Profilo biografico

di madre M. Crocifissa Curcio

 

 

 

1.       contesto storico-ambientale del periodo nel quale visse madre maria crocifissa curcio

A - Ambiente politico

B - Ambiente religioso

C - Ambiente socio-economico-culturale

 

 

2.       esposizione della vita e dell'opera dI MADRE M. CROCIFISSA nel contesto siciliano

A - La famiglia

B - Ambiente religioso, storico, economico e sociale

C - Nascita e prima infanzia

D - Primo impatto con la spiritualità Carmelitana (a 11 anni)

E - Iscrizione al T.O.C. (a 13 anni)

F - Esperienza dalle Domenicane. Primo incontro con mons. G. Blandini

G - Secondo e terzo incontro con Mons. G. Blandini

H - Priora del Terz'Ordine Carmelitano e animatrice delle compagne nella casa paterna

I  - Prima relazione con l'Ordine Carmelitano, incomprensioni e difficoltà a Ispica, visita del P. Bagnoli

M - Nuova sede della prima comunità a Modica sotto la direzione del can. Vincenzo Romano
N - Tentativi per dare solide basi alla fondazione. Esperienza a Campi Bisenzio

O - Morte di Mons. Blandini. Primi approcci con Mons. Giuseppe Vizzini

P - Ottima conduzione del Conservatorio "C. Polara". Lo Statuto

Q - Contatti con l'Ordine Carmelitano: P. Alberto Grammatico. Guida spirituale di don Piscitello.

R - Padre Lorenzo van den Eerenbeemt. Un ideale in comune

S - 1924, Tempo di maturazione. Una speranza, l’Arenella

T - 17 Maggio 1925: Canonizzazione di S. Teresa G. b. . Permesso orale ad experimentum

 

 

3.       la fondazione nel nuovo ambiente laziale negli anni '20 - '40

A - Contesto storico-geografico-sociale

B - Santa Marinella: due castelli, una città

C - La Diocesi di Porto e S. Rufina

 

 

4.         nascita e sviluppo della fondazione

A - Anno 1925

B - Anni 1926 - 1928, prime aperture di nuove comunità

C - Anno 1929, la grande prova

D - Anno 1930, erezione diocesana dell'Istituto e approvazione delle Costituzioni

E - Relazioni dell'Istituto con la Diocesi di Noto

F - Sviluppo della fondazione

 

 

1.       contesto storico-ambientale del periodo nel quale visse madre maria crocifissa curcio

 

A - Ambiente politico

 

              La Rivoluzione francese aveva prodotto in Europa e anche in larga parte dell'Italia un profondo mutamento economico, sociale, civile e religioso. Nell' '800 si fanno strada i fenomeni dell'industrializzazione e dell'urbanesimo; la rivoluzione industriale ingenera straordinaria rapidità di sviluppo e di cambiamento dei mezzi di produzione e dei rapporti sociali.  

              Il secondo decennio del secolo XX vede lo scoppio del primo conflitto mondiale, al quale dopo pochi anni segue il periodo della dittatura fascista.

              Nel maggio 1939 Hitler stringe con l'Italia il patto politico-militare detto "d'acciaio" e il 3 settembre dello stesso anno scoppia il secondo conflitto mondiale, al quale l'Italia prende ufficialmente parte nel 1940.

             Dopo l'8 settembre 1945, con la firma dell'armistizio, l'Italia tenta di risollevarsi dalle rovine della guerra. Nel 1946 il popolo italiano è chiamato a scegliere, con referendum, tra monarchia e repubblica: è il primo suffragio al quale partecipano anche le donne. Si sceglie la forma repubblicana. Nel successivo 1948 viene promulgata la Costituzione della Repubblica Italiana. Seguono gli anni della ricostruzione, degli aiuti da parte delle Nazioni Alleate, in particolare con il piano "Marshall", e del boom economico.

 

 

B - Ambiente religioso

 

             La Chiesa di fine '800 si dibatte nello sforzo di salvare le strutture della società, passando faticosamente dall'ideologia della Restaurazione, che la legava strettamente allo Stato, "braccio secolare", sempre ingerente nella vita di essa, ad un orientamento politico in cui prevalgono i principi di separazione, che, se procurano frequenti ostilità tra le due istituzioni, tuttavia facilitano alla Chiesa l'assunzione di un atteggiamento più rispettoso e soprattutto più libero da preoccupazioni temporali.

            I Pontefici che si susseguono segnano con incisività la storia religiosa di questi anni: Pio IX (1846), chiamato ad affrontare l'insolubile "Questione Romana". Nel 1854 proclama il Dogma dell'Immacolata Concezione; nel 1864 pubblica il Sillabo con cui condanna le idee del pensiero moderno; nel 1869 con la Costituzione "Pastor Aeternus" apre il Concilio Ecumenico Vaticano I che proclama il primato di giurisdizione del Papa e la sua infallibilità personale nelle definizioni ex cathedra.

            Leone XIII (1878) è il Pontefice della grande enciclica sulla questione sociale "Rerum Novarum", nella quale per la prima volta vengono presi in esame e difesi i diritti inviolabili e fondamentali di ogni uomo lavoratore.

            Pio X è il grande Legislatore che riordina tutta la normativa disseminata nelle Decretali dal tempo di Sisto V (1587), accogliendola in un unico testo. A lui si deve la sintesi della dottrina cattolica nel Catechismo.

            Benedetto XV nel 1917 promulga il Codice di Diritto Canonico. 

            Pio XI, oltre ai gravi problemi di ordine politico che deve affrontare, si occupa della formazione del clero e della ripresa spirituale di tutta la Chiesa, proponendo eccelse figure da imitare nella via della santità, tra le quali S. Teresina, che chiama "Stella del suo Pontificato" e che più tardi confermerà quale Patrona della Congregazione fondata dalla Serva di Dio.

           Pio XII (1939) è il Pontefice chiamato a governare la Chiesa negli anni duri della II guerra mondiale. La sua azione si volge a tre scopi principali: il pronto ristabilimento di una pace giusta e onorevole per tutti, la limitazione del conflitto, l'aiuto alle vittime della guerra. Condanna apertamente il contenuto ideologico del comunismo e la sua influenza atea in Europa e nel mondo; spiega tutte le sue energie per stimolare la comprensione delle Nazioni più prospere in favore di quelle più povere, soprattutto illustrando e propugnando la dottrina sociale cattolica (Cfr Enciclopedia Cattolica, Roma 1952, pp. 1510-1550).

           In questo periodo la vita religiosa, dopo una profonda crisi, si va riprendendo, anzi la vera novità è l'irrompere in essa di un ingente numero di Congregazioni femminili di vita apostolica. La maggior parte di esse si dedica all'assistenza ai malati, alle scuole, all' educazione giovanile, con un'aperta sfida al laicismo  (cfr MARTINA G. , Storia della Chiesa, Roma, 1980, pp. 423 ss.) .

 

 

C - Ambiente socio-economico-culturale

 

             "Al principio del sec. XX il lavoro viene considerato entro la prospettiva etica e di diritto naturale, come diritto al sostentamento per il lavoratore, e, in un periodo successivo, anche della sua famiglia. Pio XII accenna al lavoro come mezzo indispensabile al dominio del mondo. Verso gli anni '50 autori cattolici (M. D. Chenu, E. Mounier, J. Maritain, P. Teilhard De Chardin) riconoscono che col lavoro l'uomo fa evolvere il mondo e con ciò stesso egli si compie socialmente. Il lavoro è fattore di umanizzazione, diventando il perno di una socializzazione grazie alla quale l'umanità supera una tappa decisiva nella sua marcia collettiva" (M.D. Chenu, Per una teologia del lavoro, Torino 1964, p. 38).

             Prevalente è l'interesse per i poveri e le attività educative sono orientate principalmente alla promozione dei ceti popolari. Le finalità di fondo sono uguali per tutte le Congregazioni: evangelizzazione e istruzione religiosa, difesa e promozione della fede attentata dalla Massoneria, dall'anticlericalismo ufficiale, dalla diffusione del socialismo e delle idee laiciste.

             L'impegno cattolico nel campo della scuola è esigito dal processo di alfabetizzazione che s'intensifica ancor più a partire dal nuovo secolo. L'uso sociale dell'istruzione favorisce prevalentemente le classi urbane, pur partendo ugualmente dai Comuni la domanda dell'istruzione.

 

 

 

2.       esposizione della vita e dell'opera dI MADRE M. CROCIFISSA nel contesto siciliano

 

A - La famiglia

 madre M. Crocifissa nel 1930

            Per comprendere meglio la figura di madre M. Crocifissa, è importante conoscere la famiglia e l'ambiente familiare nel quale ella nacque e fu educata.

             I suoi genitori sono di estrazione sociale medio-borghese:

- Salvatore Curcio il padre, Ufficiale Postale del Circondario di Ispica (RG), discendente da generazioni di notai, avvocati e farmacisti;

- Concetta Franzò la madre, discendente dei Baroni Franzò di Modica.

            Hanno contratto matrimonio a Modica, il 22 marzo 1864.

 

            Dalle testimonianze apprendiamo che

           "Apparteneva ad una famiglia di ceto borghese con condizioni economiche piuttosto buone, con un grado di cultura elevato. Parlando della sua famiglia ricordava con venerazione la mamma, come donna saggia e profondamente cristiana; il papà invece, incarnava per lei l'autorità, e questo suo atteggiamento di austerità la faceva soffrire. I suoi rapporti con gli altri familiari erano affettuosi e gioiosi"  (Summ. Teste LXIV) .

  

            "La famiglia apparteneva ad un ceto medio borghese, con un livello economico e culturale buono. La Serva di Dio raccontava di essere molto legata ai fratelli e alla mamma, e con tutti i fratelli combinava molte birichinate; nell'insieme era una famiglia molto unita"  (Summ. Teste XIX) .

  

 

Il Padre, Salvatore Curcio

 

             Nato a Spaccaforno (RG) il 27. 1. 1842 da Francesco e Giuseppa Bruno. E' la stessa Madre nel suo Quaderno di ricordi a parlarne:

             "Alcuni dei parenti volevano ad ogni costo farmi seguitare a studiare, il padre si oppose, [...] era troppo rigoroso, neanco in casa permetteva di seguitare a studiare, né musica come era mio vivo desiderio, né altro, perché era convinto che per la donna le sole scuole elementari bastano, e poi istruirsi nei lavori e doveri di una buona figliola, nella stessa famiglia, sotto la materna vigilanza, le donne istruite spesso sono causa di molti mali nelle famiglie, ci ripeteva quando desideravo persuaderlo di farmi seguitare a studiare"  (C. P. vol. XII, pp. 2198-2169) .

 

             "Da una conversazione con i parenti e precisamente con Dina Curcio, che ancora ricorda quanto il papà, fratello della Serva di Dio, raccontava ai figli, emerge una figura molto austera, dai principi irremovibili, e dalla comunicazione difficile. Sembra che questo fratello della Serva di Dio, Federico, abbia sperimentato in modo particolare la severità del padre, quando, una sera, rincasando qualche tempo più tardi del previsto, abbia trovato la porta chiusa, e allora fu inutile ogni tentativo conciliante della mamma"  (cfr COLOMBO M., Pedagogia e tensione educativa della Serva di Dio Madre M. Crocifissa Curcio, in Atti Convegno '90, Madre M. Crocifissa Curcio un dono dello Spirito al Carmelo, p. 184) .

 

             Nell'esame grafologico fatto eseguire ai fini della Causa su un campione di scritti della Serva di Dio si afferma che:

             "Nell’inconscio della Scrivente le due immagini parentali appaiono introiettate con qualche problema di reciproca integrazione, soprattutto per una figura maritale, il padre, dominante e contenutiva della spontaneità del gruppo familiare. La Scrivente bambina ha molto ricercato il coinvolgimento emotivo-affettivo della figura paterna, ma è rimasta sempre in questa attesa. In più, per i suddetti motivi, l'ha percepita come ostacolo al suo libero movimento espansivo, sicché le è rimasta dentro un’inconscia sensazione di ostacolo... Ancora da adulta sente che per realizzare e realizzarsi deve sempre in certo qual modo superare i limiti imposti da questo invisibile ostacolo" (C. P., Esame Grafologico, p. 16) .

 

               Anche le testimonianze confermano quanto emerso dall'esame grafologico:

               "Il papà era molto severo e rigido e non le permise di continuare a studiare oltre le elementari. Egli era un ufficiale postale. I fratelli maschi, invece, hanno studiato tutti, e so che uno è diventato preside della facoltà di Lettere di Catania, e un altro medico" (Summ. Teste XIX) .

 

 

 La madre, Concetta Franzò

 

                 Nata a Modica (RG) l'8. 12. 1841 da Antonio e Clementina Pluchinotta.

 

                Nella famiglia quindi, si gode, per fortuna di una presenza materna profondamente umana e ricca di vitalità. Il fratello della Serva di Dio, Federico, ne parla ai figli come di una mamma santa, che sapeva condurre la vita familiare, pur tra le più ardue difficoltà, in un clima di serenità e di gioia.

               L'esame grafologico conferma la difficile situazione in cui era costretta a vivere la mamma, e di conseguenza anche la bambina, sin dal seno materno:

               "L'analisi del tipo costituzionale della Serva di Dio vede che il periodo prenatale non è stato emotivamente sereno per la madre gestante [...] dal contesto non vanno escluse motivazioni di ordine affettivo e di sicurezze nell'affrontare questa maternità. Fortunatamente emerge che la madre dispone di buona vitalità e coscienza" (C. P. Esame Grafologico, vol. XIII, p. 2552).

 

               Sarà anche grazie a questo contrasto che in Rosa prevarrà il mondo spirituale su quello materiale, il sentimento sull'aggressività nel superare gli ostacoli, il dare maggior spazio al bisogno di risolvere i problemi più attraverso la conciliazione (ma senza debolezze) che attraverso il contrasto.

               Da qui anche deriverà la sua predisposizione alla poca resistenza fisica ad agenti patogeni - afferma il Grafologo - soprattutto quando le situazioni dovessero metterla a dura prova e crearle motivi di ansia  (C. P. Esame Grafologico, vol. XIII, p. 2552) . Rosa infatti, in tutta la sua esistenza sentirà il peso del suo fragile fisico.

                Da tutto ciò emerge che l'ambiente evolutivo:

               "Non appare veramente ostile nei suoi confronti, però nemmeno veramente favorevole per la sua serenità... Esso si rivela molto esigente nel proporre valori, in sé anche positivi, comprese certe esigenze estetiche di comportamento, ma indubbiamente molto frenanti la spontaneità espressiva [...] I canoni educativi potevano avere anche fondamentali principi morali, ma è evidente che non erano esenti da moralismi e convenzionalismi contrari alla vera libertà di spirito  (C. P. Esame Grafologico, vol. XIII, p. 2551).

 

 

I figli

 

Dal matrimonio di Salvatore e Concetta nascono dieci figli:

 

Francesco              n. il 27. 12. 1865                   battezzato il  30. 12. 1865

Clementina             "  " 29. 3. 1867                       "        "           30. 3. 1867

Gaetano                  "  " 31. 12. 1868                     "        "            4. 1. 1869

Anna                       "  " 27. 1. 1871                       "        "             6. 2. 1871

Giuseppina             "  " 9. 11. 1872                       "        "            10. 11. 1872

Federico                 "  " 15. 3. 1875                       "        "            16. 3. 1875

ROSA                     "  " 30. 1. 1877                      "        "           31. 1. 1877

Carlo                      "  " 18. 6. 1879                       "        "           20. 6. 1879

Mariannina              "  " 5. 2. 1882                         "        "              9. 2. 1882

Antonino                 "  " 1. 6. 1883                         "        "             6. 6. 1883

 

         Sono stati tutti battezzati dallo zio Sacerdote don Antonio Curcio, canonico della Chiesa Madre di Ispica, autorizzato dal Parroco pro-tempore (C. P. vol. V, Relazione Storica, p. 25).

                 

 

 

B - Ambiente religioso, storico, economico e sociale

 

         Prima d'inoltrarci a fondo nella vicenda umana e spirituale di Madre Crocifissa Curcio ci sembra importante soffermarci ancora brevemente a cogliere alcune coordinate dell'ambiente siciliano nel quale ella nasce e fiorisce come persona e come consacrata.

         Per quanto riguarda il contesto religioso e i rapporti tra Chiesa e società nella Sicilia di fine '800, dobbiamo dire che la Chiesa siciliana, la quale non aveva conosciuto le conseguenze della rivoluzione francese, non era però rimasta estranea alle novità della Restaurazione, mentre non pochi del clero avevano salutato con simpatia i fatti del 1848 e gli eventi del 1860. Ma dopo l'unità risulta vincente, nel secondo '800, il modello ecclesiologico romano, per cui si rinsaldano i legami di dipendenza disciplinare, spirituale e culturale con Roma. Ciò produce nella Chiesa isolana un nuovo impulso per una rinnovata azione pastorale e per la promozione, alla fine del secolo, del movimento cattolico (BORZOMATI P., Chiesa e società in Sicilia tra '800 e '900, aspetti e momenti, in Atti Convegno '90, o. c., pp. 13-20) .

         In questi anni si concretizzano in Sicilia vigorose testimonianze di servizio per l'impegno soprattutto delle nuove congregazioni religiose, anche se questa primavera della vita religiosa vede un netto ritardo nell'isola rispetto al nord d'Italia, in cui tale evoluzione si era già verificata durante la Restaurazione. Ritardo dovuto al fenomeno delle monache di casa, inesistente al nord, e al fatto che la Sicilia scopre di essere fuori dallo sviluppo capitalistico solo in seguito al pauperismo della post-unificazione  (FALZONE M. T., Presenza sociale degli Istituti religiosi nelle realtà siciliane (1890-1920), Estratto dal volume Chiesa e società urbane in Sicilia (1890-1920), Atti Convegno di studio Catania, 1990, pp. 243-285).

         Per quanto riguarda Ispica in particolare, la soppressione del convento del Carmine ferì profondamente il sentimento religioso del popolo ispicese che con tanto sacrificio aveva ricostruito la chiesa della Patrona e lo stesso convento dopo il terremoto del 1693. Il tempio carmelitano venne conservato al culto. L'ex convento invece nel 1868 (al tempo del colera) fu adattato ad Ufficio del Registro, poi a sede delle scuole statali. Agli inizi del nostro secolo per consiglio del domenicano P. Timoteo Longo l'ex convento venne acquistato dalle Suore Domenicane del Sacro Cuore (allora Terziarie Domenicane) che vi iniziarono un fiorente apostolato tra le fanciulle e le giovani ispicesi con orfanotrofio.

         Il culto alla Patrona Civitatis per 80 anni  (1869-1952) venne mantenuto con zelo encomiabile dai vari Rettori della chiesa. Essi venivano nominati dal Sindaco e confermati canonicamente dal Vescovo di Noto. Due anni prima della nascita di Rosa Curcio, il popolo ispicese con referendum popolare del 1875, tramite il Vescovo di Noto, otteneva dalla S. Sede la conferma pontificia a Patrona principale della città, della Beata Vergine Maria del Monte Carmelo (3 giugno 1875) (C. P. vol. V, Relazione Storica, p. 21) .

   

         "Il convento carmelitano di Spaccaforno, nel quale si osservava il quarto voto di vita comune, era economicamente il più ricco del piccolo paese. Nonostante la presenza in esso di altre case religiose (PP. Cappuccini e Minori osservanti, eremiti delle Grazie e Monache Benedettine) era destinatario di un numero molto rilevante di doni, benefici, pii legati ecc. Al momento della soppressione degli ordini nel Regno d'Italia, vi dimoravano quindici frati (sacerdoti e laici professi). Da allora la chiesa del Carmine divenne proprietà del Comune e fu officiata dal clero secolare; il convento, invece, fu venduto all'asta dallo Stato e dopo vari passaggi di proprietà, nel 1935 fu venduto ad alcune religiose che nel 1955 lo donarono al proprio istituto di Domenicane del S. Cuore di Gesù, che vi dimoravano già dal 1891  (ARMINIO L., Spaccaforno nel secolo decimonono, vol. 2°, Comune di Ispica 1985, pp. 78-87) .

 

         Primo direttore del rinato T. O. C. (Terz'Ordine Carmelitano) nel 1892 fu il Rettore can. Carmelo Rizza.

         Nel 1885 Ispica conta 5.263 anime, quattro chiese aperte al culto e servite da 19 sacerdoti del clero diocesano e regolare, essendo parroco della chiesa madre l'arciprete can. Salvatore Vella.

         Nello stesso anno il vescovo di Noto, mons. Giovanni Blandini, predica all'Annunziata di Ispica un solenne triduo che conclude il 14 novembre inaugurando l'altare della Madonna della Medaglia Miracolosa. Così il popolo ispicese scioglie il voto di gratitudine alla Vergine per aver risparmiato il paese dal morbo asiatico che nel 1855 si era diffuso in tutta la Sicilia.

processione del Cristo alla Croce, Ispica venerd' santo 2003         Il popolo nutre anche una intensa devozione per la Passione del Signore (Cristo alla Croce venerato nella chiesa dell'Annunziata e Cristo flagellato alla colonna, venerato nella chiesa di S. Maria Maggiore). (C. P. vol. V, Relazione Storica, pp. 26-30) . E' a queste fonti che Madre Crocifissa attinge e da questa pietà popolare prendono forma i connotati caratteristici della sua spiritualità: amore all' Eucaristia, al Servo Sofferente, alla Madonna del Carmelo.

 

         Volendo gettare un'occhiata non furtiva al paese natale della Madre, sappiamo che Spaccaforno (cittadina in provincia di Ragusa, nella Sicilia sud-orientale, distrutta dal terremoto del 1693 e riedificata in collina a 700 m. sul livello del mare) dopo lo sbarco di Garibaldi a Marsala il 15. 5. 1860, insorse e ben 12 furono i "picciotti" ispicesi reclutati da N. Fabrizi. Il 21 ottobre i cittadini maggiorenni maschi con 1106 voti su 1128 iscritti votarono l'annessione al Regno d'Italia. Ma ben presto all'entusiasmo seguì la delusione e il malcontento popolare. Il ripristino della tassa sul macinato provocò nel 1868 tumulti subito repressi.

         Nel 1861 la popolazione ispicese era di 7539 abitanti. La popolazione era concentrata in paese. In tutto il territorio non esistevano villaggi né ville. L'impaludamento, l'aria malsana e lo spopolamento della campagna raggiunse quote elevate.

         Negli anni 1866-'67 entrarono in vigore le leggi di soppressione delle corporazioni religiose e di espropriazione dei beni ecclesiastici. Vennero chiusi i conventi dei Carmelitani, dei Cappuccini, dei Frati Minori e delle Benedettine; i beni mobili e immobili incamerati vennero ceduti al Comune. La vendita dei terreni e dei fabbricati, all'asta o per trattativa privata, vide prevalere i possidenti sulla povera gente. Per delibera municipale del 4. 9. 1868 rimasero aperte al culto soltanto le chiese conventuali del Carmine e di S. Maria di Gesù.

         Gli anni 1870-'90 furono difficili per la rilevante differenza sociale tra i pochi proprietari e la massa dei contadini poveri. La miseria era divenuta endemica, aggravata dalla malaria che nel 1905 raggiunse la mortalità del 5, 54%. I salari erano miseri e l'usura opprimente; mancava il lavoro e molti erano costretti ad emigrare. Anche gli amministratori erano spesso incapaci e faziosi; ma qualche sindaco cercò di promuovere sinceramente il bene pubblico, richiedendo alle autorità centrali bonifiche, macchine per l'agricoltura, monte agrario, ferrovie, acquedotto e anche un teatro. Alcuni benefattori del paese istituirono anche legati di beneficenza per sovvenire alle necessità delle classi popolari.

 

panoramica del paese di Ispica dalla valle, anni '50

 

         Circa la conformazione geografica del territorio ispicese questo aveva ed ha una superficie agraria di circa 10.000 ettari di terreno. L'altopiano che lo sovrasta e dove è sita la città costituisce la quinta parte dell'intero territorio e su di esso si è sempre respirato aria salubre. Il bassopiano che forma il resto del territorio era solcato, invece, da numerosi torrenti le cui acque, non razionalmente incanalate, aggredivano i campi circostanti formando acquitrini e paludi. La malaria era il più diffuso malanno, curato con sistemi empirici inefficaci.

         L'istruzione pubblica a Spaccaforno nel 1860 prevedeva una sola scuola primaria maschile di primo grado, pluriclasse, per l'insegnamento di prima lettura e delle quattro principali operazioni di aritmetica: contava 18 alunni. Con l'avvento di Garibaldi in Sicilia il Comitato rivoluzionario deliberò la soppressione di quest'unica scuola pubblica ritenendola "di poca utilità per la gioventù".

         Negli anni 1861-'62 le scuole pubbliche non vennero attivate per mancanza di locali. Il Comune sollecitato dalla pressione popolare, restaurò e pose a disposizione della scuola i locali terreni dell'ex convento dei Cappuccini. Al piano superiore dell'edificio, nel 1864, fu collocata la biblioteca comunale, istituita poi ufficialmente nel 1867. Queste le scuole istituite a Ispica nel periodo post-unitario. Una scuola elementare inferiore e superiore maschile e una scuola elementare inferiore femminile. Interessante notare che prima di tale epoca non erano mai esistite scuole femminili a Ispica, né pubbliche né private (allora in Piemonte sapeva leggere e scrivere la metà degli abitanti, in Lombardia il 40 %, in Sicilia poco più dell'1 %).

         Nell'anno scolastico 1884-'85, Rosina Curcio aveva allora 7 anni, le scuole di Ispica erano costituite da 10 classi:

scuole maschili: 2 prime classi inferiori e 4 superiori,

scuole femminili: 1 prima classe inferiore e tre superiori.

Gli alunni iscritti erano 245 (191 maschi e 54 femmine) e la città contava 12.000 abitanti. La popolazione scolastica aveva raggiunto il 2 % della popolazione anagrafica, ma la frequenza media continuava a rimanere al di sotto della percentuale rilevata (Cfr C. P. vol. V, Relazione storica, pp. 18-19; 23-24).

         Ispica era mandamento del circondario di Modica e aveva un suo ufficio postale gestito dal papà di Rosa Curcio.

 

 

 

C - Nascita e prima infanzia

 

                 In questa terra dominata da forti contrasti e grandi sofferenze, ma sempre fiera delle proprie radici e mai completamente vinta, il 30 gennaio 1877 nasce Rosa Curcio, settima di dieci figli.

                 E' lei stessa nel quaderno dei Ricordi a raccontarci le circostanze della sua nascita e il singolare episodio che l'accompagna:

                "Sin dalla mia nascita mi predestinarono che io doveva farmi monachina (così mi chiamavano tutti) e ciò a me sembrava un soprannome e mi risentivo, ma la buona madrina che assistette alla mia nascita mi persuase una volta raccontandomi che era stata proprio lei la prima, perché, appena nata, prima del tempo da Dio stabilito, la madre era in pericolo di vita, e allora non pensarono alla neonata. La madre non appena poté dire qualche parola domandò la sua creatura se era viva, la madrina corse subito credendo di trovarla morta, ma qual non fu la sua meraviglia, non solo la trovò viva, ma in atteggiamento così devoto, come un angioletto che pregava. Tutta contenta riferì alla madre, stia lieta signora, è nata una monachina che prega, e certo avrà pregato per lei, perché è un vero miracolo il suo miglioramento"  (C. P. vol. XII, Ricordi, pp. 2171-2172) .

 

                Il giorno seguente viene battezzata nella Chiesa Madre di Ispica.

 

chiesa di s. Bartolomeo, Ispica - foto storica

 

                Ad amministrarle il sacramento del Battesimo è uno zio paterno, il canonico don Antonio Curcio, conosciuto in tutta la città come il padre dei poveri, a cui dava, nel caso di necessità, persino i suoi indumenti più necessari. Di lui apprendiamo notizie attraverso un profilo biografico di Rosa Curcio scritto da P. Lorenzo van den Eerenbeemt negli anni 1958-'62: 

                "Si racconta come una volta andando in campagna sull'asinello si incontrasse con un povero contadino che portava sulle spalle un gran sacco pesante: "Possibile, esclamò, questo povero uomo portare un tal sacco sulle spalle e io, fannullone, che non valgo niente, me ne vado tranquillamente su un asinello!" Fatto sta che l'asino cambiò di padrone... e di costume, avendo d'ora in poi sulla schiena altre some ben più pesanti di quelle quattr'ossa di quel prete.

                Molto e molto anziano, sfuggendogli di notte il sonno, se ne andava davanti la porta della chiesa del Crocifisso e pregava: "Turiddu (Salvatore) vedi dietro la porta questo povero peccatore" e lo trovavano spesso d'inverno intirizzito dal freddo. Morì poi santamente quando Rosa era ancora molto piccina"  (C. P. vol. XIII, VAN DEN EERENBEEMT L., Madre Maria Crocifissa Fondatrice, S. Marinella, 1958-'62, p. 2357) .

 

                Le viene dato il nome di Rosa, in memoria di una sorella della mamma, morta recentemente.

 

                Rosa trascorre i primi mesi di vita presso una balia, poiché la mamma, in seguito alle sofferenze del parto non è in grado di allattarla  (cfr C. P. vol. XII, Ricordi, p. 2172) . 

                

               Tornata nella casa paterna, trascorre la vita normale di una fanciulla di buona famiglia, oltremodo vezzeggiata dalla madre la quale non la contraria mai in nulla, forse anche per compensare l'impossibilità di averla potuta nutrire al proprio seno, tra bambine della sua età sulle quali ama dominare e imporre la propria personalità di leader, già fortemente volitiva. Ha un carattere forte, e, per essere sempre al centro dell'attenzione, escogita ogni mezzo a sua disposizione, arrivando anche ad emarginare le compagne che non intendono sottostare al suo dominio. Ha, però, una grande onestà di fondo e purezza di sentimenti, che l'aiutano ad accorgersi dei suoi difetti e a pentirsi sinceramente delle innocenti malefatte, virtù che conserverà e affinerà al massimo durante tutto il corso della sua esistenza.

