioia dello spirito; un leggero biancore d'avorio era
diffuso sul suo volto: Non era la morte col suo rigido silenzio, ma un transito
glorioso di un'anima beata.
Il popolo che intuisce la santità accorre festoso: non è lutto, ma gioia dello
spirito che nei resti mortali ammira la Mano Onnipossente che dal limo della
terra innalza le sue creature alle altezze immortali. È la Santa, è l'Estatica,
ed ognuno vuoi portar seco almeno un fiore che abbia toccato il sacro corpo:
mani indiscrete tentano di arrivare agli indumenti: è uopo mettere dei custodi
presso la bara. Fu una lunga processione di gente e solamente a ora tarda si
poterono chiudere le porte della Chiesa. Rimasero vicino alla bara un Padre
Gesuita e altre poche persone. Questo Padre rimirava quel volto così santo,
quando ad un tratto, senza che nessuno lo toccasse, lo vede volgersi all'altro
lato. Stupito, il Padre si volge intorno e scorge un giovane a lui ben noto per
la sua vita licenziosa. Con fare risoluto gli si avvicina e gli dice: «Guarda
quello che ha fatto questa santa vergine: credo che l'abbia fatto per te». Il
giovine, atterrito, aveva visto lo strano fenomeno, e colpito dalla grazia,
detesta le sue colpe e fa un fermo proposito di emendarsi. La conversione d'un
peccatore, ecco la prima grazia che ottenne nel Cielo Maria Maddalena dal
Redentore!
La sacra spoglia fu rivestita di un abito di seta e deposta in una cassa di
legno, fu calata sotto terra dietro l'altar maggiore della Chiesa. Essendo il
luogo, dove era stata sepolta, umidissimo, si pensò un anno dopo, il 27 Maggio
1608 a dissotterrarla, e oh stupore! Mentre la cassa e gl'indumenti colavano
tutti acqua dalla grande umidità, il corpo della Santa fu ritrovato incorrotto
ed intero: solamente la faccia era un po' annerita, come anche i piedi:
l'estremità del naso e del labbro inferiore erano alquanto incenerite. Una soave
fragranza esalava da tutto il corpo.
Rivestiti di un nuovo abito di seta, i suoi resti mortali furono deposti
provvisoriamente in una nuova cassa ma mentre si apparecchiava a trasportarli in
luogo più decente, ecco un nuovo fenomeno: dalle ginocchia in giù colava un olio
misterioso, impregnato d'un soavissimo odore. Fu creduto al miracolo e la stoffa
bagnata in quell'olio, fu ritenuta come preziosa reliquia: quest'olio continuò
ad estrinsecarsi per ben dodici anni, dal 1608 al 1620. Dopo diligenti indagini,
i Cardinali della Sacra Congregazione dei Riti, dichiararono, tanto la
fragranza, quanto l'olio non avere spiegazione naturale, ma esser questo un
fenomeno meraviglioso e miracoloso.
Non è il fine di questa modesta biografia, enumerare i molti miracoli operati
dopo morte dalla Santa a Firenze, sua patria, a Lucca, a Parma e in altri
luoghi.
Quando il 18 Maggio 1626 fu dichiarata Beata, Maria Maddalena volle fare al suo
caro monastero un piccolo regalo: miracolosamente l'olio delle otri si
moltiplicò. In quell'occasione, il suo sacro corpo, adagiato in una nuova urna,
si alzò alquanto e il volto si curvò verso i fedeli in modo che tutti potessero
rimirarlo.
Nel 28 Aprile 1669 fu canonizzata da Clemente IX, dell'illustre famiglia
Rospigliosi. Anche in questa occasione la Santa non dimenticò il suo monastero:
la farina aumentò misteriosamente nei trogoli e il pane di quella misteriosa
farina, dispensato largamente anche agli infermi, rinnovò la serie dei miracoli
con meravigliose guarigioni.
Gloriosus Deus in sanctis suis. Veramente glorioso è Iddio nei suoi
santi. Maria Maddalena lasciò ai suoi contemporanei, un gran concetto della sua
santità; la devozione che per Lei si ebbe in quei tempi, non ha forse uguale se
non con quella dimostrata, ai nostri giorni, per l'altra più giovine Carmelitana
di Lisieux. Il mistero delle due sante, è la loro piccolezza cioè, la loro
profonda umiltà e semplicità: contemplando e paragonando le due Vergini del
Carmelo, dobbiamo dire che Fanello che le congiunge nella santità, è l'Infanzia
spirituale; esse si sono gettate come infanti nelle braccia di Gesù e Gesù ha
preso possesso delle loro anime, lasciando in esse, visibile agli occhi del
mondo, il sigillo del suo dominio e della sua presenza.
Dici, o lettore, che hai letto questa vita, che non è per tè, perché non puoi
conseguire tanto? Ebbene, confida in Dio, contemplaLo Padre amoroso e gettandoti
nelle Sue braccia, sentirai sulla tua fronte il soavissimo bacio d'amore e di
pace: esso ti sarà pegno di ulteriori ed infinite grazie.
Mentre le sacre spoglie di Maddalena, aspettano lo squillo della Gran Tromba,
Ella vive e beata contempla nel Cielo.
O Maddalena, benedici il pio lettore, e ricorda chi ha voluto in brevi cenni
rievocare la tua dottrina e la tua santità.