                "La madre sentiva una speciale tenerezza per me, e spesso non sapeva nasconderla, col compatire sempre i capriccetti che il mio vivacissimo carattere manifestava. Ricordo i giochi infantili, ero desiderosa di essere sempre circondata di bambine e ne volevo molte, la mia tendenza era di dirigere il gioco; d'altronde le bambine non sapevano giocare se mancava la "direttrice", così mi chiamavano, ed io pretendevo questo titolo, guai se qualcuna mi contrariava, allora la escludevo senza pietà. Mi accorgevo dopo che ero troppo superba, ma non sapevo fare diversamente, malgrado il pentimento e qualche soave rimprovero della buona mamma  (C. P. vol. XII, Ricordi, p. 2173) .

 

              Fin dai primi anni di vita impara a compiere senza condizionamenti umani le sue scelte, a cominciare dalle compagne di gioco, che non va a cercare tra quelle del suo ceto sociale, bensì tra le più povere, anche se, per ora tale scelta è dettata da semplice convenienza, e ingenuo opportunismo, come spiega nei Ricordi. Ma certamente il contatto continuo con la povertà, e più spesso con la miseria di ordine materiale, culturale e spirituale, della sua gente preparano dentro di lei il terreno per le scelte future, che la vedranno a difesa, promozione e sostegno degli ultimi, dei bambini più abbandonati, nella sua terra e altrove.

 

              L'infanzia è allegra e spensierata; Rosa è una bambina piena di vita, d'inventiva, di gioia, come ci confermano le testimonianze del fratello Federico e di chi l'ha sentita direttamente raccontare le sue prodezze infantili:

                 "Mia sorella Rosina, oggi Madre generale, suor Crocifissa Curcio, fin dalla prima età, si mostrò molto vivace, irrequieta, col dare fastidio a tutti in casa, specie agli altri fratelli, verso i quali ne combinava sempre qualcuna delle sue. Di sguardo acuto, quasi pungente, da dare soggezione nello sguardo agli adulti, qualcuno dei quali confessò che non poteva sostenere il suo sguardo penetrante e suggestivo. Rivelò sempre un'intelligenza superiore a tutti noi fratelli e sorelle e spesso dirigeva lei tutte le monellerie in casa e specie in campagna, quando si andava per la villeggiatura o per la vendemmia, ove ne combinavamo di tutti i colori, da far disperare i contadini, oltre che i maggiori della famiglia, e lei era sempre a capo delle nostre diavolerie, varie e innumeri" (C. P. vol. XIII, Testimonianza a futura memoria del fratello della SdD Federico Curcio, p. 2334) .

 

                "La Serva di Dio ci raccontava di aver vissuto un'infanzia felice, allegra, spensierata. Insieme ai fratelli faceva tante monellerie, come quella di stendere il sapone sul marciapiede di casa sua e divertirsi a vedere la gente che ruzzolava a gambe all'aria, anche se poi le dispiaceva se si facevano male" (Summ. Teste XIX) .

 

                Intanto si avvicina il tempo della preparazione alla prima Comunione. Rosa vive questo momento con particolare intensità ed emerge anche in questa occasione tutta la sua grinta nell'affrontare le sue situazioni, il suo modo di fare impaziente, l'incapacità di attendere, la determinazione nel volere tutto e subito, quella determinazione, però, che in seguito, ben guidata, anziché rivelarsi un difetto, l'aiuterà ad accogliere sofferenze e prove, rimanendo fedele al suo Signore.

                 E' lei stessa a raccontarci nei Ricordi il significativo episodio legato alla prima Confessione, all'età di otto anni: 

                "Il confessore voleva prolungare ancora, ma io non potendo soffrire questa freddezza del confessore, all'insaputa di mamma, d'accordo con le mie bambine, andai in casa di questo sacerdote, che era il confessore dei bambini, e quasi rimproverandolo per la sua indifferenza, non lo pregai, ma in tono serio gli rivolsi parole che, poveretto, non fece altro che pigliarsi il cappello e venire in chiesa per confessarci Ricordo la forte compunzione che sentii la prima volta in quella prima confessione, di tanti capriccetti, disubbidienze, poca carità colle mie bambine, le volevo tanto bene, ma ero capricciosetta!... Avevo tanta premura di confessarmi, dissi al sacerdote, perché non potevo più vivere con tanti peccati, temendo che, se veniva la morte, mi sarei trovata in quello stato e senza comunione. Al ritorno a casa, la madre si era sul serio inquietata, ma la calmai subito, ripetendo in un istante, con gran dolore tutto quello che avevo detto al confessore, aggiungendo: Vedi mamma buona, come avrei potuto vivere ancora così se veniva la morte!" (C. P., vol. XII, Ricordi, p. 2173) .

 

               Nel 1885 Rosa si accosta per la prima volta a Gesù. Il giorno della Prima Comunione è giorno di soavità immensa. Dopo tanti anni, Madre Crocifissa lo ricorda ancora come fosse allora:

               "Ricordo la gioia immensa che m'inondò l'anima e allora promisi al buon Dio di non commettere più peccati, di essere buona con i genitori, ubbidiente, specie verso una vecchia persona di servizio" (C. P., vol. XII, Ricordi, p. 1274).

 

               Questo evento la trasforma interiormente e anche esteriormente, togliendole non la vivacità del carattere, ma i capricci, infatti:

             "Dopo la Comunione ero più giudiziosa e sentivo più di prima il bisogno di pregare, alcune volte abbandonavo i trastulli, recitavo qualche Ave, aggiungevo la mia solita preghiera di farmi crescere virtuosa e robusta (perché mi dicevano che ero troppo piccola e ciò mi dispiaceva tanto) e subito volavo a giocare con le mie solite bimbe" (C. P. Vol. XII, Ricordi, p. 1274) .

 

 

 

D - Primo impatto con la spiritualità Carmelitana (a 11 anni)

 

         Dopo aver vinto le resistenze familiari, la mamma ottiene per Rosa la possibilità di lasciare la vecchia maestra dalla quale prende lezioni private, più che altro di lavori femminili, e di frequentare la scuola pubblica. Qui Rosa si distingue per bravura e disponibilità nei confronti delle compagne, conquistandosi la simpatia e l'ammirazione di tutte, maestre comprese. Le piace studiare e non fa alcuna fatica ad apprendere: è un momento pieno di felicità.

         "Seguitai a frequentare le scuole fino alla sesta classe, ero sempre studiosa e la prima di tutte le mie compagne di scuola. Le aiutavo nei doveri di scuola, sia in casa mia dove spesso venivano, e anche in scuola; le maestre cambiavano ogni classe, ma tutte mi volevano tanto bene, come pure tutte le mie compagne, io mi sentivo tanto felice... Ero d'animo sempre allegro e usavo certe espressioni in certi momenti, mentre la maestra s'inquietava, che finivo col far ridere tutte, compresa la maestra, così le ragazze, quando vedevano la maestra molto seria o triste, ricorrevano a me per trovare modo di cambiare quel momento in ricreazione  (C. P. vol. XII, Ricordi, p. 2175) .

 

          "Questo moto perpetuo... si calmò un poco quando cominciammo le scuole elementari, ove la Rosina spiccò su noi come nelle precedenti diavolerie. Un giorno, anzi, eravamo già avanti negli studi, lei era in quarta elementare, io in quinta, per quanto io avessi in più due anni di età, ero svogliato e non sapevo accingermi a svolgere un tema d'italiano in casa da presentare l'indomani al professore. Ero seccato e non volevo prendere parte ai giochi argomentati per quella sera da lei, e per togliermi dall'imbarazzo, ridarmi il buon umore ed avermi con lei nelle parti delle sue organizzazioni, volle sapere la cagione del mio malumore e con le sue affettuosità riuscì a carpirmene il motivo: era perché non avevo voglia di svolgere quel tema d'italiano che non mi andava. Lei pronta e senza pensarci due volte, mi propose di levarmi dai guai svolgendo essa il mio tema. Al che io risposi che non era cosa che poteva fare lei, ma le sue insistenze ebbero il sopravvento, e, toltami carta e calamaio, si accinse a scrivere lo svolgimento del tema. Appena finito, ebbi subito cura di ricopiarlo in bella per presentarlo l'indomani al professore, e subito sono corso alle nostre monellerie, avendo Rosina preparato una delle sue. L'indomani lieto presentai il tema svolto, ed il professore, quando lo lesse, mi chiamò e mi disse: 'Guardami bene negli occhi e dici la verità, questo tema non l'hai fatto tu, è vero? Perché è il migliore di tutti e tu non hai mai fatto di questi temi'. Dovetti dire la verità, stretto dalle insistenti domande, con grande meraviglia del mio professore"  (C. P. vol. XIII, Testimonianza a futura memoria del fratello della SdD, Federico Curcio, p. 2335) .

 

         In questo periodo Rosa non ha la possibilità di alimentare la sua fede e di accostarsi frequentemente ai sacramenti perché i suoi familiari sono contrari.

          "Frequentavo di rado i sacramenti per tanti ostacoli che mi si presentavano dai parenti, che cercavano di distrarmi perché temevano che coltivando la mia tendenza, mi sarei fatta suora... alcuni, tranne la madre, erano contrari. Ricordo che quando potevo sfuggire, andavo a confessarmi e comunicarmi, d'accordo con qualche buona amica  (C. P., vol. XII, Ricordi, p. 2175) .

 

         "La privazione del cibo eucaristico, a causa della tenace ostilità degli altri di famiglia la costrinse a ricolmare il vuoto con una preghiera più assidua e una meditazione più intima della passione di nostro Signore Gesù Cristo. Era ancora agli inizi della vita ascetica: di conseguenza, quando le accadeva di spargere almeno una lacrima, ne gioiva immensamente, ma si rattristava molto quando l'aridità di spirito non glielo concedeva, credendo che al Signore non fosse gradita la sua meditazione...

         Un giorno ricevendo la sacra Particola, gustò un amplesso di Gesù così intimo e profondo, che dopo tanti anni lo ricordava ancora. Proprio nei giorni che aveva ricevuto tali favori nella Santa Comunione, desiderando sapere se ciò potesse effettuarsi tra Dio e l'anima, le venne donata un'immagine del Cuore di Gesù così espressiva da non aver più dubbio del prezioso dono ricevuto. Un altro giorno, mentre era intenta a un'occupazione, le sembrò di vedere il Cuore di Gesù che chiamandola col nome di "Rosa del mio Cuore" si scoprì il suo divin Cuore e... meraviglia! inondata di un indicibile amore Rosa vi leggeva in splendente carattere d'oro a corona le parole già dette dal Signore. Rosina era dunque per sempre la preziosa rosa tanto cara al Cuore di Gesù"  (C. P. vol. XIII, VAN DEN EERENBEEMT L., Madre Maria Crocifissa, Fondatrice, S. Marinella, 1959-1962, p. 2361) .

 

                Conclusa brillantemente la sesta classe elementare, i familiari, anche su sollecitazione di una maestra, vorrebbero che Rosa continuasse gli studi, ma il padre si oppone decisamente. Siamo in terra siciliana, sul finire dell'800 e la cultura di Salvatore Curcio non si discosta dalla mentalità corrente che fa dello studio un monopolio esclusivamente maschile.

                 "All'età di 11 anni cominciai la vita casalinga; il padre era troppo rigoroso, neanco in casa permetteva di seguitare a studiare, né musica, come era mio vivo desiderio, né altro, perché era convinto che per la donna le sole scuole elementari bastano, e poi istruirsi nei doveri di una buona figliola nella stessa famiglia, sotto la materna vigilanza; le donne istruite spesso sono causa di molti mali alle famiglie, ci ripeteva quando desideravo persuaderlo di farmi seguitare a studiare"  (C. P. Vol. XII, Ricordi, p. 2176) .

 

                  E' in seguito a questo primo grande conflitto della sua vita, quello col padre, che Rosa ha il primo impatto con il Carmelo e scopre la sua vocazione carmelitana attraverso l'incontro con Teresa d'Avila.

                 "Per confortarmi delle privazioni che l'ubbidienza richiedeva, misero a mia disposizione una libreria che c'era in famiglia, libri di studio che usavano i fratelli, e libri religiosi. leggevo, o meglio divoravo tanti libri per accontentare il bisogno di voler apprendere, ma restavo sempre più digiuna di prima. In mezzo a tanti libri trovai la Vita della serafina del Carmelo, S. Teresa di Gesù, fu questa Santa per me un faro di luce celeste che irradiò l'animo mio di tanta consolazione spirituale, che mi aprì un nuovo orizzonte, dimenticai di voler studiare, riacquistai la pace e la gioia che non sentivo più dacché ero così contrariata"  (C. P. vol. XII, Ricordi, p. 2176) .

 

                Per Rosa avviene un cambiamento radicale: è come se sia cresciuta e maturata di colpo. Si ritrova diversa, si scopre nuova e la coglie un misto di stupore e di dolce sgomento che le apre l'anima alla lode e alla gratitudine. Comincia ad intuire qual'è la strada sulla quale il Signore la chiama a camminare.

                 "Leggevo e rileggevo con nuovo gusto spirituale la vita della gran Santa, mi trasformò tanto in pochi giorni, sentii un altro genere di vita che la Santa m'ispirava, non era lo studio come io desideravo per avere un grado, un elevato posto sociale, ma lo studio delle cose celesti per arrivare al posto sublime che la Divina Bontà mi ha predestinato. Non ero più la bambina che cercavo compagne per giocare, ma tutta sola, godevo di gustare la solitudine, leggevo libri devoti, pregavo tanto, il desiderio di accostarmi spesso ai sacramenti, specialmente alla Comunione, lo sentivo forte"  (C. P. vol. XII, Ricordi, p. 2177) .

 

                  Anche i familiari si accorgono del cambiamento:

                 "I parenti si accorgevano del mio cambiamento di carattere e di abitudini, ognuno pensava a modo proprio, la sorella maggiore, mia madrina, aveva già compreso il cambiamento della grazia in me, e la mia tenera madre... procurava di accontentarmi permettendomi di recarmi in chiesa qualche volta, accompagnata da persone di sua fiducia"  (C. P. vol. XII, Ricordi, p. 2177) .

 

 

 

E - Iscrizione al T.O.C. (a 13 anni)

 

         Nel 1890 Rosa ottiene di iscriversi al Terz'Ordine Carmelitano di Ispica, presso il santuario della Madonna del Carmine, del quale abbiamo notizia nel primo breve profilo biografico della Serva di Dio, scritto da P. Lorenzo. 

                 "Dopo il 1866 a seguito del dissolvimento della presenza dei Carmelitani al Carmine, il Terz'Ordine o Confraternita dello Scapolare si era disperso anch'esso. Riprese però la sua attività per l'incremento del culto mariano in data 16 dicembre 1880 e il 14 luglio 1892 fu eletto commissario del T.O.C. il can. Carmelo Rizza, rettore del Carmine. Lo stesso Can. Rizza rifece a quell'epoca il campanile della chiesa. (GUASTELLA S., S. Maria del Monte Carmelo a Ispica (Ragusa), Roma, 1980, p. 45) .

 

         Così ella può conoscere più a fondo la spiritualità carmelitana ed alimentare il suo spirito a questa sorgente.

                 "Ottenni per intercessione della superiora del Terz'Ordine Carmelitano, di recente istituito da un pio e zelante sacerdote di ascrivermi al suddetto Terz'Ordine, la superiora era una parente della mia sorella sposata, cioè, quella che mi voleva tanto bene, così ottenni tanto favore, e (potei) confidare i miei desideri alle terziarie che avevano la mia stessa età, ma non conoscevo ancora le loro aspirazioni... la mia serafina, S. Teresa, molti altri Santi di questo santo Ordine alimentavano i miei santi trasporti di pietà"  (C. P. vol. XII, Ricordi, p. 2177) .

 

 

                Attraverso questa formazione, alla scuola della Vergine Maria e dei santi carmelitani, Rosa conosce più chiaramente la sua vocazione: statua della Madonna del Carmine, ISpica, santuario del Carmine

                "Sentivo la grande missione che la tenera Madre del Carmelo mi aveva predestinato, cioè, dovevo riunirmi con altre mie compagne e far rifiorire il Carmelo nel nostro paese e in molti altri... era un sogno... un illusione giovanile...?! La grazia operava nell'animo mio"  (C. P. vol. XII, Ricordi, p. 2177) .

 

                Intanto, il 18 aprile 1893 Rosa riceve il sacramento della confermazione, come si evince dalla Fede di Cresima, rilasciata il 24 agosto 1990 dal parroco della Chiesa Madre di S. Bartolomeo di Ispica.

 

         Il 15 luglio successivo fa la vestizione nel Terz'Ordine Carmelitano, prendendo il nome di Suor Maria Crocifissa, nel 1895 vi emette la professione.

 

 

 

 

F - Esperienza dalle Domenicane.

Primo incontro con mons. Giovanni Blandini

 

                 Nel Terz'Ordine, insieme alle sue compagne Rosa si moltiplica con grande carità nelle opere di misericordia, ma, imprevedibilmente, tra lo stupore di tutti, fa domanda per entrare nella Congregazione delle Terziarie Domenicane, fondate dal domenicano P. Longo.

                  Perché questo cambiamento improvviso? Possiamo solo fare delle ipotesi e immaginare motivi plausibili, dando credito alla testimonianza del fratello Federico e a quanto scrive di lei P. Lorenzo circa l'esigenza di conoscere e sperimentare la vita religiosa.

                 "Passavano gli anni intanto ed io compiuti gli studi, dovetti presentarmi al servizio militare in Marina, come mio dovere. Fu allora, nostro padre era morto, che Rosina, non resistendo più alla superficialità cattolica espletata in famiglia, fece le pratiche per essere assunta e far parte della comunità domenicana nel vicino paese di Scicli e subito dopo trasferita in quella di Spaccaforno, oggi Ispica. Feci io capolino in famiglia dopo tre anni di assenza per una breve licenza e non trovai la sorella in famiglia, e con mia grande meraviglia appresi la verità"  (C. P. vol. XIII, Testimonianza a futura memoria del fratello della Serva di Dio, Federico Curcio, p. 2335) .

 

                "Per tanti motivi non possiamo dubitare che ella non abbia mai voluto abbandonare la sua vocazione carmelitica, che questa si era vieppiù radicata nel pensiero e nel cuore: ma come conoscere nel suo piccolo ambiente l'andamento di una comunità se non fosse entrata in un altro istituto per avere almeno un'idea generale della vita comune?... Indossò Rosina ben presto il bianco saio compiendo probandato e noviziato nella comunità di Ispica. Mancando di una guida assennata ella si lasciò andare spinta dalla foga giovanile a un soverchio lavoro come infermiera, specialmente per servire una suora un po' difficile che la esercitava molto in un'eroica pazienza. Ma a sedici anni una giovinetta non può troppo abusare delle proprie forze e ben presto la sua non robusta complessione subì un grave indebolimento da far molto temere per la sua salute"  (C. P. vol. XIII, VAN DEEN EERENBEEMT, o. c., p. 2365) .

 

         E' durante questa permanenza nella comunità domenicana di Ispica che Rosa incontra per la prima volta quello che in seguito definirà con somma gratitudine, come il "suo angelo e pastore": Mons. Giovanni Blandini vescovo della diocesi di Noto.

 

         E' l'uomo di Dio che, illuminato dallo Spirito, comprende, incoraggia e orienta con saggezza e prudenza i primi passi di Rosa nel compimento della volontà divina.

        Visitando, quindi, la comunità nella quale Rosina dimora, Mons. Blandini conosce la giovane novizia e la interroga sulla sua vocazione: 

        "Rosa candidamente rispose che non era per le Domenicane, bensì per le Carmelitane di vita attiva, sconosciute ancora del tutto in Sicilia, e che era entrata dalle Domenicane solamente per avere un'idea della vita religiosa. Quel buon prelato non poté soffermarsi e per il momento si limitò a una cordiale benedizione"  (C. P. vol. XIII, VAN DEN EERENBEEMT L. Madre Maria Crocifissa Fondatrice, o. c., p. 2365) .

 

                Intanto la famiglia, e in particolare il fratello Federico, allarmata per lo stato precario di salute di Rosa intima alla superiora di lasciarla libera essendo ancora minorenne, e Rosa torna nella casa paterna, accolta con amore da tutti.

 

                In breve tempo si rimette in salute e ritorna con gioia nel suo ambiente del Carmelo, ritrova le compagne di gruppo e insieme riprendono con maggior fervore la vita di terziarie: preghiera, frequenza ai sacramenti, generoso apostolato di carità. Rosa è lieta di aiutare i poveri, i bisognosi, di visitare gli infermi, e intanto, nel segreto del cuore coltiva la vocazione carmelitana, ma non di clausura.

                "Un giorno, profittando della bontà materna, d'accordo con un'altra terziaria, si azzardò ad uscire fuori dell'abitato per soccorrere una povera infelice che abitava in un tugurio solitario, abbandonata da tutti, piagata da una malattia inesorabile (molto probabilmente, secondo quanto raccontano alcune suore, si trattava di una donna malata di sifilide). Rosa e la terziaria entrarono nel tugurio, la rifocillarono del loro meglio, curando le ributtanti piaghe, poi adagiandola sopra un sedione le riordinarono il letto e la povera stamberga mentre con le parole più soavi la invitavano alla preghiera e al ricorso fiducioso nella divina Misericordia: e così per varie volte  (C. P. vol. XIII, VAN DEN EERENBEEMT L., Madre Maria Crocifissa Fondatrice, o. c., p. 2366) .

 

               A distanza di anni madre Crocifissa rievocherà alle figliole spirituali questo particolare, rimarcando l'azione della grazia che la spingeva a chinarsi con amore e venerazione su questa creatura, anzi, soggiungerà: "Sembrava vedere in quella povera infelice lo stesso Gesù piagato e sofferente"  (Ivi, p. 2366) , di essersi sentita spinta a curare le piaghe con tanta venerazione che le avrebbe persino baciate. Ma la mamma non sa darsi pace, preoccupata del contagio per sua figlia. Inoltre, per questo motivo e per altre opere di carità verso i più emarginati, nel paese Rosa viene fatta segno di pettegolezzi e censure. E' in preda a questa disperazione che la mamma, devotissima del Cuore di Gesù, un giorno si getta ai piedi della sua immagine e lo prega ardentemente:immagine del S. Cuore di Gesù che fu di proprietà della famiglia Curcio - Casa madre

                 "Le parve come se Gesù si muovesse e tenesse stretto al cuore un bel mazzo di gigli bianchi e le sembrò di udire queste parole: 'Ecco il lavoro della tua figliola, non temere per la sua vita'. Si alzò allora del tutto rasserenata e raccontando alla figlia la dolce impressione, la benedisse maternamente"  (Ivi, p. 2366) .

 

                Rosa ha diciannove anni, vive ancora nella casa paterna coltivando nell'intimo l'ideale di una vita carmelitana missionaria, ma non vede, per ora, come realizzarlo.

 

 

 

G - Secondo e terzo incontro con Mons. Giovanni Blandini

 

         In questo periodo viene ad Ispica, in visita pastorale, il vescovo Blandini. Rosa si reca in Chiesa insieme a tanta altra gente per ascoltare la parola illuminata e ardente di questo Pastore, e ne rimane fortemente attratta. Al termine della funzione, mentre tutto il popolo si accalca a baciare la mano del vescovo, Rosa rimane in disparte, non osa avvicinarsi, ma il vescovo la vede e la ricorda, invitandola ad andare da lui.

         E' direttamente da Madre Crocifissa, in una lettera a Mons. Raiti, vescovo di Trapani, che apprendiamo il contenuto di quel lontano e specialissimo incontro:

         "Guardandomi con speciale attenzione mi disse che desiderava parlarmi. Anch'io avevo forse prima sentito tale bisogno, ma non ardivo presentarmi ad un vescovo. Il primo colloquio con questo santo vescovo fu un pò lungo, risposi con naturale sincerità alle ispirate domande e conchiuse dicendomi di sceglierlo come mio direttore spirituale per tutta la vita, assicurandomi essere questa volontà di Dio"  (C. P. vol. VI, Lettera della Serva di Dio a Mons. Raiti, 1923, p. 73) .

 

         E' questo l'inizio di una feconda corrispondenza tra Mons. Blandini e la giovane Rosa; certamente il vescovo studia a fondo, con molta prudenza e carità l'anima di questa giovane, ma, se da una parte l'aiuta e la incoraggia nella comprensione e realizzazione del suo ideale, dall'altra rimane fermo nel non concedere alcuna approvazione ufficiale ad un'esperienza ancora in germe che ha bisogno di fondamenta solide, strutture e tempi di maturazione per poter essere nella Chiesa ciò che il Signore vuole.

         Due anni dopo, Mons. Blandini ritorna ad Ispica e chiede notizie di Rosa Curcio, ma questa, per essersi a lungo prodigata nell’assistenza dei genitori durante la malattia e fino alla loro morte, si è ammalata, soffre, infatti, di una terribile anemia che la costringe a rimanere a letto priva di forze. Il vescovo, però, insiste, vuole vederla e le manda a dire di recarsi da lui.

         "Non appena apprese la volontà del santo prelato volle recarvisi immediatamente benché sorretta da una caritatevole amica e da una sorella. In casa questo passo fu giudicato una pazzia. Spossata allo stremo Rosa finalmente vi arrivò: il vescovo la confortò e le sue parole furono un balsamo per la sua anima; alla fine del colloquio il vescovo le predisse che non avrebbe più sofferto questa malattia, non solo, ma che un giorno sarebbe arrivata a lavorare e a guadagnare il pane per sé e per le consorelle. Questo avvenimento è stato raccontato a chi scrive queste righe dalla Madre, una sera del 1925, quando lavorava un ricamo commissionato" (C. P. vol. XIII, VAN DEN EERENBEEMT, Madre Crocifissa Fondatrice, o. c., p. 2367) .

 

 

 

H - Priora del Terz'Ordine Carmelitano

ed animatrice delle compagne nella casa paterna

 

               Rosa Curcio viene eletta Priora del Terz'Ordine Carmelitano nel 1897 e rimane in carica fino al 1908 (GUASTELLA S., S. Maria del Monte Carmelo a Ispica (Ragusa), Roma, 1980, p. 45) . In questi anni comincia a raccogliere attorno a sé le prime compagne di ideali e dà inizio, nella casa paterna ad una prima forma di vita comune. E' il fratello Federico a parlarcene nella sua testimonianza:

               "Trasformò la nostra casa in una comunità religiosa, chiamando a sé un certo numero di altre sue compagne a vivere quella vita, in simulacro di convento, con relativa campana, che trovai ancora in casa al mio ritorno, per annunziare le ore delle preghiere e dei pasti"  (C. P. vol. XIII, Testimonianza del fratello della Serva di Dio, Federico Curcio, p. 2355) .

 

               Ma le notizie più dettagliate in ordine agli inizi di questa prima esperienza di vita religiosa comune, vissuta tra preghiera e apostolato, ci vengono fornite da una delle prime compagne di Rosa: Maddalena Giunta, la quale racconta:

                "La Madre, giovanissima, iscritta al terz'Ordine Carmelitano, con molto fervore partecipa insieme ad altre signorine, fra le quali Caterina Pisana e Nazarena Quartarone, alle riunioni e a tutte le pratiche di pietà che sono di regolamento nella detta associazione. E' molto assidua, non solo, ma con il suo carattere espansivo, ilare e di facile entusiasmo, il T.O.C. ne gode la frequenza attiva di altri soggetti validi... Ma la Madre non si accontenta di questo, il suo cuore ha una grande carica spirituale e sente il bisogno di darsi agli altri, ai bisognosi, ai piccoli, ai poveri. Il catechismo ai bimbi è la sua occupazione prediletta; sa dialogare con loro e soprattutto prepararli spiritualmente a ricevere per la prima volta Gesù Eucaristia. Intanto con l'accostarsi personalmente ad essi, penetra nell'anima di questi piccoli, vuole aiutarli a custodire la loro innocenza tanto in pericolo, giacché la loro palestra è la strada. Si fa aiutare dalle compagne e questi bimbi poveri divengono l'oggetto delle loro attenzioni e della loro carità. Le giovani riunite mettono insieme le loro attitudini e i loro talenti e con il cuore pieno di carità e di spirito di abnegazione pensano pure per le più grandicelle. Da qui nasce un laboratorio di ricamo e cucito dove le mamme mandano volentieri le loro figliole... Nel laboratorio si fa un pò di tutto, dando il primo luogo alla preghiera e al silenzio, alle opere di carità verso i poveri e gli infermi. Non viene trascurata neppure la mortificazione spirituale e quella corporale, anzi, quest'ultima occupa si può dire un posto principale, perché purifica l'anima e intensifica le energie spirituali... La Madre è l'animatrice, la presidente, la superiora, è lei che consiglia, guida e dirige le giovani coadiutrici. Il can. P. Rizza è il padre spirituale della Madre e sa sfruttare tutti i suoi buoni talenti... Un giorno il direttore del Terz'Ordine Carmelitano fu invitato dai frati della Madonna delle Grazie in una vicina chiesina di campagna. Per l'occasione le giovani Terziarie vi prendono parte. E' allora che io ho conosciuto per la prima volta Madre Crocifissa, suor Caterina e suor Nazarena. L'entusiasmo di queste giovani si è trasmesso a me e, mentre nessuna delle famiglie religiose che conoscevo mi attirava, mi sono sentita presa dal desiderio di far parte del T.O.C. per la grande devozione che sentivo per la beata Vergine del Carmelo. La Madre, intuendo i miei desideri disse a mio padre: "Dateci qualcuna delle vostre figlie!" e così fu deciso. Sono andata a Ispica e ci sono rimasta quasi due anni. Ricordo che tutto era bello, nonostante gli inevitabili disaccordi che per causa di qualcuna si doveva soffrire, ma l'amore alla preghiera e alla penitenza ci faceva superare tutto e il sereno ritornava subito. Intanto il parroco, uomo santo e virtuoso, guardava questa piccola comunità come una piccola chiesa e per accertare che la Madre operasse per la gloria di Dio e non per la propria, volle, insieme al vescovo, mettere a capo una terziaria di Palazzolo, di buon, spirito e di grande virtù. La Madre, come pure le sue compagne restarono a essa sottomesse per più di due anni, sempre con lo stesso tenore di vita. In casa si lavorava e si pregava; in parrocchia si faceva il catechismo e si assistevano i bambini durante le funzioni liturgiche"  (C. P. vol. XIII, Testimonianza a futura memoria di Giunta suor Maddalena, pp. 2340-2341) .

 

 

 

I - Prima relazione con l'Ordine Carmelitano,

incomprensioni e difficoltà a Ispica, visita del P. Bagnoli

 

         Rosa e compagne fanno sul serio. L'esperienza non è semplicemente per soddisfare desideri e ansie personali di indipendenza e di autonomia dalle rispettive famiglie, dalla mentalità imperante che relega la donna al ruolo di creatura sottomessa e incapace di iniziative, o da un ambiente paesano, chiuso in se stesso, che non offre spazi alternativi alle mura domestiche, aperture e novità. C'è, invece, un progetto superiore che spinge a dare fondamento e strutture solide all' unione di queste giovani che desiderano vivere e far rifiorire lo spirito carmelitano non all'interno di un chiostro, ma nel mondo, fra la gente che soffre, lotta e spera. Non manca, inoltre, la benedizione del Vescovo Blandini, che le incoraggia e le sostiene. E' la stessa Madre a raccontarne in una lettera, scritta molti anni più tardi, al Priore provinciale dei Carmelitani di Trapani, P. Alberto Grammatico.

          "Il mio Padre e Vescovo mi benedisse largamente assieme alle mie prime compagne, augurandomi ogni sorta di celesti favori. Aveva un grande ideale questo santo Vescovo di questo granello di senapa, così lui lo chiamava: doveva divenire un grande albero da stendere i suoi rami su tutta la Sicilia"  (C. P., vol. VI, Lettera della Serva di Dio a P. Alberto Grammatico, Modica, 29 marzo 1923, p. 82) .

 

         Cominciano anche i primi arditi approcci con l'Ordine Carmelitano, l'unica struttura che può dare appoggio e garanzia a questa "famigliola", di fronte alla Chiesa e alla società.

         In una lettera spedita da Roma il 26 dicembre 1900, il Padre Simone Bernardini, Vicario generale dell'Ordine Carmelitano, rispondendo alla signorina Rosa Curcio, la incoraggia ed encomia per il desiderio di vita religiosa, invitandola, però ad essere prudente nella scelta delle compagne, specialmente le prime, " poche ma sicure" e la mette in guardia contro le difficoltà che potrebbe incontrare nel portare avanti un'opera di Dio: "il mondo lotta le opere buone, le vocazioni, servendosi anche dei parenti", soprattutto la consiglia di attenersi al prudente giudizio del suo Ordinario, Mons. Blandini  (C. P. vol. VI, Lettera del P. Simone Bernardini a Rosa Curcio, Roma, 26 dicembre 1900, pp. 1-4) .

 

                Le difficoltà e le prove non tardano a venire. La famiglia, pur di averla vicina, ha concesso a Rosa un appartamentino nella casa paterna, ma non può capire e tanto meno giustificare certi atteggiamenti suoi e delle compagne che giudica quanto meno "stranezze". Infatti, queste, oltre a lavorare e pregare, nei giorni di penitenza, insieme a digiuni e astinenze si disciplinano, provocando, oltre al rumore, anche il fastidio dei parenti.
 

               Sorgono anche gelosie e invidie tra le coetanee che vedono in Rosa una personalità emergente e questo, se affascina alcune, infastidisce altre che mal sopportano una presenza troppo viva e dinamica che in qualche modo turba il quieto vivere del paese.

                 "(Rosa) Andava la mattina in chiesa e una giovane, pur abitando ben lontano dal quartiere di Rosa si affrettava a mettersi ogni giorno vicino a lei, anche alla balaustra della comunione. Questa giovane sapeva bene in quale stima Rosa era tenuta dal clero locale e volle conoscerla più da vicino. Un giorno, con la scusa di una visita si presenta a Rosa, che le parla con sincerità e schiettezza... e si accorge che questa personcina aveva una lingua ben affilata e si propone di tenerla più che possibile alla larga. Invitata a restituirle la visita, si rifiutò, sempre adducendo il motivo del molto lavoro che non le permetteva di perdere tempo. Nacque allora nel cuore di quella giovinetta una diabolica gelosia, e pur continuando ad appressarsi all'altare con Rosa, cominciò con singolare scaltrezza a propagare ovunque gravi calunnie contro Rosa e compagne. Nel ristretto ambiente di quel piccolo centro nacque allora una forte scissione, che mentre i più retti ed equilibrati rendevano omaggio alla probità della Curcio e delle compagne, altri ed altre accoglievano con avidità simili fandonie, per poi, come ovunque succede in simili casi, riportarle a dei terzi col beneficio di aggiunte e insinuanti menzogne a carico delle povere e innocenti creature. Mentre Rosa, pur soffrendone interiormente, riponeva tutto al giudizio divino, il fratello maggiore, disgustato da tali voci, scrisse al Vescovo, Mons. Blandini, affinché facesse tacere tali calunnie e difendesse l'onore di Rosa e della sua famiglia. Mons. Blandini non perdette tempo e inviò un carmelitano scalzo, il rev. do Padre Pio Bagnoli, futuro vescovo dei Marsi, come suo convisitatore  (C. P., vol. XIII, VAN DEN EERENBEEMT L., Madre Maria Crocifissa Curcio Fondatrice, o. c., p. 2368) .

 

         E' Madre Crocifissa che nella lettera, già citata, a Mons. Raiti, racconta della visita del P. Bagnoli a Ispica e della soluzione delle incresciose calunnie a suo riguardo.

          "Venne in visita apostolica il R. P. Pio Bagnoli, oggi vescovo dei Marsi. Il Vescovo mi scrisse prima e mi raccomandò di presentarmi a questo santo religioso e a lui esporre tutto. Non avevo mai visto padri del mio prediletto Ordine, mi sembrò trovarmi in un altro mondo, alla presenza del P. Elia. Questo padre era così illuminato e seppe così bene leggere il mio cuore, anzi, lui stesso per primo mi disse che leggeva nella mia fronte un ideale santo e di metterlo presto in pratica, malgrado le lotte che dovevo soffrire, mi parlò della mia santa M. Teresa, del suo eroico coraggio e come sua figlia imitarla, cominciando subito, anche in casa a pigione... Informai il Vescovo del colloquio avuto col Visitatore Apostolico e il Vescovo, incoraggiato anche da P. Pio per tutto quello che gli riferì, lieto mi benedisse largamente e paternamente insieme alle mie prime compagne. I parenti mi accordarono sforzatamente un quarto della casa paterna per non farmi allontanare... Il Vescovo pensava a qualche altro posto, anche di allontanarci dal nostro natio paese"  (C. P., vol. VI, Lettera della Serva di Dio a Mons. Raiti, Modica, 1923, pp. 74-75) .

 

 

 

L - Corrispondenza con i due rami del Carmelo

per ottenere l'affiliazione all'Ordine

 

          Il Padre Bagnoli mantiene la promessa di offrire a Rosa tutto il suo aiuto nella realizzazione di un Carmelo di vita attiva, e nel maggio 1909 le invia una lettera nella quale, oltre ad incoraggiarla alla perseveranza, al distacco dal mondo e alla fortezza nelle inevitabili difficoltà, le propone uno schema di vita comune con norme assai rigorose, inviandole anche una copia delle costituzioni delle Carmelitane di Campi Bisenzio (Fi), promettendole il suo interessamento per l'incorporazione a questa Istituzione già fiorente.

          "Loro dunque procurino di uniformarsi allo spirito di queste costituzioni, cerchino di crescere di numero e anche o colla dote o per mezzo della scuola, avere di che vivere, e poi penseremo in seguito, a farle incorporare all'Istituto già riconosciuto dalla Chiesa"  (C. P., vol. VI, Lettera del P. P. Bagnoli alla Serva di Dio, Roma, 15 maggio 1909, pp. 10-11) .

 

         Verso la fine dello stesso anno, il padre Bagnoli, ormai vescovo, avendo ricevuto da Rosa Curcio la domanda di fusione con le Carmelitane di Campi Bisenzio affiliate agli Scalzi, le consiglia prudenza nell'accogliere nuove ragazze, non sottovalutando l'aspetto economico, e di studiare le loro costituzioni; le comunica che Mons. Blandini non può approvare la loro attuale convivenza, ma potrebbe permettere l'apertura di una casa dell'Istituto delle Teresiane nella sua diocesi, a Ispica, a condizione, però che il noviziato delle eventuali aspiranti avvenga presso la casa madre sita in Campi Bisenzio.

         "... Riguardo al numero delle consorelle non sarei troppo propenso ad accrescerlo di troppo perché è assolutamente necessario mettere buone fondamenta prima di alzare la fabbrica, una sola può rovinare l'opera di dieci, quindi, vadano piano ad accettare delle nuove, e anche senza riguardo siano rimandate quando non corrispondono pienamente allo spirito dell'Ordine... Non crescete il numero delle consorelle senza pensare al sostentamento, perché sarebbe uno sbaglio... La mancanza di mezzi materiali sarà di grandissimo ostacolo allo sviluppo e anche allo spirito. Mons. Blandini, secondo gli ultimi decreti della Sacra Congregazione non può riconoscervi né concedervi l'abito religioso, ed è inutile che vi confondiate... Avete però una via sicura per raggiungere il vostro fine, cioè di essere vere religiose con i voti... Non inutilmente vi ho mandato le costituzioni di un Ordine Carmelitano col fine che avete voialtre, cioè di educare la gioventù. Quell'Ordine è già approvato dalla S. Sede e quindi voi non dovete fare altro che incorporarvi a quell'Istituto... Per fare ciò è necessario che vi mettete in comunicazione colla Madre generale dell'Istituto di Campi Bisenzio, presso Firenze, Madre Teresa della Croce"  (C. P., vol. VI, Lettera di P. Pio Bagnoli alla Serva di Dio, Roma, 3 dicembre 1909, pp. 12-14) .

 

                A questo punto, Rosa, forse non del tutto convinta delle proposte del P. Bagnoli e certamente perplessa di fronte alle difficoltà che si profilano per l'incorporazione, fà un altro tentativo nei confronti del Priore generale dei Carmelitani dell'Antica Osservanza, P. Pio Mayer, sperando in un esito più rapido e felice; ma il padre Mayer, pur promettendole la sua assistenza, prima di ogni ulteriore passo chiede il consenso del vescovo Blandini alla fondazione, inoltre le fornisce il recapito delle Carmelitane delle Grazie di Bologna per avere da loro illuminati consigli e aiuti concreti.

                 "... Prima di tutto c'è bisogno di ottenere dal Rev. mo Vescovo un documento autentico del suo consenso alla fondazione e vestizione. Ottenuto questo sarò lieto di dare la bolla di aggregazione all'Ordine"  (C. P., vol. VI, Lettera del P. Pio Mayer alla Serva di Dio, Roma, 11 ottobre 1910, p. 15) .

 

                Rosa, il 18 novembre 1910 risponde al Priore generale dei Carmelitani dell'Antica Osservanza dicendo che il Vescovo è pronto a concedere quanto desiderano quando saranno più numerose e con rendite più sicure.

                Lo stretto giro di posta tra il P. Mayer e la signorina Curcio continua con una lettera del religioso da Roma del 24 novembre con cui egli le offre suggerimenti per raccogliere un fondo di denaro allo scopo di fornire una garanzia alla nuova fondazione. Da Spaccaforno (Ispica), in data 23 dicembre 1910, la Curcio gli risponde che vi è la dote con cui può mantenere se stessa e le altre sue compagne; inoltre, se il vescovo Mons. Blandini le desse il suo consenso, le vocazioni potrebbero aumentare  (cfr C. P. vol. VI, Lettere pp. 16; 18; 19) .

                Nel febbraio 1911, Rosa scrive alla Superiora generale delle Carmelitane di Campi Bisenzio dalla quale ha ricevuto l'effige della loro Fondatrice e copia delle costituzioni, al fine di soddisfare il desiderio di potersi affiliare a loro, chiedendo che alcune suore vengano a Spaccaforno per dare un aspetto stabile alla sua unione, sullo stile di un'autentica comunità religiosa. In questo caso l'Ordinario darebbe il suo consenso, vincendo le ultime resistenze  (C. P., vol. VI, Lettera della Serva di Dio alla Superiora generale di Campi Bisenzio, Spaccaforno, 19 febbraio 1911, p. 22) .

                Mons. Blandini non è contrario alla fondazione, ma deve necessariamente procedere con somma prudenza, anche perché le chiacchiere e i pettegolezzi a carico di Rosa e compagne non sembrano definitivamente messi a tacere. Infatti, in uno scritto inviato dall'Ordinario al can. Carmelo Rizza, rettore della Chiesa del Carmine e del Terz'Ordine Carmelitano di Ispica, il Vescovo revoca una disposizione presa a carico di quest'ultimo, richiamandosi a chiarimenti avuti con la Curcio e compagne in seguito ad una lettera della signorina Curcio, della quale non conosciamo il contenuto, scritta alla signorina Gradante, già terziaria domenicana, che ha coinvolto il direttore del T.O.C. ispicese; Blandini, allarmato in un primo tempo - per cautela ha usato la mano forte anche col Rizza - riconosce, però, che non c'è stata cattiveria o malizia da parte di nessuno.

                 "Ho ricevuto la tua lettera del 6, e son lieto di quel che mi hai esposto, perché dopo aver parlato con la Curcio e le altre ho dovuto convincermi della tua innocenza. Non faccio neanche carico alla Curcio della lettera scritta alla Gradante perché mi son persuaso che si peccò d'incoscienza e di leggerezza. Ad ogni modo accetta dalle mani del Signore questa prova che egli ha voluto darti e il dispiacere che ne hai provato. Peraltro la mia disposizione a tuo carico non ha più ragione di essere. Però ti raccomando assai di provvedere perché si formi sul serio lo spirito di coteste giovani affinché la casa quando che possa aprirsi ben cominci e meglio si avvii. A conseguire meglio lo scopo mi penso che quando la casa sarà pronta a Modica, mediante l'opera del rev. do Romano, mi rivolgerò all'Ecc. mo Mons. Pio di san. Giuseppe, già visitatore apostolico di questa diocesi, ed oggi vescovo dei Marsi, per avermi una Terziaria già professa ed una novizia almeno formate secondo il vero spirito del Carmelo, affinché possano dare la guida e l'esempio a coteste affatto nuove. Così potremo avere nella diocesi e anche in cotesto comune religiose carmelitane, vere figlie di S. Teresa"  (C. P., vol. VI, Lettera del vescovo G. Blandini al can. C. Rizza, Noto, 9 gennaio 1912, p. 25) .

 

 

 

M - Nuova sede della prima comunità a Modica

sotto la direzione del can. Vincenzo Romano

 

                "Le lotte che si scatenarono contro di me e compagne furono tante e tali da convincere il nostro vescovo a cambiare ambiente e paese. Si trovò subito questa casa, era proprio adatta per il nostro ideale, ci fu offerta gratuitamente per il mantenimento di orfanelle. Lietissimo il Vescovo per aver trovato tutto favorevole"  (C. P., vol. VI, Lettera della Serva di Dio a P. A. Grammatico, Modica, 29 marzo 1923, p. 82) .

 

                La casa a cui fa riferimento Rosa è il Conservatorio "Carmela Polara-Landolina" di Modica (RG), ed è lei stessa a raccontarne in una lettera a Mons. Raiti che abbiamo avuto modo di citare in precedenza:

 l'edificio del "conservatorio C. Polara" di Modica

                "Venni in questa città per alcuni affari e, incoraggiata da una mia parente, mi presentai all'arciprete Vincenzo Romano, il quale aveva fatto costruire questa casa che attualmente abitiamo, per raccogliere orfane, una pia signora, mia parente gli affidò una rendita per questo scopo. Desideravo la casa in affitto, ma lui, impressionato del mio ideale che corrispondeva al fine della fondatrice, mi rispose, non solo non accetto qualsiasi offerta, ma le affido la casa e la rendita per le prime quattro orfane. Il nostro trasferimento si fece presto, il vescovo lietissimo, scriveva lettere incoraggianti al Rev. do Romano, ora amministratore e fidecommissario dell'istituto. Il vescovo ideava grandi cose, chiamava questa nascente comunità il suo granello di senapa, che doveva divenire un grande albero da stendere i suoi rami in tutta la Sicilia"  (C. P., vol. VI, Lettera della Serva di Dio a Mons. Raiti, Modica 1923, p. 75) .

 

                L'onorevole Fedele Romano, nipote del can. Vincenzo Romano, in una lettera del 1935 al vescovo G. Vizzini, spiega perché la casa venne offerta alla Curcio:

                "Poiché si disponeva di mezzi limitati che non consentivano di poter chiamare delle Suore a reggere il nascente Conservatorio, si pensò opportunamente di adibirvi delle persone con l'ausilio di piccole industrie compatibili con l'istituzione, ma che ne assicurasse lo sviluppo. Non fu difficile trovarne alcune di provata pietà e moralità come la Curcio, la Denaro e altre, le quali disinteressatamente offersero la loro opera per la realizzazione di una iniziativa tanto benefica. Il Conservatorio rispose pienamente a quanto si desiderava sotto l'indirizzo della Curcio che fu ritenuta la più idonea a guidarlo"  (C. P., vol. VIII, Lettera di Fedele Romano a Mons. Giuseppe Vizzini, Modica, 13 settembre 1935, p. 705) .

 

              Il Conservatorio "Polara", oggi "Istituto di Assistenza all'Infanzia", sempre gestito dalle Suore Carmelitane Missionarie di S. Teresa del Bambin Gesù, è situato in contrada S. Anna, nel declivo della collina dell'Itria, così denominata dal sovrastante santuarietto rurale di S. Maria dell'Itria. Qui Suor Crocifissa e compagne si trovano a convivere vicino ad altre comunità religiose dimoranti sullo stesso colle: le Benedettine del SS. mo sacramento, le Piccole Sorelle dei Poveri, poi sostituite dalle Suore del Boccone del Povero, i PP. Cappuccini e i Salesiani.

 

                Il 1912 è un anno cruciale per Rosa Curcio e per la sua nascente comunità. Intanto Suor Crocifissa gioisce per aver trovato a Modica la possibilità di poter realizzare al più presto il progetto di vita sognato, e lo scrive con accenti di forte entusiasmo al Priore generale dei Carmelitani dell'A. Oss.; desidera ardentemente vestire l'abito carmelitano e comunica con spontaneità disarmante questo sentimento:

                 "... Con sicurezza siamo alla vigilia dei nostri desideri nutriti e ostacolati da molti anni... Ho scritto al vescovo per fare la prima vestizione, il Direttore è sicuro di ottenere tale permesso e mi ha detto di scrivere la presente alla P. V. Rev. ma per avere istruzione riguardo tale vestizione, di Terziarie riunite in comunità; io acchiudo nella presente un pezzettino della stoffa che ho già in casa per le tonache, se è adatto il colore e la qualità, il mantello si sà che per le grandi occasioni è bianco, ma può essere della stessa qualità del campione che qui acchiudo. per me che ho la croce di essere superiora, può accordarmi vestizione e professione nello stesso momento, io sono già terziaria professa da parecchi anni, ma dovrò certo rinnovare la mia professione religiosa... Per tutto il resto scriverà il Rev. do Direttore, ma ha voluto far scrivere prima a me per preparare le tonache sospirate con immenso trasporto. Sono al colmo della letizia, mi sembra un sogno, fra giorni indosserò le sacre lane, ho dimenticato tutte le amare lotte di fronte la bene immenso. Quante vocazioni si sono svegliate in cotesta città, il Direttore mi dice che non lo lasciano in pace, tante se ne presentano  (C. P., vol. VI, Lettera della Serva di Dio al P. Pio Mayer, Modica, 7 febbraio 1912, pp. 32-34) .

 

                Anche il can. Romano scrive al Priore generale perché lo faculti "per la benedizione di abiti, vestizione, professione di voti, indulgenze", ma P. Mayer si limita a concedere la facoltà solo per l'imposizione degli scapolari (cfr C. P., vol. VI, Lettera di V. Romano a P. Pio Mayer, Modica, 6 febbraio 1912, pp. 28-30).

              C'è ancora da camminare nell'ascesi per suor Crocifissa. Il suo temperamento a volte impulsivo e impaziente, nell'entusiasmo, la fa decidere forse con un po' di immaturità spirituale e Mons. Blandini, che la segue con oculatezza costante e ansia paterna, la corregge e la incoraggia a purificarsi dall'attaccamento al proprio parere per rendersi idonea al carisma di fondatrice. Sono alcune lettere dell'Ordinario a testimoniarci questo stile di direzione spirituale, improntato alla chiarezza e alla fermezza nei confronti di suor Crocifissa.

                 "Questa buona e pia signorina Curcio si è fisso in testa di voler prendere l'abito di terziaria carmelitana assieme alle altre giovani che a lei si sono unite, per dedicarsi ad opere di carità e di pietà. Io le ho poste sotto la direzione del rev. sac. D. Vincenzo Romano di Modica, il quale ha del suo prestato una casa per aprire in quella città un'istituzione religiosa al fine di procurare la retta educazione delle fanciulle. Ho benedetto con tutto il cuore i santi desideri e propositi di quelle giovani e particolarmente della signorina Curcio, ma sono recisamente contrario alla grande fretta che esse hanno di vestire l'abito religioso... si degni scriverle e persuaderla della ragionevolezza del mio pensare inteso unicamente alla miglior riuscita della formanda Istituzione e indurla ad acquietare nell'obbedienza lo spirito troppo entusiasta e anche ostinato"  (C. P., vol. VI, Lettera di Mons. Blandini a Mons. Bagnoli, Noto, 11 marzo 1912, p. 36) .

 

                "La signorina Curcio... ha molta fretta di vestire l'abito, ma prudenza vuole che attenda ancora, molto più che le costituzioni riferite alle suore stabiliscono l'età di 40 anni per le suore che debbano vivere nel secolo e non del chiostro. E se mi è doloroso rimpiangere il laicizzarsi di talune religiose di comunità nascenti, solo perché non si sono osservate le leggi della prudenza e della S. Sede nel vestirle prematuramente, non vorrei ancora mettere a repentaglio altre signorine... Con questo non voglio contraddire il vivo desiderio della signorina Curcio, ma lei si deve convincere che in simili cose non bisogna avere fretta ma sottoporre invece la volontà propria a quella dei superiori.. Mons. Pio mi consiglia di non ammettere in nessun modo qualcuna ex monaca uscita da altre comunità, perché gli ex sono sempre pericolosi"  (C. P., vol. VI, Lettera di Mons. Blandini al can. Romano, Noto, 22 marzo 1912, p. 37) .

 

         Il riferimento è ad una certa suor Domenica Gradanti, uscita dalla Congregazione delle Domenicane di Scicli, che, suor Crocifissa, in buona fede, vuole prendere con sé. Tale desiderio dovuto all'ansia di accrescere il numero delle compagne e a inesperienza, è del tutto spiacevole, ma servirà a maturare la Curcio, soprattutto nell'obbedienza all'Autorità, a causa della quale in seguito dovrà ancora tanto soffrire.

                 "Suor Domenica Gradanti, ex Terziaria Domenicana da Spaccaforno, apparteneva alla Congregazione Domenicana di questa diocesi... Ultimamente risiedeva a Scicli, e poiché non voleva restarvi mise avanti il pretesto di un'infermità ed ottenne il permesso di recarsi pochi giorni in famiglia. Invece di pochi giorni, essa si fermò a lungo presso i suoi, la malattia non fu vera né si dava pensiero di tornare in congregazione... Durante la sua dimora a Spaccaforno bazzicava frequentemente con la signorina Curcio... . Io la misi nell'avviso di stare in guardia, perché non avrei mai permesso che la Gradanti fosse passata tra le Carmelitane, stando alle disposizioni della S. Sede... . La Curcio da prima negò ogni cosa, ma quando io le mostrai la sua lettera dovette arrendersi all'evidenza. Mi fece promesse che mi parvero sincere... Ora intanto son venuto a conoscere che la Gradanti è stata per circa un mese a Modica presso la Curcio, e che ora quest'ultima è andata a Spaccaforno con quella. Che facciamo dunque commedia? Ella può ben persuadersi che io non ho torto quando mi mostro duro ad accondiscendere ai desideri della signorina Curcio, la quale ha le sue buone qualità, ma ha pure il grave difetto d'impuntarsi troppo nella sua volontà. E ciò non è niente conforme a quello spirito vero di religiosa secondo gli insegnamenti della serafina S. Teresa"  (C. P., vol. VI, Lettera di Mons. Blandini al can. Romano, Noto, 14 aprile 1912, p. 41) .

 

                Traspare da questa lettera tutto l'interessamento dell'Ordinario per l'ideale della Curcio e la sua paterna preoccupazione perché ella non commetta errori nel realizzare la volontà di Dio. Il giudizio del Blandini è senza mezzi termini: si è trattato di una vera disobbedienza da parte di Rosa, della quale non nasconde l'ostinazione, ma è pronto a riconoscerne le ottime qualità che, ben orientate porteranno molto frutto.

                 "... La Curcio è una giovane che presenta molte buone qualità, ma è pur troppo attaccata al proprio io, e a me pare che fintanto che una persona non abbia raggiunto l'annientamento della propria volontà, non avrà vero spirito religioso, e noi con tali persone non facciamo altro che fabbricare sulla rena. Per questo non mi persuaderò mai a permettere che si possa indossare l'abito religioso finché due suore non saranno venute dalla Casa Madre a prendere la direzione di cotesta comunità, ovvero due di queste suore non vadano su in continente ad acquistarvi lo spirito veramente serafico di S. Teresa. A me invero preme assai di cominciar bene per non aver a finir male"  (C. P., vol. VI, lettera di Mons. Blandini al can. Romano, Noto, 16 aprile 1912, p. 42) .

 

                E ancora un altro inconveniente: il 27 aprile Mons. Blandini comunica con grande sorpresa al can. Romano che Rosa ha vestito senza il suo permesso l'abito carmelitano :

                 "Ricevo a momenti una lettera della signorina Curcio, la quale da Catania mi annuncia di aver ricevuto la vestizione di Terziaria Carmelitana. Quanto mi abbia ciò sorpreso ella può ben immaginare. Alla Curcio ho già risposto, ed a V. S. ripeto che se essa volesse tornare a Modica per prima cosa dovrà deporre l'abito che indebitamente ha preso e riprendere il solito suo vestimento da signorina. Essa è una buona giovane, ha buone qualità, non però quella dell'obbedienza e della umiltà... Io voglio essere un fedele esecutore della volontà della S. Sede e del S. Padre, ed appunto volontà del S. Padre è che non si formino nuove case religiose se non informate al vero spirito di Ordini e Congregazioni già esistenti. Invece, la Curcio si è fitto in testa di essere la fondatrice di cotesta casa, e ciò non è se non una vera e propria illusione del nemico del bene. Prima dovranno venire due suore già professe dal continente, dimorare costà il tempo necessario a formare le altre  (C. P., vol. VI, Lettera di Mons. Blandini al can. Romano, Noto, 27 aprile 1912, p. 43) .suor M. Crocifissa alla vestizione

 

                Si tratta di un altro incidente di percorso che umilia e purifica la troppa fretta di suor Crocifissa, la quale, senza il permesso del suo Vescovo veste al Carmine di Catania, per mano dei Padri Pappalardo e Faro, l'abito carmelitano. Come si spiega questo atteggiamento della signorina Curcio? Forse l'entusiasmo-euforia, o l'insistenza del fratello, preside della Facoltà di Lettere di Catania, o la condiscendenza dei Padri Carmelitani influiscono a deciderla? Blandini impone a Suor Crocifissa una scelta: o rimanersene a Catania o smettere l'abito per poter rientrare a Modica. Non dobbiamo, però, dimenticare che è la stessa Curcio ad informarlo subito, certa  (in buona coscienza)  di non aver agito male, e ben lontana dal voler arrecare dispiacere al suo direttore spirituale. In ogni caso, l'Ordinario conserva grande fiducia a Rosa Curcio, continuando a guidarla con mano ferma e paterna.

 

 

 

N - Tentativi per dare solide basi alla fondazione.

Esperienza a Campi Bisenzio

 

         Mons. Blandini, che non ha perso la speranza di fondare un nuovo Carmelo nella sua diocesi, e al quale sta molto a cuore la signorina Curcio, nel luglio del 1912 si rivolge alla Superiora generale delle Carmelitane di Campi Bisenzio per chiedere il suo aiuto nella formazione di alcune signorine che desiderano vivere secondo la spiritualità carmelitana.

          "... A formarne una comunità in regola mi rivolsi al P. Pio di S. Giuseppe, oggi vescovo, il quale oltre ai suggerimenti datimi mi spedì copia della regola da osservarsi. Tra i suoi consigli era quello di mandare presso cotesta comunità due di queste signorine, per uniformarsi allo spirito della regola da servire poi come superiora l'una e come direttrice di novizie l'altra; e invitare due della comunità di costa a venire in Modica per regolare quella casa. Tanto piacere per me sia per l'uno che per l'altro modo, anzi son di avviso che quelle di costà potrebbero far più bene qui, come quelle di qua presso cotesta rispettabile casa. Su ciò mi rimetto completamente al giudizio prudente della S. V., la quale, per l'esercizio del suo ministero e per la conoscenza della regola, sa discernere meglio di me il bene e il male ... le sottometto anche che le signorine da me hanno avuto il consiglio di non indossare l'abito religioso se prima non si formeranno nello spirito; potranno vestire sempre modestamente, specialmente perché non tengono tuttora la vita claustrale"  (C. P., vol. VI, Lettera di Mons. Blandini alla Superiora generale delle Carmelitane di Campi Bisenzio, Noto 31 luglio 1912, p. 45) .

 

         Nel successivo mese di agosto, in un'altra lettera alla stessa Superiora generale l'Ordinario presenta il canonico don Vincenzo Romano, direttore e benefattore della nascente comunità di Modica, come "uno dei migliori, se pure non è il migliore tra tutti i sacerdoti della mia diocesi per pietà, prudenza e dottrina, tanto da godere la mia intera fiducia"  (C. P.; vol. VI, Lettera di Mons. Blandini alla Superiora generale di Campi Bisenzio, Noto, 16 agosto 1912, p. 46) .

 

        A fine novembre la Curcio e due compagne giungono esauste per il massacrante viaggio a Campi Bisenzio. Purtroppo, però, il fallimento della breve esperienza toscana colma il calice già tanto amaro e serve soltanto ad allontanare ancora nel tempo la tanto sperata approvazione canonica.

         In due lettere rispettivamente del 6 e 7 dicembre 1912, prima Suor Crocifissa e poi Suor Giovanna, Superiora generale delle Carmelitane Teresiane, comunicano a Mons. Blandini il triste esito dell'esperienza. E' importante notare lo stato d'animo della Curcio, in preda ad una grande prostrazione, che, in tutta umiltà e con profonda amarezza addebita soltanto a sé la mancata riuscita della prova, mentre Suor Giovanna adduce vari problemi pratici.

         "Tranne i primi giorni che trascorsi in gaudio celeste, poco a poco il buon Gesù mi ha fatto gustare il calice amarissimo e che per la sua maggior gloria mi preparava. La bontà divina ha riguardo alla mia estrema miseria e per questo mi fa prima gustare nella preghiera le avversità che più mi colpiscono nell'intimo dell'animo. Con calma e abbandono in Colui che tutto dispone per la mia santificazione ho bevuto sino all'ultima stilla l'amaro calice, e dopo tanti anni di lotte amare mi resta salire con Gesù al Calvario e con Lui morire crocifissa. Vedo il mio ideale quasi distrutto. L'affiliazione non fu possibile farla accettare a sì buona e illuminata madre, ed io ne convengo con essa. le mie due consorelle per colmo di amarezza ritornarono con me perché il clima troppo freddo per noi: non resiste né la loro né la mia povera salute. Non era conveniente che questo nero corvo star doveva in mezzo a sì candide e umili suore. E' giusto castigo ai miei meriti, ed ora da quest'arca mistica per mio grande martirio sarò nel diluvio del mondo. Chissà se i parenti consentono farmi ritornare a Modica... Ma ripeto, è un giusto castigo. Quanto bisogno sento di umiliazioni per il mio orgoglio senza limiti. Non dò a nessuno la colpa della distruzione dell'ideale di tanti anni, ma a me stessa! Da Catania le scriverò per decidere il mio ritorno a Modica"  (C. P., vol. VI, Lettera della Serva di Dio a Mons. Blandini, Campi Bisenzio, 6 dicembre 1912, pp. 47-48) .

 

            "Visto che nulla vi è di conforme alle nostre costituzioni, è impossibile venire ad una buona conclusione e siamo costrette a troncare fin da questo momento ogni trattativa dell'affare in parola. Il Signore provvederà in altri modi a quest'Opera. intanto queste figliuole se ne torneranno al loro paese giacché il clima non è loro adatto. Fra la lingua che non si capisce e l'età abbastanza avanzata rendono impossibile impartire loro l'istruzione necessaria per renderle utili alle opere dell'Istituto. Suor Crocifissa, poveretta, con la sua malferma salute non resiste alla rigidezza di questo clima e in questo tempo è stata più a letto che alzata; l'inverno sarebbe per lei fatale. Perdoni, Eccellenza Rev. ma, se la cosa non è andata a seconda dei suoi desideri, si vede che non era volontà del Signore"  (C. P., vol. VI, Lettera della Superiora generale di Campi Bisenzio a Mons. Blandini, 7 dicembre 1912, pp. 49-50) .

 

             Più tardi, raccontando la sua storia a P. Grammatico, Suor Crocifissa dirà:

            "... Dopo mille sacrifici di quel lungo viaggio, le benedette suore cercarono condizioni impossibili, sicché fui obbligata rientrare a Modica senza aver ottenuto nulla tranne una penosa malattia causata dalla fredda temperatura di colà . Per colmo non ebbi più la fortuna di rivedere e parlare col mio amatissimo Padre e vescovo, onde riferirle tutto, perché anche lui era gravemente ammalato e moribondo"  (C. P., vol. VI, Lettera della Serva di Dio a P. A. Grammatico, Modica, 29 marzo 1923, p. 83) .

 

 

 

O - Morte di Mons. Blandini.

Primi approcci con Mons. Giuseppe Vizzini

 

                Il 3 gennaio 1913 il vescovo Mons. Giovanni Blandini muore lasciando irrisolta la posizione giuridica della "piccola e crescente" comunità di Modica. Gli succede nell'episcopato netino Mons. Giuseppe Vizzini.

 

                Suor Crocifissa, da Modica, si premura di inviare subito gli auguri al nuovo vescovo, ancora prima della sua presa di possesso della diocesi di Noto (4 gennaio 1914), volendo instaurare un rapporto pieno di rispetto e obbedienza filiale fin dall'inizio; e pare che non debbano esserci difficoltà, anzi, il presule le risponde da Roma con un bigliettino molto paterno e affettuoso, nel quale loda la sua comunità per lo zelo che la pervade, specialmente nei confronti dell'Eucaristia:

                 "La ringrazio delle felicitazioni e molto più delle preghiere che ella mi offre, onde il Signore mi dia le grazie necessarie per governare secondo il suo Cuore la diocesi di Noto. Debbo poi rallegrarmi con lei di quanto mi scrive circa la frequenza quotidiana alla Santa Comunione nel suo istituto. Dica a coteste religiose e bambine che il più bel conforto che mi potranno dare è di farmi sapere che la comunione quotidiana non la lasceranno mai"  (C. P., vol. VI, Lettera di mons. G. Vizzini alla Serva di Dio, Roma, 17 dicembre 1913, pp. 54-56) .

 

               Si susseguono, a distanza di circa un anno l'uno dall'altro, due brevi lettere da parte del Vescovo.   Il 31 marzo 1915 suor Crocifissa ricorda all'Ordinario che attende una sua visita in comunità:

               "... Aspettiamo ancora la venuta di S. Ecc.za rev.ma tanto necessaria per stabilire un piccolo regolamento, che ci è di estrema necessità per evitare tanti inconvenienti e afflizioni"  (C. P., vol. VI, lettera della Serva di Dio a Mons. Vizzini, Modica, 31 marzo 1915, p. 61) .

 

               Dare una Regola di vita significa un implicito riconoscimento della comunità alla quale questa è diretta, ma, come avremo modo di conoscere, Mons. Vizzini non sarà mai disposto, fino al termine della sua vita, a riconoscere la comunità di Modica quale comunità religiosa della sua diocesi. A questo punto si apre per Suor Crocifissa e compagne il lungo inverno, durato ancora ben 12 anni, nel quale il seme dovrà marcire, nel terreno della sofferenza, della solitudine e dell'incomprensione, prima di poter germogliare e vedere la luce.

 

 

 

P - Ottima conduzione del Conservatorio "C. Polara".

Lo Statuto

 

         "La Commissione Amministratrice del Conservatorio Polara Carmela visto e considerato il buon andamento economico-morale e disciplinare di esso pio Istituto affidato temporaneamente alle cure interne e gratuite di suor Crocifissa Curcio, nata Rosina, delibera un voto di plauso e di riconoscente omaggio alla medesima per la sua onestà ed il suo zelo confermandole in tale occasione l'incarico di continuare in tale ufficio come sopra e per tutta la di lei vita e possibilità naturali. Sac. Vincenzo Romano prep., Sig. ra Brigida Ascenzo V. Grimaldi, Sac. Rosario Mattese"  (C. P., vol. VI, Voto di plauso della Commiss. Amm. alla Serva di Dio, Modica, 30 settembre 1916, p. 62) .

 

         Suor Crocifissa non potrebbe umanamente attendersi un riconoscimento più bello e gratificante, non solo per l'opera che svolge al Polara, ma anche per la dirittura morale con la quale gestisce il Conservatorio, ma lei non demorde dall'idea di fondare un istituto religioso che abbia il riconoscimento ufficiale dell'Autorità ecclesiastica, oltre che degli uomini, perché l'ideale che le arde dentro non si limita ad un'opera caritativo-assistenziale che supplisca alle abissali lacune delle strutture pubbliche, ma va ben oltre, delineando i tratti di un Carmelo Missionario che non conosce confini di tempo e di spazio.

         E' d'obbligo a questo punto soffermarci su uno dei documenti più importanti di questo periodo: Lo Statuto delle Terziarie Carmelitane, redatto da Suor Crocifissa per il Conservatorio "C. Polara", quasi sicuramente quel "piccolo regolamento" che avrebbe voluto sottoporre a Mons. Vizzini per l'approvazione, se gliene avesse dato la possibilità.

         Molto probabilmente, nella stesura dello Statuto, ella ha tra mano altri esemplari, in quanto la maggioranza delle norme ivi descritte è simile a quella di tante altre congregazioni dell'epoca, non discostandosi molto dal comune sentire e vivere religioso del tempo. Ciò che interessa rilevare è che questa normativa viene composta ricalcando un modello di congregazione religiosa, con uno stile di vita tipicamente religioso, nel senso canonico del termine, cioè, con voti pubblici, vita comune e governo di una superiora, per una comunità, come il "Polara", che istituto religioso non è e, né suor Crocifissa, né le sue compagne sono religiose: non esiste, infatti, alcuna erezione canonica e sono tutte semplici Terziarie Carmelitane che hanno professato voti privati nelle mani del Direttore spirituale. Ma tutto questo, se interessa la mente e la logica dello storico o del giurista, non rientra nell'ordine di idee della Curcio che non si pone affatto, nel suo cuore, queste distinzioni, sentendosi totalmente consacrata e religiosa.sr M. Crocifissa con sr M. Gertrude Denaro e alcune educande del "Polara", 1914

         Tale documento si rivela quanto mai prezioso sia dal punto di vista pedagogico, in quanto contiene i pilastri educativi sui quali si fonda il "Polara", gli stessi principi educativi che la Madre inculcherà alle sue figlie spirituali, sia dal punto di vista costituzionale, in quanto può considerarsi il "codice genetico" della futura Congregazione.

         Da questo germe di Regola emerge un valore essenziale che anticipa largamente il principio che è alla base del movimento di liberazione della donna e della lotta per il riconoscimento dei diritti umani: l'educazione come promozione e formazione globale della persona in tutti i suoi aspetti. Infatti, all'art. 3 (Cap. II, Parte II) leggiamo:

                 "Sia la maestra... unicamente premurosa di far di loro (delle giovinette) donne stimabili per virtù, per istruzione, per abilità, di modo che riescano un giorno utili a se medesime e alla società"  (C. P., vol. XII, Statuto, art. 3, p. 2157) .

 

                Suor Crocifissa è convinta che le parole non servono a nulla se non sono ratificate dalle convinzioni che si esprimono nella condotta, e che la pedagogia dell'esempio vale più di tanti discorsi:

                 "La maestra si ricordi che se vorrà che le alunne profittino molto di quello che insegna, bisogna che prima essa coll'esempio pratichi quella data virtù o quell'altra che vuole che esse imparino. Il buon esempio vale più di molte e molte correzioni. Ecco perché la Maestra dev'essere virtuosa"  (C. P., vol. XII, Statuto, art. 23, p. 2162) .

 

                Inoltre, l'atteggiamento indispensabile per educare le giovani è quello della fiducia e dell'apertura serena: si tratta di una pedagogia dell'accompagnamento che presuppone un rapporto assiduo e familiare con le allieve, fondato sull'amicizia e sul dialogo:

                "deve essere cura della Maestra il conferire spesso e familiarmente con le sue allieve". "... Deve mostrare i pregi di quelle virtù che devono informare il cuore delle fanciulle, senza renderne loro né troppo difficile, né troppo pesante la pratica"  (C. P., vol. XII, Statuto, artt. 4 e 7, p. 2157) .

 

                Infine, nell'art. 5, delinea implicitamente due qualità essenziali per svolgere il ruolo di Maestra: grande sensibilità e spiccata intuizione materna:

                "Studierà attentamente l'indole, il carattere, le tendenze morali, le inclinazioni di ciascuna per provvedere nel miglior modo al bene delle singole orfane"  (C. P., vol. XII, Statuto, art. 5, p. 2157) .

 

                Il giudizio del Grafologo conferma in madre M. Crocifissa queste qualità pedagogiche:

                 "Per pulitezza morale, per la chiarezza di direttive, per la coerenza di pensiero e di azione, per la stabilità dell'animo, per la capacità di convincere e di coinvolgere, presenta notevoli qualità pedagogiche; una pedagogia che unisce umanità e fermezza, amore e correzione. Moralmente retta e trasparente, amante della chiarezza, dell'ordine e dell'osservanza, posta in compiti di direzione, sa trasfondere queste qualità senza bisogno di doversi troppo imporre perché convincente ed è lei stessa modello di questi comportamenti... Questo le conferisce autorità e la qualifica sul piano educativo del gruppo, come quella che, a chiarezza di pensiero e di direttive unisce amore, comprensione, senso di attesa e non ricerca di autorità"  (C. P., vol. XIII, Esame Grafologico, p. 2556) .

 

                Visto che molti benefattori stimano grandemente l'opera di suor Crocifissa a Modica e desiderano la perpetuità della nascente istituzione, il segretario dell'Amministrazione del "Polara" perora la causa delle carmelitane chiedendo al vescovo di autorizzare le ragazze che hanno vocazione alla vita religiosa ad indossare l'abito religioso e ad emettere i voti dopo il noviziato  (cfr C. P., vol. VI, Lettera, Frasca Spada a Mons. Vizzini, Modica, 28 gennaio 1918, pp. 63-64) . Ma la risposta dell'Ordinario è tanto breve quanto perentoria:

                 "Circa l'erezione canonica di una Congregazione di Suore Carmelitane, per una recente disposizione della S. Sede è vietato ai vescovi d'istituirne nuove diocesane. Sono quindi nell'impossibilità di prendere in considerazione il suo desiderio"  (C. P., vol. VI, Lettera di Mons. Vizzini a Frasca Spada, Noto, 29 gennaio 1918, p. 65) .

 

 

 

Q - Contatti con l'Ordine Carmelitano: P. Alberto Grammatico.
Guida spirituale di don Piscitello

 

              Con accenti veramente accorati, suor Crocifissa, nei primi mesi dell'anno 1923 scrive al P. Alberto Grammatico, Priore Provinciale dei Carmelitani di Sicilia, affinché la aiuti a trovare una soluzione per "non far perire questa famigliola così lottata". P. Grammatico le ha proposto in precedenza l'apertura di una casa a Messina, ma, dice suor Crocifissa, "nelle circostanze attuali è molto difficile" e, raccontandogli la storia "di questa piccola istituzione" fa presenti le sue sofferenze, accresciutesi specialmente dopo la morte di Mons. Blandini:

                "... Rimase orfana questa lottata famigliola. Esposi tutto a questo attuale vescovo, mi promise grandi cose, ma la realtà è stata così amara. I Padri del mio caro Ordine siete così lontani, ma se in questa diocesi ci sarebbe qualche comunità di Carmelitani, certo il nostro difficile problema si risolverebbe più facilmente. Mons. Vizzini non ha torto, lui presenta difficoltà convincenti, ma se fosse suo ideale come lo era del defunto Blandini, supererebbe tante difficoltà, come del resto le ha sormontate per le Suore Domenicane, per le quali ha molto lavorato... Vuole scrivere qualche parola a Mons. Vizzini, sul riguardo... Faccia come le suggerisce la sua illuminata prudenza, moltissimi hanno voluto difendere la mia causa ma nessuno ottiene... Fiduciosa nell'interesse che il Padre spiegherà per queste abbandonate figlie del Carmelo... implora la paterna benedizione"  (C. P., vol. VI, Lettera della Serva di Dio a P. A. Grammatico, Modica, 29 marzo 1923, pp. 80-85) .

 

                In un'altra lettera, scritta sempre nell'anno 1923 ad un altro Carmelitano, Mons. Raiti, vescovo di Trapani, già precedentemente citata, nella quale suor Crocifissa comunica al Presule di aver avuto notizia dell'abboccamento che questi ha avuto con P. Grammatico in vista della possibilità dell'apertura di una casa a Trapani, spiega chiaramente il motivo dell'opposizione del vescovo Vizzini alla sua fondazione a Modica:

                "... L'attuale vescovo in principio molto entusiasta per la visita fatta a questo nostro istituto, mi promise mari e monti, ma dopo mi fece una proposta che io non ho potuto accettare, cioè di svestirmi delle sacre lane del Carmelo e indossare l'abito di Domenicana. Ella, o Rev. Padre, consideri la mia grande amarezza... ho preferito soffrire persecuzioni, disprezzo e abbandono ed anche la distruzione, se così ha disposto la Provvidenza, ma non posso tradire la vocazione che ho nutrito sin dall'infanzia, lo stesso ripetono le mie consorelle. Molte vocazioni si presentano, ma in queste condizioni come posso aumentare il numero, attualmente le sole Terziarie siamo sei e due aspiranti, viviamo tutte in comunità, oltre le aspiranti che vivono nelle proprie famiglia, ma non ho l'animo d'incoraggiarle, giacché il vescovo non vuol sentire di aiutarci, non domando mezzi materiali, ma spirituali. Non ci ha voluto accordare un oratorio... Nessuno che ci parla del nostro S. Ordine, viviamo nel completo abbandono e in preda a mille scoraggiamenti... Molti avrebbero voluto aiutarci però se avessimo cambiato Ordine, ma ripeto preferiamo la distruzione ma non possiamo nutrire altri affetti se non quello di essere Carmelitane"  (C. P., vol. VI, Lettera della Serva di Dio a Mons. Raiti, Modica 1923, p. 78) .

 

                In queste due lettere è espressa con accenti profondamente sinceri e sofferti tutta la fedeltà di suor Crocifissa e delle sue compagne alla vocazione carmelitana, una fedeltà pagata a caro prezzo, ugualmente pronta alla distruzione di ogni ideale, se questa è la volontà di Dio, come all'accettazione di altre lotte e persecuzioni, pur di "far rifiorire il Carmelo" nel suo paese o in altri.

                Intanto, nel silenzio e nel nascondimento, il progetto di Dio va maturando. La privazione di un oratorio costringe la comunità della Curcio a dover andare dalle Benedettine o scendere in città per la messa e le confessioni. Un giorno, nel vicino oratorio don Bosco, sempre in contrada S. Anna, incontra il Salesiano don Domenico Piscitello, gli apre il cuore e si abbandona docilmente alla sua illuminata guida spirituale. Di lui ci sono rimaste sei lettere inviate a suor Crocifissa attraverso le quali si può scorgere l'azione dello Spirito nell'anima della Serva di Dio, un'azione che corregge perché ama, spoglia e plasma, preparando, sulla via della Croce, a un grande avvenire.

                "Ottima suor Crocifissa, ringrazio il Signore che si è voluto servire di me, povero strumento, per fare all'anima sua tutto quel bene che ella sperimenta. In merito alle rivelazioni che ella mi fa dello stato interiore dell'anima sua, debbo dirle a suo incoraggiamento che il contrasto che ella sperimenta fra i suoi immensi desideri di perfezione e le imperfezioni e le miserie della sua vita reale di ogni giorno è stato sperimentato prima di lei da tutti i santi... Non bisogna avvilirsi, ma fare largo e fiducioso affidamento sulla grazia di Dio, la quale è stata data in misura sovrabbondante per Gesù Cristo...O buona suor Crocifissa, quanto le ha voluto bene e quanto gliene vuole ancora N. S. Gesù Cristo! Per carità, corrisponda a quest'amore e non renda frustrati i disegni che Egli ha sopra di lei" (C. P., vol. VI, Lettera di don Piscitello alla Serva di Dio, S. Gregorio, 29 dicembre 1923, pp. 90-93) .

 

                "... Mi accorgo che in questi giorni ella abita sopra il Tabor di delizie e di dolcezze spirituali che toccano così vivamente la sua anima da ispirarle il desiderio eroico dell'immolazione. Le prometto che studierò per qualche mese queste belle e generose disposizioni dell'anima sua e se le trovo tutto oro colato, libero da ogni mescolanza di amor proprio le prometterò dal canto mio la grande offerta, rimandandola per altro al suo confessore. Intanto la metto alla prova. Ella deve dedicarsi completamente al servizio delle consorelle e delle orfanelle in spirito di carità e di mansuetudine; deve sentirsi debitrice a tutte delle sue cure materne. Una cura le raccomando poi nell'uso della lingua"  (C. P., vol. VI, Lettera di don Piscitello alla Serva di Dio, S. Gregorio 28 gennaio 1924, pp. 94-97) .

 

                "... Lei ha bisogno di una voce autorevole che la guidi in nome di Dio a una pienezza di vita attiva spesa tutta nelle opere di carità verso il prossimo. A me sembra, ottima suor Crocifissa, che ella abbia bisogno di imitare più suor Teresa la piccola che suor Teresa la grande. Procuri di leggere e rileggere la "Storia di un'anima"  (C. P., vol. VI, Lettera di don Piscitello alla Serva di Dio, S. Gregorio, 14 marzo 1924, pp. 98-101) .

 

                "... Finché siamo su questa terra ci è lecito aver le ali per volare quanto più in alto è possibile nei nostri desideri e nelle nostre sante aspirazioni, ma il resto del nostro essere deve posare coi piedi per terra, su questa terra misera e desolata che ci prepara spine e assenzio, ma che è stata beatificata dai passi di Gesù"  (C. P., vol. VI, lettera di don Piscitello alla Serva di Dio, S. Gregorio, 2 maggio 1924, pp. 102-105) .

 

                "Le cose che ella mi narra con tutta veridicità e schiettezza nelle dodici pagine della sua del 18 hanno dello straordinario o almeno del singolare, e io non posso fare a meno di ammirare la Sapienza e Bontà di Dio che la tratta così carezzevolmente e le regala un'abbondanza così trabocchevole di conforti e di gaudi spirituali... Meglio ella farà se continuerà ad amare e servire Dio con semplicità di cuore e con saldezza di volere, tenendo i piedi ben aderenti alla terra. Ringrazi il Cuore di Gesù che le fa di codesti regali e cerchi di corrispondere col vivere come vittima di riparazione, sopportando pazientemente tutto e tutti"  (C. P. vol. VI, Lettera di Don Piscitello alla Serva di Dio, S. Gregorio, 28 giugno 1924, pp. 136-139) .

 

                "... Formulo l'augurio... che lei prima di morire possa trovarsi alla testa dell'Opera da lei intravista nei suoi santi sogni. Intanto perseveri nella sua offerta di vittima del Cuore di Gesù e si sforzi di divenire ogni giorno più degna del nome che porta, Crocifissa. Sì, Crocifissa con Gesù sulla croce di ogni pena fisica e morale, di ogni umiliazione, di ogni contraddizione" (C. P., vol. VI, Lettera di don Piscitello alla Serva di Dio, Alì Messina, 3 gennaio 1925, pp. 228-231) .

 

 

 

R - Padre Lorenzo van den Eerenbeemt.
Un ideale in comune

 

                Con P. Grammatico l'ideale coltivato da suor Crocifissa è a un giro di boa, verso uno sblocco imminente. Egli si è già mosso in favore di questo progetto con il vescovo di Trapani, Mons. Raiti, con il quale, però, il progetto di una fondazione carmelitana nella sua diocesi non va in porto, ma non si da per vinto, cerca ancora. Tornato a Roma, al termine del suo mandato di Priore provinciale, presso il Collegio Carmelitano "S. Alberto", parla di suor Crocifissa e dei suoi desideri ancora irrealizzati ad un suo confratello, P. Lorenzo van den Eerenbeeemt.

                Questo carmelitano di origini olandesi (per parte di padre), attualmente a Roma, quale Segretario per le Missioni estere della Provincia Olandese e professore di sacra Scrittura, ricco di iniziative e di entusiasmo, non è ancora riuscito a "far passare" il suo progetto di un Carmelo femminile missionario. Infatti, gli hanno risposto garbatamente "no" le Carmelitane di Torino e quelle di Bologna.

                "... La nostra Congregazione non è ancora abbastanza svolta per poter abbracciare le sante Missioni"  (C. P., vol. VI, lettera della Superiora generale delle Carmelitane di Torino, Suor Teresa di Gesù a P. Lorenzo, Torino, 21 settembre 1923, p. 88) .

 

                "... Ringrazio oltremodo la P. V. del pensiero avuto di rivolgersi anche a noi, e avrei voluto abbracciare subito un tal disegno, ma dopo aver ben considerato il tutto mi rincresce di dover dare una risposta negativa in cosa così santa e così utile alla Religione, e ciò per assoluta impossibilità, mancando il più, e cioè i soggetti necessari"  (C. P., vol. VI, Lettera della Superiora generale delle Carmelitane di Bologna, Suor Eufrosina a P. Lorenzo, Bologna, 4 maggio 1924, p. 107) .

 

                P. Lorenzo ha scritto anche a Mons. Raiti, nella speranza di fondare l'istituto missionario a Trapani:

                "... E' da molto tempo che io desidero che il nostro Ordine spieghi un'attività missionaria. Spero fondarlo nella sua diocesi. Avrei a Roma delle postulanti che volentieri vorrebbero iscriversi ad un Terz'Ordine nostro missionario, ma dai nostri non abbiamo una istituzione che abbia questo scopo... Mi dia una risposta affermativa"  (C. P., vol. VI, Minuta di lettera di P. Lorenzo a Mons. Raiti, Roma, 13 giugno 1924, p. 118) .

 

               Intanto, negli stessi giorni anche Suor Crocifissa scrive alle Carmelitane di Bologna per avere un aiuto nella formazione delle giovani aspiranti alla vita religiosa, ma la Madre Eufrosina risponde chiarendo che il loro non è un Istituto missionario:

               "... Debbo avvertirla che il nostro Noviziato non è per postulanti che poi debbono uscire per le Missioni. Le nostre giovani novizie quando hanno professato restano nell'attuale convento, oppure vengono dall'ubbidienza destinate in altre case religiose, da noi fondate, appunto per l'educazione della gioventù. Questa è l'odierna nostra Missione"  (C P., vol. VI, Lettera della Superiora gen. delle carmelitane di Bologna, suor Eufrosina, alla Serva di Dio, Bologna, 7 maggio 1924, p. 110) .

 

                Sembra che per l'ideale missionario di suor Crocifissa e Padre Lorenzo, coltivato indipendentemente l'una dall'altro, non ci sia posto nella famiglia del Carmelo.

 

                La storia umana e spirituale del cristiano è tessuta dal fenomeno dell'incontro: un incontro con qualcuno che non è soltanto un individuo in carne ed ossa, ma è anche tutto quello che intimamente è relazionato con lui, ciò che fà, le sue opere, i suoi pensieri, i suoi progetti. Il "qualcuno" per suor Crocifissa è P. Lorenzo, al quale P. Grammatico ha già parlato della nuova esperienza carmelitana femminile a Modica e degli aneliti missionari di chi la anima e la guida. E lui, il 23 giugno 1924 le scrive: comincia così una comunione che non si è più spenta e che ha acceso nel cuore della Chiesa un nuovo Carmelo Missionario.

 p. Lorenzo giovane maestro dei chierici carmelitani

                "Reverenda Madre Superiora, ho ricevuto il suo indirizzo dal Rev. P. Grammatico, professore nel nostro Collegio Internazionale, dove anch'io mi trovo. Da molto tempo ho un vivissimo desiderio di fondare un Terz'Ordine Regolare Carmelitano per le Missioni. (Per Missioni intendo anche quelle nei paesi dei nostri emigranti). Mi sono rivolto presso le nostre suore Carmelitane di Bologna per vedere se esse suore volessero abbracciare anche questa nuova attività. Mi hanno risposto che in questo momento non possono accondiscendere a questo mio desiderio e perciò, dietro indicazione del P. Grammatico mi rivolgo a Lei per vedere se fosse possibile incominciare col suo aiuto questa santa e pia opera... Dalla Rev. Vostra non desidererei altro che: 1) si mettesse nelle costituzioni la possibilità di essere mandata nelle missioni; 2) che nelle costituzioni non si limitasse l'opera delle Suore ad una data attività, come p. e. la scuola, ma a tutti i lavori a cui devono adattarsi le missionarie... 3) che nel caso in Roma fra pochi mesi abbia l'appoggio (già promesso della persona suindicata), la Rev. Vostra mi potesse inviare una suora prudente, saggia e istruita, che potesse iniziare le postulanti e novizie alla vita attiva, religiosa, carmelitana. Rev. Madre, ho letto la sua lettera che Lei indirizzò un anno fa al P. Grammatico, credo che se lei unisse i suoi nobili sforzi ai miei, vedrebbe in realtà l'avverarsi dei suoi santi desideri. Il suo Terz'Ordine avrebbe nella Chiesa un grande avvenire. Aggiungerò che avendo io molte conoscenze all'estero, facilmente quest'opera diventerebbe internazionale, come internazionale è la Chiesa di Dio. Io spero che la V. R. non mi risponderà di no: se mi sento spinto a questa istituzione nuova lo è perché S. Teresa e la piccola Teresa hanno avuto un immenso desiderio di servire Iddio nelle missioni, e perché, in realtà vi è tanto bisogno nelle missioni di anime sante. E' un anno già che scrivo e raccomando a Dio quest'opera santa, che deve abbracciare tutto il mondo, tutti i popoli, anche gli indigeni. La prego perciò di volermi rispondere al più presto possibile"  (C. P., vol. VI, Lettera di P. Lorenzo alla Serva di Dio, Roma, 23 giugno 1924, pp. 126-129) .

 

                Suor Crocifissa appena cinque giorni dopo risponde da Modica con toni d'indicibile gioia: il suo cuore, finalmente consolato, si effonde in sentimenti di meraviglia e stupore, dopo tanti anni di sofferenze stenta a credere che il suo sogno si sta avverando. Si dilunga nel raccontare al padre la storia del "granellino" così tribolato e offre umilmente se stessa, quale "mezzo spregevole" per "sì ardua impresa". Presenta tutta la sua piccolezza e i suoi limiti, ma crede ciecamente in Dio che "si serve delle cose inutili per far risplendere la sua grandezza".

                "Reverendissimo Padre, la sua venerata del 23 mi giunse oltremodo gradita, mi sembra ancora di sognare... la leggo e la rileggo, ho trovato finalmente il Padre nel nostro S. Ordine che vuole condividere il mio grande ideale?! Ella, o Rev. Padre, da un anno che scrive e raccomanda a Dio quest'opera santa che deve abbracciare il mondo, ma io sin dall'infanzia ho sognato questo grande ideale. Ho sofferto ogni sorta di lotte e persecuzioni e molto più dai Superiori Ecclesiastici, perché le mie aspirazioni loro chiamano illusioni e cose che non potranno mai avverarsi. Non mi hanno risparmiato ogni sorta di dure prove per stancarmi assieme alle mie buone consorelle, ma nella preghiera e nella protezione della Vergine SS. del Carmelo ho trovato il segreto di perseverare sinora e di soffrire ancora il loro abbandono. Ho voluto manifestarle in breve le mie aspirazioni sempre contrariate per volerle chiarire la mia condizione, perché temo che Ella crede di rivolgersi a me perché io rappresenti una comunità di Religiose Carmelitane già formate al vero spirito del nostro S. Ordine. Da 15 anni circa trovami riunita (col consenso del Vescovo Blandini di s. m. mio direttore spirituale) con queste mie buone consorelle. Il Vescovo non solo benediva il mio ideale ma era anche suo, poiché mi diceva che io era il granellino di senapa che doveva divenire un grande albero da stendere i suoi rami in tutto il mondo. Questo buon Pastore visse poco dopo la mia riunione, sicché lasciò tutto incompleto e, in balia di tempeste di ogni sorta questa famigliola di Maria sinora persevera sperando sempre! L'attuale Vescovo di me e comunità non ha creduto occuparsi perché non vuole creare nella sua diocesi un'altra Congregazione, perché siamo lontane dai Padri del nostro Ordine, e quindi lasciate in questo penoso abbandono, preghiamo e lavoriamo quasi ogni sorta di lavori donneschi. Se Ella quindi vuole servirsi di questo mezzo spregevole per sì ardua impresa, verrò io stessa accompagnata da qualcuna delle mie consorelle, le mie condizioni di salute però non sono floride come il passato, frutto delle continue lotte, la mia istruzione e abilità assai limitata, i desideri che sinora mi consumano, perché sempre contrariata, sono immensi, ma del resto, se Ella si contenta di me, accetto sin da ora e abbandonandomi nel Cuore SS. di Gesù e della mia tenera Madre, rispondo "Ecce ancilla Domini". Potrei servire per dare il principio alla grande Opera, aiutata dalla P. V. rev. e dai buoni Padri che ho sempre sognato, ma che non ho avuto sinora la fortuna di veder e conoscere per gustare la grandezza del mio S. Ordine, il resto Ella mi scrive che non ha timore e ripeto lo stesso anch'io, frutterà il granellino Iddio si serve delle cose inutili per far risplendere la sua grandezza... In questi giorni facciamo speciali preghiere alla nostra cara Santina S. Teresa, perché ci ottenga dal Cuore SS. di Gesù il compimento dei suoi disegni"  (C. P., vol. VI, Lettera della Serva di Dio a P. Lorenzo, Modica, 28 giugno 1924, pp. 130-135) .

 

                P. Lorenzo, tre giorni dopo risponde a Suor Crocifissa, pieno di riconoscenza per la sua adesione; la tranquillizza circa la salute con parole cariche di tenerezza che fanno intravvedere come fin dal primo momento egli riconosca spontaneamente in lei la "madre", cioè, colei che ha cominciato da lungo tempo a generare nel dolore quest'Opera Santa, perciò fa completamente sue le intenzioni della Serva di Dio, che d'ora in avanti anche noi chiameremo "Madre". La mette ulteriormente al corrente dei suoi desideri e delle sue occupazioni, confidandole che ha fatto un voto di dedicarsi a quest'Opera missionaria; infine le raccomanda di pregare molto perché il nemico del bene cercherà d'intralciare il loro cammino.

                 "Reverenda Madre Superiora, sia lode al Cuore di Gesù che le ha suggerito una sì bella risposta: essa mi ha confortato tanto e mi ha riempito il cuore di gioia. Io accetto la sua parola e da parte mia prometto di aiutarla con tutte le mie forze, volendomi dedicare totalmente a quest'opera tanto sublime. Sono molto contento che Lei personalmente vuol venire ad intraprendere questa nuova Istituzione, così sarò sicuro del suo validissimo appoggio: se Lei non è più tanto forte in salute cercherò di non farla strapazzare tanto: mi bastano la sua anima e le sue parole. le sue intenzioni, i suoi fini saranno i miei e se io ora vi ho aggiunto il mio particolare delle Missioni, dal suo modo di scrivere credo che sia stato sempre il suo. Non ho voluto incominciare da me a fare tutto, ma ho creduto opportuno rivolgermi ad una suora che conosca meglio il carattere femminile, e così il Signore ha voluto mettermi nella sua vita... Continui in questo tempo a pregare molto il Signore, a pregare la grande e piccola Teresa: Lei sa d'esperienza che per le buone imprese non mancano difficoltà, e quantunque ora sembra che tutto vada a gonfie vele, pur tuttavia mi aspetto che il nemico d'ogni bene venga a crearci qualche impiccio. Ma speriamo nell'infinito amore del Cuore di Gesù e nella Vergine, nostra cara e dilettissima Madre che ci farà trionfare di ogni cosa: del resto è opera sua, e se così vorrà Iddio, quest'opera sorgerà e fiorirà e si moltiplicherà, noi non faremo nulla per vanagloria, ma per la salvezza delle anime e la gloria sia solamente a Lui che è il datore di ogni bene e di ogni buon pensiero. Le aggiungo che questa nuova impresa è per me un obbligo, perché è un voto fatto per una grazia ricevuta... I Padri confratelli non solo non mi sono contrari, ma fino ad ora abbracciano volentieri i miei disegni"  (C. P., vol. VI, Lettera di P. Lorenzo alla Serva di Dio, Roma, 1 luglio 1924) .

 

                Qualche giorno dopo, con accenti colmi di entusiasmo e d'intenso lirismo spirituale, Madre Crocifissa risponde, felicissima di vedere avverarsi il suo ideale giovanile di Carmelitana Missionaria, e presenta a P. Lorenzo l'olocausto di tutta se stessa perché questi lo offra all'Autore delle loro sante ispirazioni.

                Suor M. Crocifissa ha già 47 anni, eppure, per certi aspetti, conserva ancora la freschezza e la spontaneità della prima giovinezza: le lotte e le tribolazioni non hanno fiaccato la fibra della sua fede e della sua speranza.

                "Reverendissimo Padre, un immenso orizzonte di nuova luce e di celesti consolazioni m'ispira leggendo e rileggendo i suoi illuminati scritti. Mi sembra di essere ritornata fanciulla, quando piena di celeste ardore e di soavi sogni sbocciava la mia giovane vita... Sogno o son desta? Ma no, è realtà, è finalmente lo zelo, l'ardore, lo spirito Carmelitano che io leggo, è il Padre dei miei ideali d'infanzia che così illuminato mi scrive, facendo sue le mie intenzioni, i miei fini... Padre, si contenta, mi scrive, della mia anima, delle mie povere parole, la sua bontà mi confonde e mi fa accrescere la fiducia nel Cuore Eucaristico di Gesù e di Maria, in questi sacri incendiari attingerò sempre la vita e la luce onde disimpegnare sin da ora colla mia povera preghiera l'altissima Missione. Gradisca, o Padre, l'olocausto di tutta me stessa perché assieme alle sue sante imprese l'offra all'Autore delle nostre ispirazioni. la mia immolazione, la mia povera preghiera unita alle di lei preghiere e zelo spero che affretteranno il compimento dei divini disegni... Colla mia povera preghiera, col mio spirito le sono sempre vicina, ecco il povero appoggio che posso darle sin da ora, gli ostacoli che il nemico di ogni bene farà sorgere ci renderanno più forti e ci accresceranno la confidenza in Colui che ciò permette per far risplendere la sua potenza... Nelle mie speciali devozioni ho consacrato un giorno della settimana per i miei cari fratelli e sorelle missionari, preghiere, azioni, tutto offro per loro, li visito spiritualmente e mi sembra di confortare i miei desideri e di lavorare assieme a queste vittime della carità!"  (C. P., vol. VI, Lettera della Serva di Dio a P. Lorenzo, Modica, 8 luglio 1924, pp. 145-150) .

 

 

 

S - 1924, Tempo di maturazione.
Una speranza, l’Arenella

 

         Continua così un fitto scambio epistolare tra Madre Crocifissa e P. Lorenzo, fatto di speranze e delusioni, nell'affannosa ricerca di una casa per poter accogliere le vocazioni e dar luogo alla fondazione.

         Da Napoli, ove ha accompagnato in vacanza i chierici del Collegio "S. Alberto", P. Lorenzo comunica a Madre Crocifissa la speranza di ottenere una casa per il noviziato, col permesso del Priore generale dell'Ordine Carmelitano. (Cfr C. P. vol. VI, Lettera di P. Lorenzo alla Serva di Dio, Napoli, (Arenella) 6 settembre 1924, p. 162).

        La Curcio gli risponde che, con il consenso del direttore spirituale, si è offerta vittima per la nascente Istituzione, e che ha cominciato a disporre tutto per affidare la direzione del Conservatorio "Polara" ad altri, in attesa di partire  (cfr C. P. vol. VI, Lettera della Serva di Dio a P. Lorenzo, Modica, 12  settembre 1924, p. 166) .

         Sorgono presto le prime difficoltà, P. Lorenzo informa la Serva di Dio che ci sono degli ostacoli circa la vagheggiata casa di Napoli e chiede una copia della regola  (cfr C. P. vol. VI, Lettera di P. Lorenzo alla Serva di Dio, Napoli 18 settembre 1924, p. 172) . Ma la Madre non teme e incoraggia P. Lorenzo: 

         "... Il nemico del bene prevede che questa novella istituzione gli ruberà moltissime anime e vorrebbe impedirla, se ciò gli fosse possibile! La preghiera è onnipotente, preghiamo... Non mi spaventa, il nemico è troppo vile... Ora stesso le spedisco la Regola e l'orario, potrà modificare come la sua illuminata prudenza crederà... Godo tanto nel leggere che già le prime giovinette sentono di consacrarsi al Signore nelle Missioni... Qui ho tutto disposto in modo che possa stabilire la mia residenza ove la Volontà Divina mi chiama"  (C. P., vol. VI, Lettera della Serva di Dio a P. Lorenzo, Modica, 22 settembre 1924, pp. 176-179) .

 

           Appena due giorni dopo P. Lorenzo comunica alla Madre di aver ricevuto la Regola ed è felice per la profonda sintonia d'idee, inoltre le dice che il Priore generale aderisce pienamente alla loro Opera ma la casa a Napoli, per ora non è possibile aprirla, però attende madre M. Crocifissa a Napoli per fornirle tutti i dettagli e definire meglio gli accordi.

          E' lo stesso P. Lorenzo, nel profilo biografico sulla Madre, più volte citato, a descrivere il loro primo incontro e le prime impressioni: 

          "... Alla stazione centrale il primo incontro, prima sfuggevole e vicendevole impressione: due personaggi di poca fisica imponenza ed esteriore parvenza. 'Come può un giovane, magro, stecchito, di statura mediocre, iniziare un tale lavoro?'... Come può imporsi questa giovane suora un sì arduo inizio spirituale?'... In quel tempo la Madre, pur stando sui cinquant'anni, non li dimostrava affatto, e a chi scrive sembrò giudicarla ancora giovane. Al Carmine dove ci si aspettava per un pranzetto, l'avvicinamento fu più comprensivo e cordiale, e da ambo le parti si accentuò il desiderio di arrivare alla prima pietra"  (C. P., vol. XIII, VAN DEN EERENBEEMT L., Madre Crocifissa Fondatrice, o. c., p. 2378) .

 

                Il Padre sta iniziando le pratiche per l'affiliazione all'Ordine Carmelitano e comunica alla Madre le difficoltà giuridiche da superare, prima fra tutte il consenso del Vescovo, poiché senza questo è assolutamente impossibile iniziare la pratica: 

                "Dopo essersi raccomandata a S. Giuseppe lei vada dal Vescovo a domandare il permesso in scritto per poter scrivere all'Ordine per aggregarsi. Se lo vede ben disposto può man mano manifestargli come l'Ordine ora s'interessa delle Missioni. Nel caso che la volontà del Vescovo rimanesse inflessibile, Iddio ci aprirà un'altra via: si dovrà cercare un Vescovo benigno e là incominciare. Quantunque scorga molte e molte difficoltà mi è subentrata una grande fiducia. sarà questione di tempo, ma poi si riuscirà"  (C. P., vol. VI, Lettera di P. Lorenzo alla Serva di Dio, Roma, 3 ottobre 1924, pp. 184-186) .

 

                La Madre nel rispondere questa volta è molto perentoria e mette fuori con grinta la sua forte personalità esponendo le sue difficoltà di donna in un ambiente "così ristretto" per cui, in quanto tale, non trova spazio neppure nel campo ecclesiale per portare il suo contributo: 

                "... Sarei pronta a recarmi dal Vescovo, ma il mio direttore spirituale, essendo a conoscenza di tutto, mi proibisce di andare dal Vescovo, come lei mi ha scritto; sarebbe lo stesso che 'svegliare il cane che dorme'. Otterrei l'effetto contrario... Trovare un vescovo benigno... Oh, benedetto Padre! Se fossi un uomo, immagini cosa farei, ma sono una povera donna e per colmo in questo ambiente così ristretto. Che vuole che io faccia? Dove vado a pescare un Vescovo benigno? Questo è compito suo" (C. P., vol. VI, Lettera della Serva di Dio a P. Lorenzo, Modica, 8 ottobre 1924, pp. 188-189) .

 

                Fresca nella fede ed eroica nella carità, la Madre scrive di nuovo al Padre il 25 ottobre: 

                "E' disegno ordinario della Provvidenza divina, quando sceglie un'anima a cose grandi, prima di farla passare per le tribolazioni per renderla più forte e coraggiosa sino all'eroismo. Padre, non è solo nel Getsemani, ma soffre , prega e s'immola la Crocifissa, abituata a cibarsi di assenzio, ed ora con gioia, divide con il fratello, il calice fino alla feccia... Le lotte, le contrarietà non mi scoraggiano, anzi mi hanno legata al mio ideale tanto da aver rinunciato qualunque offerta che legava la mia libertà, abbandonandomi al seno della dolce Madre per il compimento dei disegni divini"  (C. P., vol. VI, Lettera della Serva di Dio a P. Lorenzo, Modica, 25 ottobre 1924, pp. 203-206) .

 

                Con lettera del novembre 1924 P. Lorenzo chiede alla Madre chiarimenti circa le costituzioni e circa la sua posizione nei riguardi del Vescovo di Noto, Mons. Vizzini.

                Madre Crocifissa risponde dicendo di aver fatto i voti di perpetua castità e obbedienza nelle mani del precedente vescovo, mons. Blandini; purtroppo, come lui ben sa, l'attuale vescovo mons. Vizzini, la riconosce solo come semplice terziaria e la ostacola nel suo ideale carmelitano, non potendo convincerla ad entrare tra le Domenicane; si mostra perciò addolorata perché pensa che P. Lorenzo, conoscendo già la sua storia, dubiti della sua sincerità e rettitudine di coscienza: 

                "... Sempre nutro profondo sentimento di venerazione per tutti coloro che rappresentano i Ministri del Signore, e in modo speciale per l'Angelo, il Pastore della mia diocesi... La prego di essermi sincero, perché dubita di me su questo delicatissimo riguardo? Se ha bisogno di qualche informazione di persone autorevoli che conoscono e dirigono la mia coscienza non ha che da scrivermi, il mio attuale direttore, e anche un altro che dimorò qui per dieci anni, perciò testimonia delle mie lotte e persecuzioni di ogni sorta, sono pronti se ella richiede scrivergli e rassicurarla. La mia disubbidienza verso il vescovo è da tutti conosciuta, perché, ripeto, non ho potuto cambiare vocazione per altri Ordini. Il martirio che mi ha fruttato è incomprensibile, ma posso assicurare di non aver guardato la creatura in questa contrarietà, ma Colui che tutto dispone per il nostro maggior bene"  (C. P., vol. VI, Lettera della Serva di Dio a P. Lorenzo, Modica, 18 novembre 1924, pp. 212-215) .

 

                L'altro sacerdote a cui si riferisce la Madre è il cappuccino P. Joseph Gondrand, nato a Smirne (Turchia) e vissuto molto tempo in Sicilia, il quale ha conosciuto la Serva di Dio a Catania, in casa del fratello Gaetano, poi, a Modica, l'ha guidata spiritualmente per un decennio. Egli le rende testimonianza in una lettera a P. Lorenzo: 

                "Ho appreso con grande piacere che finalmente la buona Madre Superiora delle Terziarie Carmelitane di Modica, suor M. Crocifissa Curcio, possa vedere il giorno in cui le sue aspirazioni verranno appagate ed effettuate. Il Signore scelse in lei la persona per aiutare la sua umile serva... Da dieci anni conosco la situazione penosissima della suor Curcio. Venuto dalla Turchia, mia missione apostolica, presi a onore la sua causa. Più e più volte la perorai presso il Vescovo Vizzini, ma disgraziatamente sempre con esito negativo. A Palermo interessai il M. R. P. Grammatico, allora Provinciale,; il quale mi promise tutto il suo appoggio. Comprenderà la mia gioia nel sentire che lei prese a cuore questa causa e vuole farla crescere e moltiplicare con frutti degni e duraturi"  (C. P., vol. VI, Lettera di P. Gondrand a P. Lorenzo, Caltanissetta, 4 novembre 1924, pp. 209-211) .

 

                Il Padre provvede subito a rassicurarla, chiarendole i motivi delle sue domande: 

                "... Il primo motivo è stato per consultare se il suo Vescovo, in nome dell'ubbidienza prestatagli nel voto, potesse impedirle di lasciare la diocesi o di propagare il suo istituto fuori diocesi. Il secondo motivo è quello che, non solo davanti a Dio, ma anche davanti agli uomini, e specialmente all'Autorità Ecclesiastica, non voglio che si abbia a dire di noi di aver mancato anche nella più minima cosa nel rispetto dovuto all'Autorità ecclesiastica... Personalmente... di questo le assicuro, rev. Madre, e questo lo scrivo davanti al Signore,... che mai ho nutrito dubbi della sua rettitudine e innocenza"  (C. P., vol. VI, Lettera di P. Lorenzo alla Serva di Dio, Roma, 27 novembre 1924, pp. 216-219) .

 

                Intanto proseguono, in una penosa altalena di speranze e delusioni, i tentativi per ottenere la sospirata villa "Avallone" a Napoli, in località Arenella, ne sono testimonianza le moltissime lettere che si susseguono in questi mesi a ritmo accelerato. Abbiamo notizie sulle origini dell'Arenella da quanto scrive P. Lorenzo:

                "Nel monastero della Croce di Lucca a Napoli, anni fa entrarono due sorelle, bramose di vestire il sacro abito carmelitano e di vivere in clausura. Prima ancora del 1925 esse avevano donato la loro villa "Avallone" al P. Generale dell'Ordine Carmelitano, con la clausola che, se possibile, trasferisse la proprietà a una comunità di Carmelitane di clausura. Dopo la morte di una di esse rimase Madre Carmela che emise in detto monastero i suoi voti solenni"  (C. P., vol. XIII, VAN DEN EERENBEEMT L., Madre M. Crocifissa Fondatrice, o. c., p. 2378) .

 

                I Padri Carmelitani tentano di far venire delle suore in questa casa, ma invano. Intanto, nel periodo estivo del '24, col consenso di Madre Carmela, i chierici carmelitani, insieme a P. Lorenzo trascorrono le vacanze all' Arenella, e il Padre tenta di convincere la monaca ad affidare la casa alle Terziarie Carmelitane della Serva di Dio per realizzarvi la nuova fondazione. Sembra che le trattative vadano a buon porto, ma alla fine, dopo mille incertezze, anche su sollecitazione di alcuni sacerdoti della diocesi di Napoli, Madre Carmela ritratta tutto.

                Per madre M. Crocifissa il calvario del fallimento e dell'umiliazione sembra non aver fine:

               "... Immagini che mortificazione... Tutto preparato per la partenza: i miei parenti tutti sono a conoscenza... Non si sa cosa rispondere... Non le dico lo stato d'animo della comunità tutta"  (C. P., vol. VII, lettera della Serva di Dio a P. Lorenzo, Modica, 24 aprile 1924, pp. 293-295) .

 

 

 

T - 17 Maggio 1925: Canonizzazione di S. Teresa del B. G.
Primo viaggio a Roma e S. Marinella.
Esposto al Card. Vico e permesso orale ad experimentum

 

          La sofferenza è atroce, lacerante, e Madre Crocifissa non la nasconde:

          "Oggi riprendo le mie abituali occupazioni dopo un periodo di riposo sulla croce"  (C. P., vol. VI, lettera della Serva di Dio a P. Lorenzo, Modica, 18 novembre 1924, p. 212) .

 

         Ma nel più totale abbandono ella trova la forza di credere, vuole credere e affida a S. Teresina il suo ideale, le sue aspirazioni: ora aspetta da lei la grazia. Così il 25 febbraio comunica a P. Lorenzo il suo desiderio di recarsi a Roma per assistere alla Canonizzazione della Santa di Lisieux, e il 26 aprile ripete la richiesta, anche per trovare l'occasione di parlare a voce con P. Lorenzo e cercare un'altra casa, visto che per l'Arenella non ci sono più speranze; d'altra parte, a Modica ormai non può più rimanere.

         P. Lorenzo le risponde chiedendole di mantenergli fiducia e di guardare alla Croce quale strumento di realizzazione dei loro progetti:

         "... Dalla gioia al dolore, dal dolore alla gioia. Si ricordi che sul Calvario dobbiamo morire così io come lei, ma il frutto sarà questa nuova Istituzione"  (C. P., vol. VII, Lettera di P. Lorenzo alla Serva di Dio, Napoli, 28 aprile 1925, p. 302) .

 

         Ma anche la Madre è sulla stessa lunghezza d'onda ed incoraggia il Padre ad attingere forza nel Cuore di Gesù. Gli comunica che ha ricevuto le costituzioni e ne è rimasta contentissima per la semplicità e la illuminata sapienza; conferma la sua venuta a Roma e condivide le sue pene: è proprio nelle sofferenze portate insieme che ci si incoraggia a vicenda e si diviene più forti  (cfr C. P., vol. VII, Lettera della Serva di Dio a P. Lorenzo, Modica, 6 maggio 1925, pp. 317-320) .

         Il Padre le risponde ancora, qualche giorno prima della sua venuta a Roma, per assicurarla che ha richiesto biglietti di favore per la partecipazione alla Canonizzazione, e le comunica che alcune giovani aspiranti di Roma sono desiderose di vederla  (cfr C. P. vol. VII, Lettera di P. Lorenzo alla Serva di Dio, Roma, 11 maggio 1925, pp. 323-324) .

         E' ancora dall'agile penna di P. Lorenzo che sappiamo del primo impatto di Madre Crocifissa con la città eterna e poi, il giorno dopo, con quella che doveva essere la "sua terra promessa": Santa Marinella.

         "Al Padre non fu difficile trovare una buona camera per le tre pellegrine, in parrocchia una buona terziaria, la signora Sanna, volentieri aprì la porta della sua casa... Alla Madre e alle due consorelle mediante il favore di speciali biglietti d'ingresso alla basilica Vaticana fu facile assistere con tutto agio la mattina del 17 maggio 1925 alla solenne glorificazione della Santina, assaporando in cuore tutta la gioia della Sacra Cerimonia e unendosi, come crediamo, in spirituale colloquio con la cara Protettrice... E il Padre? ... Passò la mattinata a purificare le anime dei devoti pellegrini nel confessionale della chiesa di Traspontina e ne ebbe, in compenso, una spirituale soddisfazione.

          Il giorno dopo, 18 maggio, la Madre, le suore e il Padre si recarono a S. Marinella, di cui la Madre aveva tanto sentito parlare dal Padre come la fatina del Tirreno, centro di naturale bellezza. Con insistenza la Madre volle, prima di ripartire per la Sicilia avere questa soddisfazione, ricordando un sogno che tanto l'aveva impressionata: una casina nel verde tra collina e mare, per la sua futura Congregazione.

          Che incanto in quel giorno! Cielo azzurro, aria mitissima, mare scintillante e uno zeffiro profumato di erbe e fiori silvestri che allargava i polmoni e un'arietta frizzante che costringeva a soffermarsi e consumare quel pò di cibo portato, al Capolinaro, allora solitario, erboso, che s'inoltrava roccioso nel mare spumeggiante tra gli scogli, con chiaro e fresco sciacquettio di onde leggere. Se si potesse ottenere una striscia di terra tra collina e mare per fabbricarvi una decente, sia pur piccola, abitazione per le suore! Quanta calma! Che luogo adatto per la preghiera, per ascetismo temperato con lavoro e dedizione alla gioventù, all'apostolato, per una futura vita missionaria, secondo lo spirito di S. Teresina del Bambin Gesù!... Oh, se si potesse prendere un villino in affitto, tanto per incominciare!"  (C. P., vol. XIII, VAN DEN EERENBEEMT L., Madre M. Crocifissa Fondatrice, o. c., pp. 2384-2385) .

 

                La decisione è definitiva e P. Lorenzo si muove subito per ottenere dall'Ordinario della diocesi di Porto e S. Rufina il permesso di fondare a Santa Marinella, inviandogli un esposto nel quale descrive brevemente lo scopo dell'Istituto e i mezzi per realizzarlo.

                "Eminenza Reverendissima, nutrendo da molto tempo un vivo desiderio per il bene delle anime, ho voluto intraprendere, insieme a delle nostre Terziarie carmelitane Regolari, la fondazione di un Istituto dedicato alla Santa Carmelitana, S. Teresa del Bambin Gesù, il cui scopo sarebbe la vita missionaria, non solo nelle Missioni propriamente dette, ma anche nel nostro continente. Questa vita missionaria si svolgerebbe specialmente a profitto della gioventù abbandonata o povera, per mezzo del catechismo e scuole di lavoro.

                A causa di molte circostanze, troppo lunghe a descriverle, non potendo aprire una casa a Napoli, come era il primo progetto, ho l'intenzione di prendere in affitto, con il permesso e la Benedizione speciale di V. Eminenza, una casa a S. Marinella, non molto distante dalla Chiesetta della Madonna delle Vittorie, ma siccome le suore non potrebbero rimanere sole senza l'aiuto spirituale, così domando umilmente a V. E. il permesso di poter ufficiare fino a novembre la detta chiesa delle Vittorie. prenderei alloggio nella casetta vicino, che accomoderei a proprie spese. Dopo ottobre, credo che con una parola di V. E. non mi sarebbe difficile rimanere a S. Marinella: con un abbonamento ferroviario potrei facilmente disimpegnare tutti gli obblighi che ho nel Collegio come professore e al Vicariato come Esaminatore e Censore del Caso Morale. Ogni mattina a S. Marinella si avrebbe la Messa e tutte le ore libere le consacrerei per il bene delle suore e della sua diocesi.

                Avendo io già parlato con la Superiora delle Terziarie, che si trova presentemente in Roma, al Reverendissimo Padre generale, Egli non solo è disposto, ma anzi sarebbe molto contento di poter favorire V. E. Reverendissima sia con l'aiuto della mia persona, sia con quello delle nostre Terziarie.

                Quanto alle spese V. E. non avrebbe nulla a pensare, perché a questo ci si è seriamente pensato prima di fare questo esposto.

                Sperando che V. E. vorrà benignamente concedere quanto qui sopra si domanda, Le bacio riverentemente la sacra Porpora"  (C. P., vol. VII, Esposto di P. Lorenzo al card. Vico, Roma, 23 maggio 1925, pp. 328-329) .

 

                Nei giorni successivi, 27 e 28 maggio il Padre invia allo stesso Ordinario altri due esposti rispettivamente, sulla nascente Istituzione e sullo stato della fondazione.

                Da parte della Curia vescovile di Porto non ci sono difficoltà, almeno per il momento, ad accogliere positivamente la richiesta, ed il permesso viene concesso oralmente, secondo quanto risulta da una Nota del Cancelliere Vescovile, oltre che dalla successiva lettera di P. Lorenzo alla Madre.

                "Non vi fu risposta scritta dell'E. mo Vico, ma vi fu certo la risposta affermativa a voce, poiché le Suore si stabilirono a S. Marinella, e il P. Lorenzo ebbe tutte le facoltà per assisterle"  (C. P., vol. VII, Nota del cancelliere vescovile di Porto e S. Rufina, senza firma e senza data, p. 336) .

 

                In due lettere, del 30 maggio e del 1 giugno, P. Lorenzo comunica a Madre Crocifissa che il Cardinale ha concesso il permesso orale per un anno:

                "Mia buona Madre, questa mattina sono stato dall'Em. Card. Vico, con cui ho parlato della nostra Istituzione ed allora, infine mi ha dato il permesso per un anno ( è un anno di prova). Mi contento anche di questo. Così noi dovremo meritarci con le fatiche e le difficoltà quel che tanto desideriamo: del resto non sarà nostro merito, ma tutta gloria di Colui che dall'alto dirige l'universo"  (C. P., vol. VII, Lettera di P. Lorenzo alla Serva di Dio, Roma, 1 giugno 1925, p. 3467) .

 

                Anche la Madre il 30 maggio scrive a P. Lorenzo, ma per comunicargli che il Vescovo Vizzini è a Roma e che sarebbe bene andasse ad ossequiarlo: "... Spero che (il vescovo) mi sarà benevolo, poiché non sento il minimo rimorso per non meritare una coscienziosa informazione"  (C. P., vol. VII, Lettera della Serva di Dio a P. Lorenzo, Modica, 30 maggio 1925, p. 343) .

                P. Lorenzo si muove anche presso il suo Ordine per ottenere il permesso di dimorare a S. Marinella durante il periodo estivo, permesso che gli viene concesso per iscritto lo stesso giorno della richiesta, a margine della stessa:

               "Reverendissimo Padre generale, il sottoscritto, umilmente domanda alla Paternità Vostra Reverendissima il permesso di poter trascorrere le vacanze dal mese di luglio fino al 1 novembre in S. Marinella, dove egli ufficierà, in quel frattempo, col permesso di S. E. il card. Vico, Ordinario del luogo, la chiesetta delle Vittorie ed avrà la direzione spirituale delle Terziarie Missionarie Carmelitane. Sicuro che la Paternità Vostra Reverendissima vorrà benignamente concedergli questo favore si dice della P. V. Rev. ma dev. mo servo in G. C. P. Lorenzo van den Eerenbeemt. Roma, 3 giugno 1925.

Conceditur libenter et iuxta preces. Fr Elias Magennis Priore gen. Ord. Carm."

(C. P., vol. VII, Richiesta di Permesso di P. Lorenzo al Priore gen. E. Magennis, Roma, 3 giugno 1925, p. 347) .

 

         Il 4 giugno Madre Crocifissa comunica al Padre la sua esultanza per l'ottenimento del permesso da parte del card. Vico:

         "Ho letto con piacere la sua del 30 maggio e stamane l'ultima del 1° corr., dopo il consolante telegramma. Speriamo con l'aiuto divino che questa fondazione sia la più stabile e non per molti anni ma fino alla fine del mondo!" (C. P., vol. VII, Lettera della Serva di Dio a P. Lorenzo, Modica, 4 giugno 1925, p. 348) .

 

                P. Lorenzo ha visitato Mons. Vizzini a Roma, ma questi ha solo inveito contro la Curcio. Il 13 giugno lo stesso padre le comunica di aver scritto al Vescovo di Noto chiedendo che alcune suore possano restare a Modica non essendoci posto per tutte a Santa Marinella, e la induce a recarsi personalmente dal Presule  (cfr C. P., vol. VII, Lettera di P. Lorenzo alla Serva di Dio, Roma, 13 giugno 1925, pp. 360-362) .

                Madre Crocifissa risponde chiedendo assicurazione che la residenza a S. Marinella sia stabile; inoltre dice che il direttore spirituale non ha stimato prudente farla presentare al Vescovo temendo una reazione contraria, e che uno dei suoi fratelli potrebbe reagire in maniera incontrollata qualora veda maltrattata la sorella  (cfr C. P., vol. VII, Lettera della Serva di Dio a P. Lorenzo, Modica, 16 giugno 1925, pp. 363-368) .

                P. Lorenzo comprende il travaglio che sta vivendo la Madre; la informa di essere stato ancora dal Vicario della diocesi di Porto e S. Rufina e di aver ottenuto il permesso per un anno a titolo di prova, di iniziare la nuova Istituzione a S. Marinella. Confida i suoi timori di un'influenza negativa del Vescovo di Noto presso i Superiori ecclesiastici e sollecita la venuta della Serva di Dio, dicendole anche che ha dovuto fissare la data di entrata delle aspiranti (di Roma) per il 3 luglio, poiché queste non hanno dove andare. Esprime tutta la necessità della sua presenza per avviare concretamente l'Opera e lavorare insieme per la salvezza delle anime, confidando nell'aiuto di Dio che, come ispira i santi desideri, così li porterà a termine  (cfr C. P., vol. VII, Lettera di P. Lorenzo alla Serva di Dio, Roma, 19 giugno 1925, pp. 369-372) .

                C'è ancora un'ultima lettera del Padre con la quale comunica a Madre Crocifissa l'indirizzo della loro residenza a S. Marinella: il "Villino Persichetti" presso il quale spedire le casse del trasloco, la incoraggia ad addossarsi insieme con lui tutto il peso dell'Opera senza farlo sentire alle suore e alle aspiranti   (cfr C. P., vol. VII, Lettera di P. Lorenzo alla Serva di Dio, Roma 20 giugno 1925, pp. 373-374) .

                Infine, la risposta della Madre, che dice di sentirsi disposta a lasciare la casa, i luoghi natii, i parenti, per trovare nella volontà di Dio tutto il compiersi del suo ideale, ma soprattutto disposta ad andare a salutare il Vescovo di Noto. Si chiude così il capitolo della vicenda di Madre Crocifissa in Sicilia, con parole delicate e serene sigillate da un atto di profonda umiltà:

                "... E giacché i suoi desideri sono i miei mi sento il coraggio di andare a baciare la mano che giustamente mi ha percosso (perché non si muove foglia che Dio non voglia); andrò accompagnata dal fratello, il quale trovasi qui per un affare d'ufficio, lui stesso mi accompagnerà, e con calma domanderà qualche buona parola di protezione"  (C. P., vol. VII, Lettera della Serva di Dio a P. Lorenzo, Modica, 23 giugno 1925, pp. 375-382) .

 

 

 

3.       la fondazione nel nuovo ambiente laziale negli anni '20 - '40

 

A - Contesto storico-geografico-sociale

 

         Il 1925, anno dell'incontro a Santa Marinella tra Madre Crocifissa e Padre Lorenzo, è emblematico di una situazione caratterizzata da forti contrasti, perché sono presenti da una parte, il perdurare di condizioni di immobilismo tipico dell'Agro romano, dall'altra le spinte di novità e di sviluppo a livello ideologico e attuativo.

         Il regime fascista incomincia a costruire quel 'consenso' che si attuerà non molti anni appresso. Ma non è per nulla spento l'eco del movimento contadino nel Lazio che fino al 1922, cioè, fino all'avvento del fascismo aveva reclamato terra e dignità per il lavoratore agricolo.

         Anche S. Marinella risente di questa volontà. Il periodo 1921-'31 vede un rapido sviluppo urbano del primo dopoguerra. Verso il '25 si delinea con chiarezza la fisionomia attuale della città con la costruzione di ville e villini ad opera della nobiltà, della borghesia romana e della gerarchia fascista.

 Santa Marinella, Capo Linaro, 1925

          Ma questa descrizione rischia di essere fuorviante perché anche Santa Marinella risente di quella situazione dell'Agro che vedrà una trasformazione solo a partire dal secondo dopoguerra. In questi anni, infatti, Santa Marinella è pressoché una 'landa deserta', con poche ville aperte esclusivamente per il fine settimana.

         La popolazione residente è dedita alla pesca e all'agricoltura. Le grandi estensioni di terreno incolto, quasi un latifondo, richiamano poveri lavoratori agricoli soprattutto dall'Abruzzo, dalle Marche, dall'Umbria e dalla Sardegna, attratti anche dalla prospettiva di lavoro offerta dalla costruzione delle abitazioni signorili; la crescente richiesta di manovalanza giustifica, infatti, la stanzializzazione sul territorio di queste popolazioni provenienti da regioni nelle quali si registrano i più bassi salari agricoli d'Italia.

         S. Marinella allora, non è poi quest'isola felice come appare dalla descrizione di P. Lorenzo e da altri scrittori che, forse con troppa facilità, non hanno tenuto conto della malaria e delle paludi che ancora negli anni '20-'30 infestano buona parte della zona  (cfr ROSSI G., Territorio e Congregazioni Religiose, S. Marinella e lo sviluppo della Congregazione delle Suore Carmelitane Missionarie di S. Teresa del B. G. (1925-1950), in Atti Convegno '90, o. c., pp. 55-56) .

 

 

 

B - Santa Marinella: due castelli, una città

 

         La storia di S. Marinella, località marina a nord di Roma, verso Civitavecchia, si può riassumere in brevi parole: "due castelli, una città'.

         I due castelli che, imminenti sul mare, si ergono agli estremi di un arco costiero lungo circa 10 chilometri, sono rispettivamente, venendo da Roma, quello di S. Severa e quello di S. Marinella.

         S. Marinella si estende, per gran parte della sua superficie su uno sperone roccioso ai margini della pianura costiera romana; l'elevazione del terreno rispetto al livello del mare, fenomeno assai raro lungo le coste laziali, conferisce a questa località un'aria particolarmente salubre e, per l'esposizione generale a sud-est essa può vantare un clima mite in tutte le stagioni.

         Che il mare in questa zona possedesse particolari effetti benefici all'organismo umano e che fosse particolarmente adatto alla cura di alcune malattie del sistema linfatico e polmonare, è dimostrato dal fatto che a S. Marinella, fin dal 1909 sorgeva, presso Capo Linaro, un istituto a carattere climatico curativo, sezione distaccata dell'Ospedale Bambin Gesù di Roma. L'Istituto, voluto e finanziato dalla Casa Reale, fu fondato dopo che la giovane Iolanda di Savoia, figlia di Emmanuele III, convalescente da una malattia polmonare, aveva trovato giovamento nel clima di S. Marinella.

 

           Volendo dare un rapido sguardo alla situazione religiosa negli anni '20-'40 a S. Marinella, dai dati statistici della diocesi di Porto e S. Rufina, si rileva che intorno agli anni '30 e fino agli anni '40 e oltre, in S. Marinella sono presenti i seguenti istituti religiosi: Frati Ospedalieri dell'Immacolata, le Figlie di Nostra Signora al Monte Calvario, le Figlie della Carità, le Suore del Buon Pastore, le Suore del Boccone del Povero, le Suore Terziarie Carmelitane Missionarie di S. Teresa del B. G., le Suore della Misericordia. Non va dimenticato che, in ottemperanza alle prescrizioni del Diritto Canonico, non potevano coesistere nella stessa zona istituti religiosi con finalità e opere simili, inoltre, la distanza tra i vari edifici religiosi doveva essere non inferiore a 300 canne  (Cfr C. P., vol. V, Relazione Storica, pp. 111-115) .

 

 

 

C - la Diocesi di Porto e S. Rufina

 

                Per comprendere più a fondo il tipo d'incarnazione sul territorio realizzata dalla Serva di Dio e da P. Lorenzo, è necessario fare un rapido excursus nella storia recente della Diocesi che ha permesso al 'granello di senapa' di attecchire e di portare frutto.

                "Dall'anno 1000 fino ai tempi attuali la diocesi ha vissuto la sua esperienza di fede nelle parrocchie rurali disseminate nel suo territorio: Castelnuovo e Riano, Cerveteri e S. Severa, Porto Romano e Maccarese e tanti altri borghi sorti accanto ai castelli baronali.

                Si succedettero Cardinali-Vescovi generosi e illuminati, residenti sempre in Roma, che in ogni modo cercarono di custodire e difendere il patrimonio cristiano della popolazione ridotta a poche migliaia di abitanti. Così, unica tra tutte le diocesi italiane, quella di Porto-S. Rufina non vedeva il proprio Vescovo risiedere nel suo territorio.

                Circa la conformazione geografica della diocesi, il suo territorio si estende per oltre 2.000 chilometri quadrati a Nord-Ovest della diocesi di Roma, compresa tra le vie nazionali Flaminia (fino a Castelnuovo di Porto), Cassia (fino a Formello) e Aurelia (fino a S. Marinella).

                Fin dall'inizio di questo secolo, la popolazione locale cominciò a crescere, prima con l'insediamento dei coloni negli anni '20, poi con la Riforma Agraria degli anni '50 ed infine con l'esplosione edilizia a ridosso del Raccordo anulare e l'incremento turistico della zona sul litorale.

                E' stata la felice intuizione del Card. Eugenio Tisserant, che aveva raddoppiato il numero delle parrocchie, da 21 a 40, ad ideare e realizzare la nuova cattedrale della diocesi in località La Storta, benedetta il 25 marzo 1950.

                In tale contesto prende corpo la figura del Vicario Foraneo, quale anello di congiunzione e raccordo tra la Diocesi e il suo Pastore  (cfr Sinodo diocesano di Ostia e Porto e S. Rufina del 1957 al cap. 6, artt. 38-45) ; giova ricordare che nell'arco di tempo 1925-1957  (anni di presenza della Madre in Diocesi) , P. Lorenzo van den Eerenbeemt, O. Carm. ricopre per molti anni tale incarico.

                L'Arcivescovo mons. Andrea Pangrazio, elevando ulteriormente il numero delle parrocchie, reperì poi l'area adiacente la cattedrale e curò la preparazione del progetto della Curia diocesana, la cui realizzazione si deve, nell'anno 1990, all'opera dell'attuale Ordinario, mons. Diego Bona" (C. P., vol. V, Relazione Storica, pp. 107-110).

 

 

 

 

 

4.       nascita e sviluppo della fondazione

 

A - Anno 1925

 

a. Primo insediamento a Santa Marinella presso il villino 'Persichetti'.

16 luglio: Affiliazione all'Ordine Carmelitano

 

         Il 3 luglio 1925 Madre Crocifissa, insieme alle tre fedeli compagne, suor Maddalena Giunta, suor Caterina Pisana e suor Nazzarena Quartarone giunge a S. Marinella, dove l'attendono due giovani desiderose di condividere la loro vita: Francesca Boi e Carmela Aroni.

         Si stabiliscono presso il villino "Persichetti" preso in affitto da P. Lorenzo, come convenuto tra i due in precedenza. La signorina Persichetti, proprietaria del villino è una persona piuttosto nota nella zona, e anche il Padre ha già avuto modo di conoscerla, avendola incontrata per la prima volta, nel 1923, nella Curia Vescovile di Porto, come lui stesso annota nella "Cronistoria della Chiesa di Nostra Signora delle Vittorie":

il villino Persichetti sul lungomare G. Marconi, Santa Marinella, 1925

         "Il detto Padre si trovava a Ladispoli, con i giovani chierici carmelitani, di cui egli era il superiore. Poco tempo prima, essendosi egli recato alla Curia Vescovile per ottenere la facoltà di predicazione e confessione, si era incontrato da Mons. Grosso con la signorina Persichetti, che perorava la causa della chiesa delle Vittorie... Il Vicario generale propose al rev. Padre di andare a celebrare la messa ogni domenica, nella nuova chiesa"  (C. P., vol. V, VAN DEN EERENBEEMT L., Cronistoria della Chiesa di Nostra Signora delle Vittorie in S. Marinella, pp. 191-192) .

 

         Ma nonostante la partenza della Serva di Dio dalla Sicilia e il permesso ottenuto dall'Ordinario della Diocesi Portuense, a Noto la posizione del Vescovo Vizzini non cambia. In una lettera molto dura e poco esatta dal punto di vista della realtà dei fatti, l'Ordinario Netino così scrive a proposito delle Terziarie Carmelitane di Modica:

         "Rev. mo Padre, ciò che Ella mi scrive nella sua del 12 giugno circa le Terziarie Carmelitane di Modica, parte da un falso presupposto, ossia che le predette Terziarie siano Regolari, mentre sono state sempre secolari, anzi, alcune ricevettero l'abito da un Padre Cappuccino, ora defunto, senza il mio permesso, come prescrive il Diritto Canonico. Né vale addurre che convivessero insieme, perché si sono unite a vivere in comune senza autorizzazione alcuna dell'Ordinariato di Noto, cosicché la Curia ignora l'esistenza canonica di una comunità carmelitana a Modica. Per tale motivo diverse volte tentai di regolare la loro posizione, sia con l'erezione canonica dell'orfanatrofio Polara, sia con l'aggregazione alle Carmelitane di Campi Bisenzio, ma purtroppo non si secondò la mia iniziativa, e quindi le Terziarie Carmelitane di Modica rimasero sempre secolari. Posto ciò, le autorizzazioni che Ella mi chiede, mancano di fondamento, ed è tutta sua la responsabilità della sua iniziativa. Con distinti ossequi mi professo della P. V. devotissimo servitore G. Vizzini, Vescovo di Noto"  (C. P., vol. VII, Lettera di mons. Vizzini a P. Lorenzo, Noto, 8 luglio 1925, p. 383) .

 

                Ad onor del vero noi dobbiamo rilevare che la questione dell'abito a cui accenna mons. Vizzini era già stata risolta a suo tempo dal predecessore, mons. Blandini, come pure la vita comune del gruppo delle Terziarie; infatti, nel 1912 sr M. Crocifissa si era trasferita da Ispica a Modica non solo col permesso, ma con l'incoraggiamento di Blandini. Per quanto riguarda poi i tentativi di affiliazione con Campi Bisenzio, conosciamo il Calvario della Curcio a riguardo, e comunque, questa aveva provveduto ad informare mons. Vizzini della risposta negativa della Superiora generale delle Teresiane di Campi B. con una lettera che porta la data del 31 marzo 1915  (cfr C. P., vol. VI, Lettera della Serva di Dio a Mons. Vizzini, Modica, 31 marzo 1915, pp. 60-61) .

 

         L'umiltà e la fortezza d'animo di Madre Crocifissa ancora una volta vengono messe a dura prova, ma ella sperimenta su di sé la mano del Signore che "ferisce e risana", di quel Dio "che atterra e suscita, che affanna e che consola".

         E' proprio di questi giorni, infatti, la tanto sospirata affiliazione all'Ordine Carmelitano: il 16 luglio 1925, giorno consacrato alla Beata Vergine Maria del Monte Carmelo, il Priore generale concede alla nascente Congregazione delle Carmelitane Missionarie l'affiliazione all'Ordine Carmelitano.

 

 

 

b. Vita della prima comunità

 

                Notizie dettagliate circa il tenore e lo stile di vita della prima comunità ci vengono da alcuni testimoni che hanno conosciuto la Serva di Dio proprio in questi primi tempi di permanenza a S. Marinella: 

                "Ho conosciuto la Madre Crocifissa nei primi anni... quando sono arrivate a S. Marinella e abitavano nel villino Persichetti... Quando è venuta non aveva neppure una tenda per dividere le stanze dove abitavano. Le suore, insieme a lei facevano ogni tipo di lavoro: avevano l'orto, le galline, una mucca"  (Summ., Teste VI, n. 16) .

 

                "Ricordo che una volta, all'inizio, mia mamma mi mandò a portare alle suore una pagnotta di pane fresco, dieci uova e un fiasco di vino: erano veramente molto povere. Fu in quella occasione che la Serva di Dio mi chiese se andavo a scuola, e io le risposi che sapevo appena leggere e scrivere, perché anche noi eravamo molto poveri e dovevo lavorare per aiutare la famiglia, allora lei mi disse: 'Perché non vieni da me, t'insegno io, mi metto a tua disposizione"  (Summ., Teste X, n. 1c) .

 

                "Ricordo che all'inizio c'erano appena cinque suore, le quali si davano da fare in tutto, come meglio potevano. Esse collaboravano con me nella preparazione delle recite per intrattenere i ragazzi e offrire loro un divertimento sano, lontano dai pericoli; erano suore senza cultura, ma lavoravano con amore e io mi ci trovavo bene"  (Summ., Teste LX, n. 20) .

 

                "Erano Suore semplici, dedite anche ai più umili lavori; le abbiamo viste raccogliere le spighe nei campi dopo la mietitura, e la legna sulle vicine colline, coltivare il grano, fare il pane, allevare una mucca per avere un pò di latte. Rivedo ancora una delle prime suore, suor Rosaria, modesta, umile e mite, con la corda della sua mucca in mano e nell'altra la corona del rosario, che, a piedi nudi, la conduceva a pascolare nei campi vicini"  (Summ., Teste LVI, n. 10-12) .

 

                Quanto mai provocante è la sfida che il territorio, inteso in senso totalizzante, lancia a Madre Crocifissa e al suo gruppo. Il rischio, date le difficoltà, è quello di rinchiudersi e di badare alla salvaguardia dello spirito della Congregazione in formazione, ma la Serva di Dio sceglie un'altra strada: quella della condivisione e dell'attuazione. Una condivisione con la realtà del luogo che diventa subito incarnazione nel tempo, nello spazio, negli avvenimenti.

               Le suore vengono viste come "operaie" perché condividono con le famiglie le difficoltà dei tempi, la semplicità di vita, la dedizione ai più umili lavori, ma la condivisione per Madre Crocifissa non è filantropismo, non è semplicemente solidarietà umana, è prima di tutto un sentimento interno, è partecipazione alle sofferenze di Cristo che ritrova nelle persone che le vivono accanto.

 

 

 

B - Anni 1926 - 1928, prime aperture di nuove comunità

 

                 La vita ferve serena in questo piccolo Carmelo e si procede subito alla costruzione di una piccola casetta:

                "Nel 1926 diede inizio alla costruzione dell'attuale Casa Madre, per far fronte alla quale disponeva di una piccola somma di denaro che portò dalla Sicilia. Mi pare che le fosse stato offerto dai familiari"  (Summ., Teste LXIV, n. 9-10) .la casa costruita da madre M. Crocifissa e padre Lorenzo a Santa Marinella nel 1926

 

                Verso la fine dello stesso anno la comunità lascia il villino 'Persichetti' per trasferirsi in via Nazario Sauro (oggi via del Carmelo): finalmente possono abitare in una casa di loro proprietà!

                Sono ancora poche le suore e con tanti problemi di economia, di adattamento, di solidità a livello formativo: è ancora 'tutta in cantiere' questa Congregazione e già si parte per altre terre. La missione spinge altrove e Madre Crocifissa sente che non può più temporeggiare, ha atteso tanti anni! E' tempo che il 'granello di senapa' cresca e l'alberello cominci a stendere i suoi rami.

               Così, chiamate dalla locale Congregazione di Carità, per particolare interessamento del Vicepresidente Marinangeli e con l'aiuto dei Padre carmelitani Alberto Grammatico e Carmelo Pennacchini, il 15 novembre 1926 si apre la prima casa a Nocera Umbra (Pg) per la gestione di un orfanatrofio e di una scuola materna, la piccola comunità poi, presta servizio come può anche agli ammalati nell'Ospedale civico. E' la stessa Serva di Dio a descrivere a P. Lorenzo le sue impressioni sulla bellezza della natura, il nuovo ambiente, la benevolenza delle persone del luogo e dell'Amministrazione dell'orfanatrofio:

         "Il nuovo ambiente mi ricolma l'animo di sempre nuove consolazioni. Contemplo le bellezze della natura in questa antica città, i prati ben coltivati, circondati di altissimi monti che si perdono nel vasto orizzonte dei cieli. Per colmo di bellezza in questi giorni si gode aria di primavera, il bel sole illumina i monti e un pò anche la nostra casa. Sinora tutto va bene, il Vice Presidente, gli altri componenti ci circondano di delicate premure, non badano a spese purché ci rendano meno incomoda questa nuova residenza. Il popolo è molto benevolo verso di noi, ci rispettano con vero sentimento, proprio desideravano le suore per affidarci i loro figli piccoli e grandi"  (C. P., vol. VII, Lettera della Serva di Dio a P. Lorenzo, Nocera Umbra, 18 novembre 1926, p. 426) .

 

                 Suor Caterina, arrivata in un secondo momento nella comunità, delinea con arguzia e vivacità il nuovo campo di apostolato:

                "Verso sera siamo arrivate a Nocera, dove trovai le orfanelle. Dopo qualche giorno dall'arrivo, come sempre ho cominciato la mia missione di maestra di lavoro. Ho trovato delle belle ragazze... ma ci volle molta pazienza e affetto perché quando le castigavo con la sospensione dal laboratorio mi entravano con una scala dalla finestra. Facevo finta di non vederle, ma dopo mi lamentavo con il direttore, nostro cappellano, il quale mi rispondeva con entusiasmo di essere contenta, perché quello era segno che non potevano fare a meno e che erano attaccate al laboratorio... Il secondo anno, che freddo! Dicevano che era un anno speciale, tanto che l'acqua per celebrare la messa si doveva prendere all'istante con l'ampollina. Il sacerdote mentre celebrava dava calci perché gli si gelavano le dita dei piedi; noi dovevamo distribuire gli scaldini a chi entrava e a chi si fermava per ascoltare la S. Messa. Fuori era un incanto, per quanto si soffriva si godeva, tutti gli archi, gli angeli, quelle pianticelle che nascono e crescono dentro i muri: la neve cadeva come tante perline lunghe e rotonde, proprio una bellezza... Era alta più di un metro; quando io passavo con le bambine, scomparivamo. Da più di vent'anni non era così freddo e proprio a noi aspettava!"  (C. P., vol. XIII, Testimonianze a futura memoria, Suor Caterina Pisana, p. 2349) .

 

                La vita missionaria richiede grandi sacrifici, non ultimo quello degli affetti. A Madre Crocifissa costa essere lontana da quelle che sono state le sue prime compagne, che hanno condiviso con lei le sofferenze, i travagli, le speranze e le gioie di questo progetto divino, e che ora più che mai sente sue figlie, ma il bene delle anime è più importante di ogni sacrificio e bisogna andare. Rimane però unita a loro nella preghiera, nell'offerta e nella corrispondenza, che è fittissima, quasi giornaliera; per lettera le anima, le guida, le dirige, le corregge, le incoraggia:

                "Suor Maddalena, Suor Concezione, Suor Annunziata, ho letto con mia grande consolazione le vostre buone notizie, godo per la vicendevole carità che vi lega e che sapete comunicare alle care bimbe che vi circondano. L'Amore che ogni giorno attingete alla Sorgente Eucaristica comunicatelo a tutto il mondo colla preghiera, coi grandi e immensi desideri di voler salvare le anime, e colle parole e soprattutto col buon esempio; impadronitevi dei cuori innocenti delle giovinette per darli a Colui che ci ha creato... Rivolgete parole soavi, parole ispirate da Colui che è Amore immenso, e perciò lo spirito di unione intima con Gesù Eucaristia vi deve sempre guidare in tutte le vostre azioni, anche indifferenti, il riposo, il lavoro, sia sempre guidato dalla Luce divina... I primi discepoli del divin Maestro furono poveri pescatori ignoranti... La Sapienza increata non si serve per il compimento dei suoi disegni di persone istruite e potenti, ma di umili mezzi, per dimostrare al mondo che è solo Lui che opera servendosi di vili strumenti. Se la Divina Bontà ci ha prescelto per questa ardua Missione non ci meravigli, ma ammirando, dobbiamo chinare la fronte e con umile semplicità abbandonarci come un fanciullino sul cuore del Padre"  (C. P., vol. IX, Lettera della Serva di Dio alla comunità di Nocera, S. Marinella, 18 dicembre 1926, pp. 769-770) .

 

                L'anno successivo, nonostante la scarsità di mezzi, Madre Crocifissa apre una nuova comunità a Capodacqua, sempre in provincia di Perugia, poco distante da Nocera. Le suore sono ancora troppo poche per far fronte alle necessità che incalzano da più parti, ma ci si adatta come si può, soprattutto è il cuore a restare aperto ai bisogni dei fratelli, e allora le difficoltà non spaventano, si affronta ogni ostacolo.

                "Abbiamo accettato la fondazione a Capodacqua, presso Foligno, e siccome il curato di quel posto ci scrive che desidera le suore con urgenza perché tutto è pronto, la partenza delle suore sarà il giorno 11 di questo mese, cioè martedì della settimana ventura... Siccome non possiamo affidare la casa a suor Caterina abbiamo stabilito, d'accordo col Padre, che la direzione l'affideremo a te, rimanendo però a Nocera, una volta al mese ti recherai a Capodacqua per rivedere i conti delle spese giornaliere e per sapere ciò che riguarda la disciplina tra di loro e gli affari con le persone esterne, scriverai a noi tutto. Nella suddetta casa, però andrà suor Concezione, perché oltre l'asilo c'è il laboratorio, così mentre lei dirigerà il laboratorio, darà pure l'indirizzo a suor Carmela, la quale ha un pò più di pratica e attitudine, ma ha bisogno di essere guidata"  (C. P., vol. IX, Lettera della Serva di Dio a suor Maddalena, S. Marinella, 3 gennaio 1927, pp. 775-776) .

 

                Il 20 ottobre dello stesso anno viene aperta una nuova comunità a Carinola (Ce), per la scuola materna, l'accoglienza e rieducazione di alcune giovani. Il giorno seguente la Serva di Dio, scrivendo ad una figlia, con tanta semplicità e concretezza parla del nuovo ambiente:

                "Ieri ho scritto al Padre, così avrai saputo il felice viaggio ma lungo, non finiva mai; oggi sto bene, siamo state alla fiera che si fa ogni venerdì, ti assicuro che non manca proprio nulla, così le suore possono far le provviste per la settimana di ciò che occorre. L'aria è mitissima, più calda di S. Marinella, il paese molto allegro è in un'amena pianura, le terre ben coltivate, mi sembra di rivedere i bei terreni fertili della Sicilia. La chiesa molto antica ma grande e bellina e ricca di altari, anche della Madonna del Carmine. Il parroco di poca salute, ma sembra molto zelante e disposto a lavorare, funzioni e canti del popolo ce ne sono, gridano che fui costretta a scappare, ma speriamo che le suore possano mitigare questo canto istruendo le bambine. L'assieme di tutto sembra pel momento un campo disposto per le suore, speriamo che le suore si cattivano la loro stima"  (C. P., vol. IX, Lettera della Serva di Dio a una figlia, Carinola, 21 ottobre 1927, p. 832) .

 

                Purtroppo, appena due anni dopo, nel 1928, le case di Nocera e di Capodacqua devono essere chiuse a causa della poca salute di alcune suore e della tubercolosi che non risparmia queste creature generose ed audaci. Nel 1939 verrà chiusa anche la casa di Carinola per il grande disinteresse delle Istituzioni. Gli altoparlanti del regime urlano solo vuoti slogans.

                Intanto l'opera apostolica delle Carmelitane Missionarie si sviluppa anche a S. Marinella. In casa già accolgono le prime orfane, inoltre, nella zona "Pirgus" dove abitano, cominciano a stabilirsi anche le prime povere famiglie di contadini e pescatori; nessuno ha cura dei loro figli, alla cui istruzione nessuno pensa perché la scuola comunale si paga e quella delle Suore di Nostra Signora del Monte Calvario, è in paese, troppo lontana per poterci arrivare a piedi ogni giorno. Madre Crocifissa avverte il problema, se ne fa carico e offre il suo aiuto: nel 1927 apre una scuola elementare gratuita per i figli del popolo.

                Ne abbiamo notizia, oltre che dalle molteplici testimonianze di chi ha frequentato questa scuola, dall'esposto del P. Lorenzo al vescovo della diocesi, card. Boggiani, nell'anno 1929:

                "A S. Marinella... oltre la cura di 20/30 bambine, si è aperta da due anni una Scuola di elementari inferiori per i bambini esterni, sotto la guida di Suor Rosa Pisciotta, maestra diplomata"  (C. P., vol. VII, Esposto di P. Lorenzo al Card. Boggiani, S. Marinella, 8 settembre 1929, p. 548) .

 

 

 

C - Anno 1929, la grande prova

 

               Nei primi mesi del 1929 il Vescovo di Nocera, Mons. Cola, comunicando con tristezza a P. Lorenzo la chiusura della casa dove hanno dimorato le Suore Carmelitane, ne loda sinceramente la presenza e l'operato:

                "... Per tutto il tempo che esse hanno qui dimorato, ossia dal novembre 1926 all'aprile 1929 hanno tenuto lodevole ed edificante condotta religiosa, morale e civile, hanno atteso con competenza, premurosa cura e grande vantaggio spirituale e morale alle opere di educazione loro affidate, ossia all'asilo d'infanzia, all'orfanatrofio e laboratorio femminile, e specialmente nel laboratorio frequentato anche da giovanette più grandicelle si è ottenuto che le donne, non solo profittassero nei lavori, ma principalmente nell'educazione religiosa e civile. Sarebbe stato nostro vivissimo desiderio che le suddette suore fossero permanentemente rimaste qui, ma dovendosi subire il loro allontanamento per motivi da loro e da noi indipendenti, ci sentiamo mossi a ringraziarle dell'opera da loro svolta con puntuale precisione, zelo illuminato e senza dar luogo ad alcun lamento o minima apprensione. A loro pertanto il nostro augurio per ogni migliore avvenire e prosperità dell'Istituto, e la nostra pastorale benedizione"  (C. P., vol. VII, Lettera di mons. Cola a P. Lorenzo, Nocera, 19 marzo 1929, pp. 521-523) .

 

                Ma sofferenze ben più gravi della chiusura di una casa attendono la Serva di Dio, p. Lorenzo e la piccola Congregazione.

                Il 25 febbraio del '29 muore l'Ordinario della diocesi Portuense, il card. Antonio Vico, lasciando in sospeso il riconoscimento canonico della Congregazione, alla quale, finora è stato semplicemente rinnovato ogni anno il permesso orale dato ad experimentum nel 1925. Gli succede nell'episcopato il card. Tommaso Pio Boggiani, dell'Ordine dei Predicatori.

 

                Intanto nel mese di maggio il vescovo di Civitavecchia, Mons. Emilio Cottafavi, scrivendo ad un monsignore di Roma, probabilmente Mons. Mingoli esprime impressioni del tutto positive circa l'Istituto della Serva di Dio:

                "Esprimo sinceramente la mia buona impressione nella visita diligente fatta a quell'Istituto. Ci saranno stati degli sbagli da principio, ma mi pare che ci sia stata anche molta malevolenza nel riferirli al compianto card. Vico. Dopo tutto P. Lorenzo ha fatto molto e le Suore fanno del bene: l'uno e le altre disinteressatamente"  (C. P., vol. VII, Lettera di mons. Cottafavi ad un monsignore di Roma, Civitavecchia, 21 maggio 1929, pp. 524-526) .

 

                La stessa Madre Crocifissa qualche giorno dopo si premura di rassicurare P. Lorenzo circa la buona relazione che mons. Cottafavi ha inviato al card. Pompili riguardo all'Istituto, e della quale lei ha avuto notizia tramite il parroco di S. Marinella (della parrocchia di S. Giuseppe).

                 Il 21 luglio P. Lorenzo espone al card. Boggiani una relazione sulla fondazione e lo sviluppo dell'Istituto fino al momento attuale e ne chiede l'approvazione ufficiale  (cfr C. P., vol. VII, Esposto di P. Lorenzo al card. Boggiani, S. Marinella, 21 luglio 1929, pp. 532-533) .

                 Il 9 agosto Madre Crocifissa invia a P. Lorenzo una accoratissima lettera nella quale gli esprime tutta la sua solidarietà e partecipazione in questa durissima prova, invitandolo ad abbracciare e baciare la croce:

                "Come sta?!... abbiamo trascorso la prima notte... del Giovedì Santo... ieri sera tutte le figlie spontaneamente mi seguirono dopo cena ai piedi del Tabernacolo, l'unico conforto che ci è rimasto! Preghiamo... e speriamo che questa durissima prova ci sia apportatrice di nuove e grandi benedizioni celesti per il maggior incremento di questa istituzione che in questo momento sembra distrutta!... Sono sola... in compagnia dell'Addolorata rimasta priva del suo SS. Figlio... tutto è amaro, la vita è spezzata! Oh Vergine Addolorata dateci forza e luce per soffrire come soffristi Tu!... Coraggio Padre mio caro e buono, confidiamo sempre, adoriamo, baciamo la Croce bagnata col sangue di una Vittima SS. versiamo anche il nostro, trasformiamoci sulla croce con la Vittima divina, e con Lui certo saremo gloriosi, la gloria che sarà eterna e che nessuno potrà toglierci. Sì, caro Padre... proprio lei che soffre risorgerà, avrà delle grandi consolazioni!... Mi scriva spesso così vediamo i suoi scritti almeno!"  (C. P., vol. VII, Lettera della Serva di Dio a P. Lorenzo, S. Marinella, 9 agosto 1929, pp. 538-541) .

 

                Ma di quale prova si tratta? Che cosa è successo di così grave perché Madre Crocifissa arrivi a dire che l'Opera sembra distrutta? E' lo stesso P. Lorenzo a parlarne dettagliatamente nella 'Cronistoria della Chiesa di Nostra Signora delle Vittorie':

                "Per la verità della cronaca dobbiamo ora accennare... con somma carità, perdonando e dichiarando di non sentire nel cuore ombra di risentimento e sentimenti di avversione, delle lotte che furono una dura prova sia per il P. Lorenzo, sia per l'Istituto delle Suore. La lotta venne-così vogliamo supporlo- dal fatto che alla Chiesetta del Rosario il Cappellano della Colonia Jolanda aveva raccolto intorno a sé un buon gruppo di persone che pretendevano fare della Chiesetta una seconda e più importante parrocchia. Da qui le lotte di questo cappellano contro il parroco del paese, Mons. Augusto Ranieri e contro il P. Lorenzo che, in quanto gli era possibile l'aiutava. Per questi motivi il P. Lorenzo fu messo già in mala vista presso la Curia vescovile di S. E. il defunto card. Vico e, tanto il cappellano quanto i suoi amici, profittarono per distruggere l'Istituto e far chiudere la chiesa della Vittoria, dell'elezione del nuovo vescovo. Lo scrivente può assicurare di non essersi mai incaricato di sapere ciò che questi tali hanno potuto raccontare sia presso il card. Boggiani, sia presso il card. Pompili, Vicario di Sua Santità, che si era mostrato nel passato sempre benignissimo verso il P. Lorenzo. Il fatto é che quest'ultimo, essendo il Padre andato a visitarlo per ottenere definitivamente ed in iscritto il permesso per la casa di Roma delle suore, si mostrò contro di lui così acerbamente indignato che il Padre si ritirò molto mortificato e addolorato: la casa delle suore a Roma non fu permessa e dopo aver fatto ingenti spese per adattarla, si dovette lasciarla di nuovo alla marchesa Soderini, legittima proprietaria... Riguardo poi a Sua Eminenza il card. Boggiani, la Curia Vescovile passata non aveva lasciato nessuno dei documenti che il Padre Lorenzo aveva consegnato, dove doveva apparire aver egli il consenso sia del defunto Card. Vico, sia dei Superiori del convento. Il P. Lorenzo risultava un frate che faceva il suo comodo a S. Marinella senza ombra di permessi, calpestando così tutte le regole del Codice Ecclesiastico e della vita religiosa. Vi era esteriormente qualcosa di irregolare in lui, ma non per colpa sua, ma per il fatto che i Superiori Maggiori, dopo aver dato i permessi, lo avevano lasciato nella paglia a disbrigarsi come meglio poteva. Sembrava avesse preso domicilio fisso a S. Marinella, ma in verità il suo vero domicilio era sempre Roma, nel Collegio di S. Alberto, dove aveva il suo studio e poi la sua dimora non era mai stabile a S. Marinella, essendo egli spesso chiamato sia a tridui, sia a novene, sia anche ad altre incombenze. Egli capiva questa irregolarità ed aveva spesso supplicato i Superiori ad aiutarlo col fondare una piccola casa per i PP. Carmelitani, ma tutto inutilmente. D'altronde la comunità delle Suore era diventata numerosa ed egli per motivi di giustizia, non poteva più abbandonarle: lasciarle in balia di loro stesse significava portar loro un immenso danno pecuniario e specialmente morale.

                Finalmente il Padre generale Elia Magennis si risolvette di accompagnare il P. Lorenzo da S. Eminenza il card. Boggiani. Il Cardinale fu gentilissimo, però espresse il desiderio che si regolarizzasse in qualche modo la posizione del P. Lorenzo, affinché non sembrasse una persona uscita dal convento, non amando egli le cose giuridicamente non rette. Il Padre generale rispose che doveva andare in Irlanda in quei giorni, nel suo ritorno avrebbe potuto convocare la Curia e agire così definitivamente. Era i primi di agosto. Il P. Lorenzo ritornò a S. Marinella.

                La domenica riceve avviso telegrafico dai suoi Superiori di trovarsi la sera stessa in Collegio per affari: parte per Roma e il Padre generale gli comunica che non intende più lasciarlo a S. Marinella e che perciò doveva definitamente ritornare in Collegio. il P. Lorenzo domanda una dilazione di giorni fino a giovedì, che gli fu concessa. Ritornato in Collegio dovette avvisare S. E. che, essendo stato richiamato dai Superiori, non poteva più officiare la Chiesa della Vittoria.

                Era nel colmo della villeggiatura: nella pineta Odescalchi attendava una colonia numerosa di bambini, Colonia Fascista dell'Urbe: nel casamento del col. Pacini di fronte alle Suore, vi erano le Salesiane con le operaie di Trastevere (Porta Settimiana): numerosissimi i villeggianti; ecco che ad un tratto veniva a mancare il sacerdote per la chiesa, specialmente la domenica. Questo tiro fatto dai Padri Carmelitani per mettere in confusione l'Ordinario non fu un atto gentile, anzi contrariava apertamente le parole pronunciate dal P. generale nella sua visita a S. Eminenza... Di conseguenza, all'alt del P. Generale da S. Eminenza fu interdetto ai Carmelitani  -e di conseguenza anche al P. Lorenzo-  ogni sacro ministero in diocesi. D'altra parte per deviare ogni possibile sospetto fu ordinato dai Superiori al P. Lorenzo di andare a visitare le suore due volte alla settimana: era questo necessario per il suo buon nome e per l'onore delle suore.

                Furono mesi di grande angosce per le povere suore che non poterono mai avere più che una messa domenicale; di comunione quotidiana non si parlava e quando qualche suora di buon mattino si recava al Rosario o alla cappella della Colonia Jolanda, veniva trattata poco urbanamente dal Rettore e Cappellano della chiesetta. Giova qui ricordare un episodio che cagionò molto dispiacere alle suore e che si riporta ai primi giorni dopo la partenza del P. Lorenzo. Avendo egli raccomandato, per impedire guasti o irruzioni notturne, che si andasse alcune suore ad abitare il suo villino, tre suore la sera dormivano nella sua casetta. Trapelando la luce dal villino di sera, questo si venne a sapere dal cappellano del Rosario che ne fece consapevole sua Eminenza mettendo il sospetto che P. Lorenzo di notte si rifugiasse nella sua casetta e la mattina celebrasse, all'insaputa di tutti, per le suore nella chiesetta delle Vittorie. S. Eminenza ordinò che il giorno dopo si portassero a lui le chiavi della Chiesa. Questo cappellano era tornato la sera, prima ancora del tramonto, ma solamente di sera tardi egli portò questa notizia al sacerdote che teneva il posto del Parroco mons. Ranieri. Questo sacerdote, amicissimo del P. Lorenzo fu costretto in quell'ora tarda ad accompagnare il cappellano dalle Suore Carmelitane. Esse erano già tutte a letto, si bussò, scesero vestite alla meglio e sulla porta della casa s'ingiunse alle suore, sotto pena d'interdetto, di dare immantinente la chiave della chiesa. A causa della confusione e dell'ora tarda la chiave non si poté trovare. La mattina, di buonissima ora, ridiscese questo sacerdote, il rev. don Giuseppe Casetta, parroco di Palo, dalle suore e le confortò come amico del Padre, e, ritrovata la chiave la consegnò a S. Eminenza per mezzo del detto cappellano che come impiegato della Sacra Penitenzeria si recava ogni mattina a Roma. Chi potrà dire la desolazione di quelle povere donne che si vedevano anche togliere il conforto della chiesetta!

                Veramente fu quella l'ora della grande prova: prova per il sacerdote, prova durissima per le suore, che vedevano l'avvenire sempre più buio.

                Il P. Lorenzo ebbe parecchi colloqui con S. Eminenza il Cardinale che raccomandava a lui di assicurare essere lui anche un religioso e perciò pronto a riconciliazione col suo Generale, qualora quest'ultimo si degnasse di mandare qualche Padre autorevole per accomodare questa faccenda. Inutile ogni tentativo, ogni preghiera, ogni supplica: freddamente sempre gli fu risposto di tenersi a suo posto, non intendendo i Superiori umiliarsi davanti al Cardinale.

                Intanto la chiesetta solamente la domenica veniva officiata la mattina da qualche padre domenicano o francescano di Civitavecchia. Ciò fino alla venuta del nuovo Vicario generale, Mons. Luigi Martinelli, persona di fiducia di S. Eminenza, a cui fu raccomandato di portare la pace in mezzo alla popolazione che aveva mostrato molte ostilità e che a dire del maresciallo Moretti dei carabinieri, aveva dato a pensare per l'ordine pubblico, essendosi divisa in quel tempo in due fazioni. Nonostante che il P. Lorenzo venisse due volte alla settimana ostentando anche nel farsi vedere pubblicamente, pur tuttavia non mancarono le male lingue che dicevano essere lui fuggito con un'abbadessa, o meglio, con una principessa... La verità però viene sempre a galla e Mons. Luigi Martinelli, in tutti i mesi che venne a celebrare poté conoscere realmente l'ambiente, la necessità di un sacerdote per quella contrada e la verità sulle dicerie maliziosamente sparse da persone contrarie all'Istituto delle Suore e del Padre che le dirigeva.

                Anche mons. Martinelli ebbe le sue difficoltà: tutte queste vicende avevano turbato l'ordine naturale che finora aveva regnato nel paese; ottime persone che per anni ed anni avevano lottato per avere un punto cristiano di riferimento, contro il dilatarsi di uomini di sette avverse, massoniche, nella zona della Pirgus, e che avevano salutato con gioia il movimento liturgico della piccola chiesa, vedendo il sogno loro cristiano quasi infrangersi, non avevano capito che la Curia realmente sognava ad un ripristino però più giuridicamente regolare del sacro tempio, e il prolungarsi dell'assenza di P. Lorenzo veniva considerato sotto un aspetto tutt'altro che benigno, donde un'aspra, mordente critica contro l'operato dei Superiori ecclesiastici...

                Calmate tutte le bufere questa nobile Famiglia (l'Ordine Carmelitano) riconobbe il suo torto e volentieri profittò d'una occasione per stringere in amicizia la mano al Vicario generale. La rettitudine porta alla lealtà"  (C. P., vol. V, Appendice alla Relazione Storica, VAN DEN EERENBEEMT L., Cronistoria della Chiesa di Nostra Signora delle Vittorie in S. Marinella, pp. 198-205) .

 

                Qualche giorno dopo P. Lorenzo scrive alla Madre con un tono sofferto ma molto sereno, certo che l'Opera uscirà rafforzata da questo duro momento di prova. Accenna pure di essere disponibile a lasciare l'abito carmelitano per assistere la Congregazione come sacerdote diocesano, se l'Ordine Carmelitano non dovesse accettare alcun tipo di collaborazione. Certo è un momento di grande dolore, ma vissuto nella pace e nell'abbandono in Dio.

                "Mia buona Madre, in questo giorno tanto caro alla Madre di Dio penso alla cara comunità che ho lasciato nelle braccia della divina Provvidenza. Veramente da qui si vedrà che la riuscita di quest'Ordine non è né cosa mia né cosa sua, ma della divina Volontà, perché se piacerà a Dio tutto si risolverà, altrimenti di nuovo nella lotta... Sono andato ieri mattina dal Cardinale che mi ha accolto affabilmente, ma che giustamente ha messo le cose a posto. Si tratta di questo: o il Generale accetta il convento, o io mi faccio fare dalla Congregazione dei Religiosi un permesso speciale, oppure io non ci posso più stare, perché vicino a Roma non si può permettere un domicilio fuori di convento senza permesso della Congregazione. Del resto devo convenire che i nostri Padri hanno torto e che se volessero potrebbero aiutarmi. Se loro non vogliono formare il convento sarei obbligato di domandare l' esclaustrazione, con tutte le conseguenze, specialmente quella di lasciare l'abito religioso: sarebbe duro, durissimo per me, ma che dovrei fare? Non rimarrebbe altra via! Altra via per non abbandonarvi... E' questo il tempo della soluzione, siamo proprio in mano di Dio: Dio ci protegga... Il Cardinale mi ha trattato gentilmente e mi ha di nuovo assicurato che non ha mai avuto l'intenzione di nuocere né a me né alle suore. Solamente il non avere un documento scritto! Ma che devo fare? Io ne ho fatti tanti! Coraggio Madre mia, e ogni tanto faccia la sua scappatina a Roma per la S. Comunione"  (C. P., vol. VII, Lettera di P. Lorenzo alla Serva di Dio, Roma, 15 agosto 1929, pp. 542-545) .

 

                In effetti il permesso scritto c'era, ma nel momento in cui serviva non fu trovato, e non sapremo mai chi lo abbia occultato e perché. L'importante comunque è poter costatare la rettitudine e l'onestà di coscienza di P. Lorenzo, mosso solo dal desiderio di compiere la volontà di Dio ad ogni costo.

               "Il sottoscritto Procuratore generale dei Carmelitani, dichiara che nel mese di giugno 1925, trovandosi a colloquio con l'Eminentissimo Signor Cardinale Antonio Vico, Vescovo di Porto e S. Rufina, fu assicurato dal medesimo che volentieri avrebbe accolto in S. Marinella alcune Suore Terziarie Carmelitane provenienti da Modica (Sicilia). Ciò in seguito ad un esposto presentato allo stesso Em. mo Principe dal P. Lorenzo van den Eerenbeemt, Religioso Carmelitano, deputato dai Superiori dell'Ordine a prestar la sua assistenza spirituale a dette suore. L'Em. mo Cardinale Vico effettivamente ha accettato ad experimentum le Terziarie Carmelitane in parola, le quali da oltre due anni vivono in una loro casa a S. Marinella, edificando quel popolo con il loro zelo operoso. In fede rilascio la presente a P. Lorenzo van den Eerenbeemt, per uso ecclesiastico. Roma, Collegio S. Alberto, 1 aprile 1948, P. Antonino Franco, Procuratore Generale dei Carmelitani"  (C. P., vol. VII, Dichiarazione di P. A. Franco a P. Lorenzo, Roma, 1 aprile 1928, p. 504) .

 

                 Anche le testimonianze di chi ha vissuto quel drammatico momento o ne ha sentito parlare, concordano con quanto racconta P. Lorenzo, ed esprimono in tutta la sua intensità la sofferenza di Madre Crocifissa e delle sue figlie, chiamate ancora a bere il calice dell'incomprensione, del rifiuto e dell'umiliazione.

                "Quando il P. Lorenzo fu richiamato dal suo Ordine, lei rimase angustiata e soffrì tantissimo. Da noi non si faceva accorgere, ma qualche volta l'abbiamo vista piangere... Quando è andato via P. Lorenzo, ci hanno levato il Santissimo dalla Cappella e la chiave della chiesa. Siamo rimaste così per circa un mese. Era infatti venuto un sacerdote alle dieci di sera, ci tolse la chiave della chiesa e la consegnò al parroco di S. Marinella. Dopo alcuni giorni il parroco di S. Giuseppe durante la celebrazione della S. Messa ci fece consumare tutte le ostie consacrate... Erano soltanto due quelli che ci sostenevano: il parroco e il vescovo Martinelli" (Summ., Teste III, n. 10-12) .

 

                "Il Santo Padre, il Papa Pio XI gli consigliò di abbandonare l'Ordine e di farsi incardinare nella diocesi di Porto e S. Rufina come sacerdote secolare. Di questo P. Lorenzo soffrì molto, tanto che, tutte le volte che vedeva piangere noi suore a causa di un trasferimento ci diceva con gli occhi pieni di lacrime: 'Considerate allora me, che ho dovuto abbandonare l'abito e l'Ordine... però un giorno vi ritornerò'. Viveva infatti, sempre con questa speranza. Pertanto con l'aiuto del card. Boggiani, P. Lorenzo divenne rettore della chiesetta delle Vittorie"  (Summ., Teste XXXVII, n. 11) .

 

                "Al card. Vico successe il card. T. Pio Boggiani, il quale, nella sua qualità di vescovo diocesano, richiese al P. Lorenzo un documento dei suoi Superiori, che lo autorizzasse a rimanere fuori della casa religiosa. Il P. Lorenzo ci parlava sempre di tale permesso che aveva ottenuto sia a voce, sia per iscritto dal Superiore generale dell'Ordine, il P. Magennis, ed anzi, affermava che la lettera di tale permesso doveva essere certamente conservata nella Curia diocesana. Tale documento però, a quel tempo non fu trovato, per cui il P. Lorenzo, richiamato dai suoi Superiori, si dichiarò dispostissimo a lasciare tutto e a tornare a Roma, ma supplicò i Superiori di mandare un altro religioso al suo posto che seguisse queste giovani siciliane, prive di grande cultura. Ma non gli venne accordato ciò... A S. Marinella la Serva di Dio con le compagne 'viveva il suo Calvario' (sono sue testuali parole), poiché a tutto lo smarrimento interiore si aggiunse la grande sofferenza di essere private della presenza dell'Eucaristia nel loro ambiente. L'Eucaristia costituiva il loro conforto e sostegno, e quando si presentò il sacerdote mandato a prelevare l'Eucaristia dal piccolo oratorio delle suore, e chiese sia le chiavi del tabernacolo, sia quelle della chiesa delle Vittorie, a tarda ora, queste prese dal panico non trovavano più le chiavi, tanto che il gesto fu interpretato sinistramente, come se le avessero volute nascondere di proposito. Finalmente le trovarono e le consegnarono tra pianti e singhiozzi, tanto che lo stesso sacerdote si commosse. Il Card. Boggiani, dopo vari incontri con i Superiori dell'Ordine e dopo aver esposto il caso allo stesso Pontefice Pio XI, ottenne per P. Lorenzo l'esclaustrazione dall'Ordine e lo incardinò nella sua diocesi"  (Summ., Teste LXIV, n. 10) .

 

                "Quando sono entrata l'Istituto non era ancora di Diritto Diocesano. Era il periodo in cui a P. Lorenzo fu proibito dai suoi Superiori di continuare a seguire l'Istituto nascente, finché fu costretto ad uscire dall'Ordine per aiutarci. La Serva di Dio soffriva tanto e anche noi; ci voleva rimandare in famiglia per via del futuro molto incerto della Congregazione, ma noi non abbiamo voluto. Ci hanno perfino tolto il SS. Sacramento dalla Chiesa per ostacolarci. In tutte queste sofferenze la Serva di Dio ha mantenuto sempre la fede e ha affrontato tutto con fiducia e abbandono in Dio; tutte piangevamo e ci sostenevamo a vicenda. lei era sempre in preghiera, sempre assorta... Riusciva a comunicarci la sua fede"  (C. P., vol. XIII, testimonianze a futura memoria, suor Grazia Cavallo, pp. 2330-2331) .

 

                "Spesso la Serva di Dio era angustiata, però, quando vedeva tristi noi ci dava coraggio. Non ha mai perso la speranza, diceva: 'Passerà tutto, questo vuole il Signore. Nelle fondazioni di istituti ci sono sempre delle prove, ma non perdetevi d'animo che il Signore è con noi'. Quale gioia quando la Madre, dopo essere stata per un periodo di tempo a Roma, tornò tra noi. Tornò anche P. Lorenzo con l'abito di sacerdote diocesano, ci sembrava più anziano e soffriva tantissimo. Dopo qualche giorno venne mons. Martinelli, il quale, dopo averci fatto l'interrogazione canonica, fatto vestire l'abito religioso, ci diede la benedizione"  (C. P., vol. XIII, Testimonianza a futura memoria, Suor Immacolata Ricca, p. 2352) .

 

                Ma "Dio non turba mai la pace dei suoi figli se non per dar loro una gioia più grande" scrive il Manzoni, ed è vero. La coscienza di P. Lorenzo è serena, egli ha consegnato tutto nelle mani del Padre perciò, continua a lavorare per la sua gloria e nel suo nome. Così l'8 settembre invia al card. Boggiani una relazione dettagliata sulla fondazione e sullo sviluppo dell'Istituto, dalla quale apprendiamo che nell'anno 1929 la nascente istituzione conta 17 Suore, 7 Novizie e 7 Postulanti. Inoltre, nell'elenco specificato delle opere si legge:

                "A S. Marinella, oltre la cura di 20 o 30 bambine affidate all'Istituto dall'Opera Nazionale Maternità e Infanzia e da altri enti morali privati, si è aperta da due anni una scuola (elementari inferiori) per il popolo, diretta da Suor Rosa Pisciotta (maestra diplomata), d'estate si cucina per le colonie marine; inoltre le Suore s'industriano con lavori di ricamo... A Carinola già da due anni le suore dirigono Asilo e Laboratorio, a conto di un comitato che provvede a tutte le spese; a Roma, se ne verrà data la debita licenza dai Superiori, si vuole aprire un asilo permanente e un asilo nido. In futuro si vuole attendere in modo speciale alla direzione di asili e laboratori, all'educazione della gioventù abbandonata e si cercheranno più volentieri i piccoli centri e le campagne più necessitanti di aiuto spirituale. Alle suore s'inculca di aiutare il parroco nelle parrocchie in cui si trovano, per una decente manutenzione delle chiese. Il fine principale dell'Istituto rimane sempre la vita missionaria"  (C. P., vol. VII, Relazione sulla fondazione, 8 settembre 1929, pp. 551-552) .

 

         La Curia diocesana di Porto e S. Rufina sembra intenzionata ad accogliere la richiesta di approvazione dell' Istituto se ai primi di ottobre dell' anno '29, il Vicario generale, Mons. Luigi Martinelli, chiede informazioni, in via del tutto riservata, sull'operato delle Carmelitane ai Vescovi di Foligno, Nocera Umbra, Noto, Sessa Aurunca e Roma  (cfr C. P., vol. VIII, Richiesta d'informazioni , Mons. Martinelli, Vescovi, Roma, 7 ottobre 1929, pp. 564-565) .

                Le risposte non si fanno attendere:

                "... Nel tempo che rimasero qui tennero sempre esemplare condotta ed attesero con molta diligenza ai propri doveri"  (C. P., vol. VIII, Lettera del Vescovo di Nocera a Mons. Martinelli, 8 ottobre 1929, p. 567) .

 

                "... Attendono all'asilo infantile, fanno bene e sono ben volute da questa popolazione"  (C. P., vol. VIII, Lettera di Mons. De Santis a Mons. Martinelli, 8 ottobre 1929, p. 569) .

 

                "Il Vescovo di Tarquinia e Civitavecchia, Amministratore Apostolico di Porto e S. Rufina all'Eminentissimo Principe. Il giorno 9 corr. mi recai a S. Marinella per amministrare la S. Cresima e nel pomeriggio dello stesso giorno volli anche visitare minutamente l'Istituto delle cosiddette Terziarie Carmelitane Missionarie... Per la verità debbo attestare che riportai buona impressione di quella visita, sia per ciò che concerne lo spirito religioso di quelle pie donne, il loro spirito di sacrificio, per la formazione cristiana delle orfanelle loro affidate. Trovai ordine e pulizia tanto nell'Istituto come nella chiesa. Mi pare di poter assicurare che le relazioni di P. Lorenzo colle suore che dirige non danno motivo al più lieve rimarco... Ampiò il terreno acquistato, bello e comodo l'edificio per le suore e le alunne, bella anche la costruzione adibita a canonica, suscettibile di maggiore sviluppo, vicino alla chiesa e lontana dalla casa abitata dalle suore e dalle orfanelle. Potei costatare che nessun debito grava sul terreno e sugli immobili... Non essendo io che semplice amministratore apostolico non posso dare un voto per la loro approvazione o meno... Per dovere di giustizia però ho creduto manifestare la favorevole impressione riportata da quella mia visita non certo frettolosa. Mi sono convinto che tanto le suore come P. Lorenzo sono veramente animati da spirito di sacrificio e da retta intenzione"  (C. P., vol. VIII, Lettera di Mons. Mingoli, con cui invia a Mons. Martinelli la relazione di Mons. Cottafavi, vescovo di Civitavecchia, 16 ottobre 1929, pp. 572-574) .

 

                Il 24 ottobre Mons. Martinelli reitera alla Curia di Noto la richiesta d'informazioni dettagliate e segrete sulle Carmelitane residenti a Modica  (cfr C. P., vol. VIII, Richiesta di Mons. Martinelli alla Curia di Noto, 24 ottobre 1929, p. 576) , ma in una nota scritta dal Vicario Portuense leggiamo:

                "La Curia Vescovile di Noto non rispose mai alle nostre due lettere"  (C. P., vol. VIII, Nota di Mons. Martinelli, p. 577) .

                L'anno della grande prova si chiude per la Madre e per P. Lorenzo con una fondata speranza: la Curia di Porto e S. Rufina è disponibile ad accettare P. Lorenzo nella diocesi.

 

 

 

D - Anno 1930: Erezione diocesana dell'Istituto
e approvazione delle Costituzioni

 

         Nel mese di febbraio 1930, con l'esclaustrazione di P. Lorenzo dall'Ordine Carmelitano e l'incardinazione nella diocesi di Porto e S. Rufina anche Madre Crocifissa conosce il compimento, sofferto ma sereno di quest'ennesima oblazione: l'albero della Croce s'illumina già della luce della Pasqua.p: lorenzo in abito talare nell'ufficio parrocchiale a S. Marinella

 

         Sempre nello stesso giorno (21 febbraio) l'Ordinario Portuense invia alla SCRIS la richiesta per affidare a P. Lorenzo l'assistenza delle Carmelitane.

 

        Qualche giorno dopo P. Alberto Grammatico nel comunicare a P. Lorenzo alcune notizie di famiglia gli assicura la sua amicizia dicendogli che gli manterrà la sua immutabile stima e fraternità (cfr C. P., vol. VIII, Lettera di P. Grammatico a P. Lorenzo, Roma, 2 marzo 1930, pp. 584-587).

         Il 7 marzo la Congregazione dei Religiosi concede al card. Boggiani le facoltà richieste in ordine all'assistenza delle Carmelitane da parte di P. Lorenzo  (cfr C. P., vol. VIII, Lettera di La Puma a Boggiani, Roma, 7 marzo 1930, p. 588)  e il 12 successivo lo nomina Esaminatore Prosinodale della diocesi di Porto e S. Rufina e Assistente delle Suore Carmelitane di S. Marinella  (cfr C. P., vol. VIII, Lettera di Boggiani a P. Lorenzo, Roma, 12 marzo 1930, p. 589) .

         Il 20 marzo l'Ordinario di Porto e S. Rufina delibera di procedere all'approvazione dell'Istituto delle Suore Carmelitane:

          "Ben esaminato lo stato dell'Istituto delle Suore Terziarie Carmelitane, la cui casa principale è in S. Marinella, in questa diocesi: viste le relazioni sulla suddetta fondazione, sul suo sviluppo e le attuali condizioni; viste le richieste fatteci dalle Suore e da estranei per l'approvazione ecclesiastica dell'Istituto stesso; nella fiducia che esso sarà di vantaggio alla diocesi e alle anime: Deliberiamo di procedere all'approvazione dell'Istituto come Istituto nostro di Diritto Diocesano. Roma, 20 marzo 1930, Tommaso Pio card. Boggiani, Vescovo Suburb. di Porto e S. Rufina"  (C. P., vol. VIII, Card. Boggiani, Deliberazione, Roma, 20 marzo 1930, p. 590) .

 

          Sei giorni dopo il card. Boggiani comunica la deliberazione alla Sacra Congregazione dei Religiosi  (cfr C. P., vol. VIII, Comunicazione del Card. Boggiani alla SCRIS, Roma, 26 marzo 1930, pp. 591-593)  e il 13 aprile 1930 erige l'Istituto in Congregazione religiosa di Diritto Diocesano.

 

                Il 10 luglio successivo l'Ordinario approva le Costituzioni.

 

                Il 23 ottobre 1930, Madre M. Crocifissa Curcio (all'età di 53 anni) e le sue compagne possono emettere la professione perpetua: dopo decenni di sofferenze e prove l'Autorità ecclesiastica ha riconosciuto valido e utile l'Istituto per il bene della Chiesa e la loro offerta è finalmente sigillata da quel "Vescovo benigno" tanto a lungo cercato. E' giorno di gaudio e di commozione immensa:

                "Quando la Madre ha emesso i voti perpetui si era alla fine di tutte le prove, nel 1930. Al momento di recitare la formula la Madre, per la commozione non riusciva a pronunciarla. Il Vescovo rimase con l'Ostia elevata per tanto tempo durante l'emissione dei voti"  (Summ. Teste III, n. 12) .

 

 

 

E - Relazioni dell'Istituto con la Diocesi di Noto

 

           Nel mese di novembre la madre Curcio comunica al Vescovo di Noto, Mons. Vizzini l'erezione diocesana del suo Istituto, chiede il suo consenso per poter mantenere l'opera a Modica e assicura che la nuova istituzione non sarà di peso né per la diocesi né per la città di Modica, né recherà danno alle altre istituzioni, anzi, aggiungerà anch'essa il suo modesto contributo  (cfr C. P., vol. VIII, Lettera della Serva di Dio a Mons. Vizzini, S. Marinella, 11 novembre 1930, p. 594) .

           Mons. Vizzini si affretta a chiedere notizie esatte e complete circa la situazione giuridica dell'Opera Pia "Polara" al can. Carmelo Giardina, Vicario Foraneo di Modica (Cfr C. P., vol. VIII, Lettera di Mons. Vizzini a Giardina, Noto, 24 novembre 1930, p. 598). Questi gli risponde dicendo che il "Polara" è proprietà degli eredi Romano, i quali hanno concesso alle Carmelitane l'abitazione della casa senza pagare fitto; che questa non è gravata di fondiaria e che il piccolo orfanatrofio si è mantenuto sinora con i proventi derivatigli dalla partecipazione a tutte le processioni, associamenti funebri e funzioni sacre della città  (cfr C. P., vol. VIII, Lettera di Giardina a Vizzini, Modica, 27 novembre 1930, p. 599) .

             Il 29 novembre Madre Crocifissa ripete a mons. Vizzini la richiesta di consenso per l'opera di Modica  (cfr C. P., vol. VIII, Lettera della Serva di Dio a mons. Vizzini, S. Marinella, 29 novembre 1930, p. 605), chiedendo anche all'avvocato Galfo Ruta di Modica di sollecitare il Vescovo per l'approvazione, cosa che questi fa con lettera del 3 dicembre 1930  (cfr C. P., vol. VIII, Lettera di Galfo Ruta a Mons. Vizzini, 3 dicembre 1930, p. 607) .

             Poco prima di Natale Madre Crocifissa, per la terza volta, chiede a mons. Vizzini il consenso per la casa di Modica (cfr C. P., vol. VIII, Lettera della Serva di Dio a Mons. Vizzini, S. Marinella, 22 dicembre 1930, p. 609), ma questi, fa rispondere dal suo segretario che prima di procedere ad una qualsiasi approvazione deve accertare che la casa di Modica sia stata messa totalmente a disposizione della Congregazione e che l'ONMI abbia offerto il contributo di ricovero per le bambine   (cfr C. P., vol. VIII, Lettera di Mons. Vizzini alla Serva di Dio, Noto, 8 gennaio 1931, p. 610) . E' P. Lorenzo, il 22 gennaio, a rassicurare l'Ordinario di Noto circa le risposte favorevoli sia da parte del sig. Romano, sia da parte dell'ONMI, di cui gli invia copia scritta, dicendogli anche che l'Istituto dispone del personale necessario per la casa di Modica (cfr C. P., vol. VIII, Lettera di P. Lorenzo a mons. Vizzini, S. Marinella, 22 gennaio 1931, p. 624). Mons. Vizzini risponde in maniera telegrafica che la pratica concernente la casa delle Carmelitane a Modica è in corso e appena completa ne darà risposta. (cfr C. P., vol. VIII, Lettera di Mons. Vizzini a P. Lorenzo, Noto, 20 febbraio 1931, p. 629). Così si va avanti per anni, tra continue sollecitazioni da parte della Congregazione e temporeggiamenti variamente giustificati, da parte del Vescovo Vizzini, fino al 1935, quando Mons. Vizzini chiede a suor Gertrude Denaro, rimasta al "Polara", informazioni precise per risolvere la situazione di Modica, e cioè, con quale titolo veste l'abito pur non vivendo in comunità religiosa, quale forma giuridica ha la convivenza delle ragazze, se postulato, convitto o altro, e con quale autorizzazione  (cfr C. P., vol. VIII, Lettera di Mons. Vizzini a suor Gertrude, Noto, 14 luglio 1935, p. 696) .

 

                Suor Gertrude risponde con precisione alle domande dell'Ordinario dicendo che veste l'abito carmelitano per un voto fatto durante una grave malattia in giovane età, di cui Mons. Blandini le diede l'autorizzazione, non ha i voti canonici, ma aspira a poterli emettere il giorno in cui glielo consentirà, riconoscendo giuridicamente la comunità di Modica, che le ragazze accolte sono poverissime o orfane e che le educa al vivere civile e ai principi della fede (cfr C. P., vol. VIII, Lettera di Suor Gertrude a mons. Vizzini, Modica, 27 luglio 1935, p. 697) .

                 Ma il Vescovo obietta con decisione alle affermazioni della Denaro, dicendole anche che ella tiene in casa delle aspiranti per poi mandarle a fare il noviziato a S. Marinella, e su questo desidera chiarezza, e che vuole la copia scritta del permesso di mons. Blandini circa l'abito carmelitano, come pure circa il permesso dell'autorità civile per la convivenza delle ragazze  (cfr C. P., vol. VIII, Lettera di mons. Vizzini a suor Gertrude, Noto, 5 agosto 1935, p. 698) .

                 Anche suor Gertrude difende con coraggio la sua posizione confermando che veste l'abito dal 1912, che ha rinunciato a divenire suora regolare pur di continuare l'opera di bene iniziata a Modica a favore delle orfane, grazie anche alle pressioni del sig. Romano, il quale voleva continuare la realizzazione dello zio, il can. Vincenzo Romano, e grazie al Procuratore Chiaula che le affida le orfane dei carcerati, che non bada alle opinioni della gente, che ha inviato giovani a S. Marinella per assecondarne la divina chiamata, e che circa il permesso dell'abito dichiara vera la sua testimonianza e che il Codice di Diritto Canonico ammette anche il permesso orale; infine chiede al vescovo di non esporla al disprezzo da parte dei nemici del bene  (cfr C. P., vol. VIII, Lettera di suor Gertrude a Mons. Vizzini, Modica, 18 agosto 1935, p. 699).

 

                Qualche giorno dopo, tramite P. Lorenzo, Madre Crocifissa consiglia Suor Gertrude di togliere soggolo e velo e di accontentarsi di uno scialle di lana, ma nel caso che non voglia lasciare l'abito, S. Marinella è casa sua; in tal caso si chiuderebbe la casa di Modica in attesa di un vescovo più benevolo   (cfr C. P. vol. VIII, Lettera di P. Lorenzo a suor Gertrude, S. Marinella, 24 agosto 1935, p. 700) .

 

                Il 22 settembre mons. Vizzini chiede all'onorevole Romano sanatorie giuridiche perché l'Opera di Modica non interferisca con l'Autorità ecclesiastica e lo invita a prendere una decisione:

                "... Chiarifichi la posizione giuridica dell'orfanatrofio di S. Anna. Vuole laicizzarlo? Lasci andare suor Gertrude dove vuole per essere una religiosa in piena regola e metta una direttrice laica. Vuole ecclesiasticizzarlo? Presenti un progetto, purché non accresca le comunità religiose esistenti a Modica. Tanto un giorno il problema dovrà risolversi, perché Suor Gertrude è una monade, e come tutte le monadi umane, è destinata a sparire"  (C. P., vol. VIII, Lettera di mons. Vizzini a Romano, Noto, 22 settembre 1935) .

 

                Ma Suor Gertrude è stata alla scuola di Madre Crocifissa e sa che la croce è la firma di Dio sulla storia degli uomini, per questo accetta con cuore aperto il sacrificio di sé:

                "... Mi vedo costretto a laicizzare la casa in S. Anna giusta sua proposta N. 1 del 20. 10. 1935 N. 500. In ciò sono sorretto dal generoso concorso della signorina Rosa Denaro (già suor Gertrude) la quale si è sottoposta al duro sacrificio di svestire l'abito religioso pur di impedire che le orfane tornino sul marciapiede. Le bacio il sacro anello. Fedele Romano"  (C. P., vol. VIII, Lettera di Romano a Mons. Vizzini, Modica, 16 ottobre 1935, p. 709) .

 

                Con questo passo Mons. Vizzini pensa di aver concluso il "caso" suor Gertrude e con esso i rapporti con la fondazione Curcio:

                "... Se la Denaro depone l'abito religioso, come S. V. mi assicura, non è più affare che mi riguarda"  (C. P., vol. VIII, Lettera di mons. Vizzini a Romano, Noto, 21 ottobre 1935, p. 710) .

 

                Ma il seme marcito nella terra buona non ha esitato a portare frutto. Infatti, nel 1938 il suo successore, Mons. Angelo Calabretta, autorizza l'apertura di una seconda comunità, sempre a Modica, presso la clinica "Giardina"; in questo modo, implicitamente, dà il riconoscimento canonico anche alla casa di "S. Anna", donata alla Congregazione dall'onorevole Fedele Romano nell'anno 1937.

 

 

 

F - Sviluppo della fondazione

 

                 A questo punto è opportuno chiedersi qual'è lo stile di incarnazione sul territorio vissuto da Madre Crocifissa e dalle sue figlie, in che modo ella realizza l'ideale di vita missionaria, quel sogno nato con lei e coltivato per anni?

                 Sono ancora le testimonianze di chi l'ha conosciuta personalmente, sperimentandone la squisita carità, a darci la misura e l'intensità di questo modo di amare e di vivere il Vangelo.

                "All'inizio le suore e le novizie andavano a due a due a cercare i bambini per far loro catechismo, insegnare canti, giochi e poi li riaccompagnavano a casa, in campagna, nelle abitazioni sparse qua e là. Poi s'istituì l'associazione delle "Figlie di Maria" per le ragazze che frequentavano il laboratorio di cucito e ricamo, per poi venire catechizzate e aiutate a crescere per diventare vere cristiane. Si faceva oratorio festivo e le ragazze insieme alle suore, organizzavano recite, passeggiate, gite, esse venivano seguite fino all'età adulta e oltre... In seguito è subentrata l'opera delle corrigende, ragazze affidateci dal Tribunale dei Minori, per essere rieducate e reinserite nella società, poi sono venute le scuole"  (Summ., Teste 2, n. 12) .

 

                "La Madre Crocifissa era una gran donna, molto umana, e a noi ci ha fatto più che da madre: lei ci parlava, ci raccomandava di essere brave e ci ha aiutate a crescere, dandoci una buona formazione. Quando andavamo dalle suore a ricamare, lei ci aspettava alle 13,50 sulla via Aurelia, spesso insieme a P. Lorenzo, e si metteva in un posto in cui poteva controllare le quattro strade dell'incrocio, in modo che non ci fermassimo a parlare troppo con i ragazzi, perché eravamo piccole, avevamo infatti, dodici o tredici anni. Quando facevamo le recite, alla fine ci offriva il rinfresco. Era perfino troppo alla mano, ci diceva le cose come fa una mamma con le figlie, con dolcezza, e noi andavamo spesso e volentieri da lei. Avevamo imparato anche a suonare la campana in chiesa, con suor Sarina: le suore e Madre Crocifissa costituivano tutto il nostro mondo a quel tempo"  (Summ. Teste 7, n. 12) .

 

                "Quando con la mia famiglia siamo venuti a S. Marinella eravamo molto poveri. C'era mio figlio Dino che aveva bisogno di ripetizioni, ... la Serva di Dio fece dare ripetizioni da P. Lorenzo... Era una donna umilissima, dolce, sentivamo in lei un affetto materno, protettivo... Quando abbiamo avuto bisogno siamo sempre andati da lei, senza pagare. Mio figlio Luciano è venuto all'asilo senza pagare una lira. La Serva di Dio ci diceva: 'Non vi preoccupate, pagherà chi può per voi.... Ci dava tanto conforto, fiducia e sostegno morale. Al solo guardarla ci trasmetteva fiducia nella Provvidenza, serenità, quell'amore di Dio di cui ella viveva"  (Summ. Teste 12, nn. 14-19) .

 

                "Ricordo che spesso veniva vicino a noi ragazze, e anche se le suore a volte s'inquietavano con noi per le marachelle continue che combinavamo, lei ci comprendeva, ci scusava; non che approvasse i nostri difetti o capricci, ma non drammatizzava, né esagerava, sapeva dire la parola giusta al momento opportuno"  (Summ. Teste XX, n. 20) .

 

                "Ricordo ancora le volte in cui parlavo con lei: quanti consigli, quante raccomandazioni a me che ero bambina, e che mi sono tanto servite nella vita, e lei mi preparava proprio come una mamma... Sono molto grata alla Serva di Dio perché mi ha accolta, con tutti i miei difetti, le mie difficoltà e il mio carattere, mi ha voluto bene, mi ha fatto sperimentare il calore di una famiglia che io non ho avuto, mi ha reso più dolce nel carattere, meno aspra nei confronti della sofferenza"  (Summ. Teste XXX, n. 19) .

 

                "La comunità delle suore costituiva l'unico punto di riferimento per le giovani. Da quando Mussolini aveva sciolto l'Azione Cattolica, considerandola associazione parapolitica pericolosa per il regime fascista, si erano create associazioni sostitutive, una di questa era l'associazione delle 'Figlie di Maria' che a S. Marinella era molto viva grazie all'opera delle suore Carmelitane. Qui le giovani apprendevano le arti femminili del taglio, cucito e ricamo, come pure la vita catechetico religiosa, curavano, entro le loro possibilità, il canto, la liturgia e la recitazione. Il tutto aiutava a formare la persona nella sua integrità e a curare le relazioni personali, di gruppo e a maturare il senso del servizio nel proprio contesto. La piccola chiesa bianca, prima dedicata alla Madonna delle Vittorie e successivamente alla Madonna del Carmelo, avvolta nella solitudine dei verdi prati, dove noi giovani scorazzavamo, era il centro nel quale tutti confluivamo per vederci e incontrarci... Attorno alla Serva di Dio si muoveva un piccolo nucleo di suore che possiamo definire "operaie" e che condividevano con le famiglie di allora la difficile realtà del tempo; la Serva di Dio e le suore erano il cuore della nostra contrada che stava nascendo  (Summ. Teste LVI, n. 19) .

 

                "Quando mi sono sposata la Serva di Dio era malata, tuttavia venne ugualmente in chiesa ad assistere al mio matrimonio, mentre le suore suonavano e cantavano durante la messa, questo per dire che tipo di rapporto familiare ed affettuoso si era instaurato tra noi giovani, la Serva di Dio e la comunità delle suore Carmelitane. Le suore ci accompagnavano nella nostra esistenza, ci orientavano a fare scelte coerenti e ci aiutavano a diventare vere donne, utili a noi e agli altri... Quando mi sono sposata andavo spesso a trovarla con le mie bambine, qualche volta capitava che mi mettevo il rossetto, però mi vergognavo di lei, pensando che la cosa la potesse in qualche modo dispiacere, lei, invece, mi metteva subito a mio agio dicendomi: 'Non ti preoccupare. Tu vivi nel mondo e devi adeguarti'. Era una donna aperta, comprensiva delle esigenze dei tempi"  (Summ. Teste LXIII, n. 12) .

 

                "Per noi che in questa zona eravamo residenti, mancava del tutto un qualsiasi centro di attrazione e raggruppamento sociale. Il primo fondamentale servizio offerto dalla Serva di Dio e dalle sue prime compagne fu quello di strutturare il primo servizio religioso e di assistenza sociale veramente inteso. Infatti, le religiose si occupavano anzitutto della testimonianza cristiana e dell'effettiva prima evangelizzazione missionaria della zona, operando soprattutto nel settore della catechesi, andando a piedi per il lavoro apostolico di animazione cristiana, e poi conducendo specialmente i giovani in Chiesa, per il servizio della liturgia. A tal proposito era una scena davvero da inquadrare nei "fioretti" quella della suora carmelitana, la quale, agitando una campanellina, correva al richiamo della gioventù e delle anime di buona volontà. In questo clima posso dire di essere cresciuta e di aver trascorso tutta la mia infanzia"  (Summ. Teste LXIV, n. 1b) .

 

                "Se c'era un problema di ordine materiale o spirituale la casa delle suore diventava il rifugio e la soluzione... Spesso anche in chiesa le baciavamo la mano, lei ci faceva una carezza e poi si metteva raccolta e ritornava a pregare. Mi colpiva questo suo stile di vita;, tanto che l'ho riportato nella mia vita. Circa le difficoltà e prove nella vita di coppia, ci diceva: 'Il matrimonio è sacro, le cose pian piano si accomodano. Bisogna tener duro, aver fede, sperare. Specialmente se ci sono figli... Ricordo che a lei si venivano a dire perfino i problemi familiari... era una consolazione venire in istituto. Era sensibile ai problemi di tutti e accoglieva le confidenze di tutti"  (Summ. Teste LXXV, nn. 14a-d) .

 

                "Ricordo che la Serva di Dio in questo istituto accoglieva degli ospiti permanenti, bambine e ragazze e inoltre si faceva la colonia estiva. Mi colpiva il fatto che venivano trattati tutti con amore e attenzione... La Serva di Dio era molto attenta alla mia situazione. Infatti, io abitavo presso i miei nonni, insieme a mia sorella, poiché i genitori si erano separati e ci avevano abbandonate. Quando avevo dei problemi ne parlavo con la Serva di Dio, lei mi aiutava, mi ascoltava, m'incoraggiava. 'Stai vicino a Dio che non abbandona mai', mi diceva. E ancora: 'Quando hai bisogno di qualunque cosa, vieni sempre'... Quando mi ascoltava circa la mia sofferenza per l'abbandono dei miei genitori, mi diceva: 'Il Signore affligge ma non abbandona. Prega, abbi fede in Dio'. Con me era sempre dolce e affettuosa, gentile, in lei trovavo sicurezza... Noi guardavamo a lei e a P. Lorenzo come ai nostri genitori... nell'istituto tutto funzionava bene. Non era un convento per noi, ma una casa, una famiglia, dove la Serva di Dio era la mamma e ci faceva sentire l'affetto e l'amore  (Summ. Teste LXXVI, nn. 14a-15a) .

 

                "La sentivamo come una mamma, la mamma di tutti noi, delle nostre famiglie: era una presenza che ci aiutava tanto, su di lei potevamo contare sempre"  (Summ. Teste, X, n. 23) .

 

                Madre Crocifissa ha capito che la risposta alle povertà della gente e del territorio esige un atteggiamento propositivo, e allora diventa una conseguenza naturale della carità la sua audacia nell'aprire una scuola gratuita, con tutto ciò che questo può comportare a livello di problemi economici e amministrativi.

               Nel pensiero e nell'azione di madre M. Crocifissa e di P. Lorenzo il sociale e il religioso non si possono scindere, ecco perché, dopo che Mussolini scioglie l'Azione Cattolica, danno vita ad associazioni sostitutive, come le " Figlie di Maria" e le "Donne Cattoliche".

               Ma quel che più emerge è lo spirito, lo stile di condivisione con cui la Serva di Dio e le sue suore vivono in fraternità in mezzo al popolo, traducendo nel vocabolario elementare ed acces-sibilissimo della partecipazione e del coinvolgimento, il comandamento di Gesù: vi ho dato l'esempio, amatevi come io vi ho amato'.

              E' secondo queste dimensioni che l'Istituto si sviluppa, in Italia e all'estero. Si apre così nel 1931 la casa di Lovanio, in Belgio, con l'autorizzazione del Card. Giuseppe Ernesto van Roey, arcivescovo di Melines, per l'assistenza agli alunni del collegio "Santissima Trinità". A Cerveteri, per esplicita richiesta del card. Boggiani, nell'ottobre del '31 si da vita ad una scuola materna, laboratorio di ricamo, ambulatorio e collaborazione parrocchiale. Nel 1932 mons. Michelangelo d'Amico autorizza l'apertura della casa di Acireale (Ct) per il servizio al Seminario; nel 1933 mons. Ippolito Trekian autorizza l'apertura della casa di Sarzeau, in Francia, chiusa, anche questa qualche anno dopo, come quella di Lovanio, in seguito alle atrocità della seconda guerra mondiale.

              Gli anni che seguono vedono il pullulare continuo di nuove aperture: (1934) Solarino (Sr), per l'assistenza ai bambini poveri e abbandonati, la scuola materna, il laboratorio e la collaborazione parrocchiale; (1936) Roma, per la scuola, l'assistenza ai bambini più bisognosi e la pastorale parrocchiale; (1937)  Santa Maria Ammalati (Ct); (1938) Modica-clinica "Giardina", (1942) Floridia (Sr), (1946) Sampieri (RG), (1947) Nepi (Vt); (1948) Maccarese (Roma), (1949) Fregene (Roma), (1951) Napoli, (1953) Jesi (An) e Castellammare di Stabia (Na) Istituto Pacella, sempre secondo la medesima linea apostolica: l'accoglienza alla gioventù più abbandonata, la loro promozione e formazione umano-cristiana.

             Ma sulla vita di questi anni domina lo spettro della guerra che distrugge vite e speranze, una valanga terribile che non risparmia nessuno. Anche Madre Crocifissa e il suo Istituto vivono in pieno la drammaticità di questo doloroso momento storico, condividendo, come tutti, l'angoscia e i pericoli dei bombardamenti, l'interruzione di ogni contatto con le comunità lontane, specie quelle della Sicilia, l'amarezza dello sfollamento, l'incertezza del futuro, la morte di tanti uomini e donne, vicini e lontani, per i quali non cessa di offrirsi e di pregare.

             Ma la sua presenza, come sempre del resto, non è fatta solo di preghiera, essa diventa incoraggiamento ad andare avanti, aiuto materiale, sostegno e guida per tante famiglie, tanta gioventù smarrita e confusa, umile luce perennemente accesa in mezzo a tanto buio. E la gente lo sa, lo avverte, sa che le porte della sua casa sono sempre aperte per chiunque abbia bisogno, sa che su Madre Crocifissa può contare, e sono in tanti a venire da lei, tra i quali molti sfollati dalla vicina Civitavecchia, bombardata e semidistrutta il 13 maggio 1943.

             "La situazione in cui vivevano gli sfollati era drammatica: possedevano solo un tetto ove alloggiare, per sopravvivere avevano solo due merci di scambio, il sale, che veniva estratto dalla bollitura dell'acqua del mare e poi venduto. Venendo infatti, la sera in prossimità di S. Marinella, si vedevano lungo tutta l'estensione di Capolinaro tanti fuochi: erano i mobili delle ville che venivano bruciati per far bollire l'acqua salata. Le donne, particolarmente le giovani si prostituivano per una galletta. Nel '44 quando al porto di Civitavecchia attraccarono le famose navi 'Liberty' che trasportavano dagli USA viveri per la Quinta Armata, la quale si dirigeva verso la linea Gotica, tutta la gente di S. Marinella affollava il porto per poter avere qualcosa da mangiare, anche rubando. In questa situazione la prostituzione dilagò grandemente: posso immaginare l'opera delle Suore e della Serva di Dio in mezzo a queste ragazze. Ecco perché in tutta questa miseria diveniva importante qualche bicchiere di latte o pugno di farina che la Serva di Dio procurava sempre a chi si accostava all'Istituto"  (Summ. Teste LIV, n. 12) .

 

             "Ricordo che in Istituto avevamo una mucca di nome Stellina, e durante la guerra tanta gente veniva a bussare alla nostra porta con un bicchiere per avere un pò di latte, e lei era sempre pronta per darlo a tutti, senza riserve... era un via vai di gente che chiedeva aiuto, e lei non mandava mai via nessuno, anzi, se il bicchiere del latte non era del tutto pieno, lei ne faceva mettere ancora"  (Summ. Teste XXII, n. 19) .

 

             "Non faceva pesare il bene che procurava agli altri... Si era in tempo di guerra. Noi in casa eravamo ben dieci, ed era difficile trovare generi alimentari se non al mercato nero, e quindi a prezzi altissimi. La Serva di Dio ci aiutò molto procurandoci alimenti che senza alcun interesse ella prendeva alla POA  (Pontificia Opera di Assistenza)" (Summ. Teste IV, n. 14d) .

 

         Anche per Madre Crocifissa la vista dei cadaveri dei soldati che "galleggiano arrossando l'acqua del mare" allarga gli orizzonti del dolore e rende amaro il pianto per l'odio degli uomini, e allora invita le figlie ad offrirsi e a pregare più intensamente:

         "Anche qui viviamo preoccupati per i tempi che minacciano nuove e improvvise complicazioni... Ma che si può fare se non la Volontà Divina! La preghiera è la nostra forza, l'arma potente che supera tutte le armi che distruggono la povera umanità. Preghiamo, preghiamo e offriamo i nostri quotidiani sacrifici per ottenere la pace, la salvezza della nostra Patria, e noi sempre pronte ai voleri divini, fiat Voluntas Tua! ripetiamo sempre, seguiamo lo Sposo dal Getsemani al Calvario"  (C. P., vol. XI, Lettera della Serva di Dio a suor Concezione, S. Marinella, 7 aprile 1943, p. 1610) .

 

                 Nei primi giorni di settembre del 1943 Santa Marinella viene bombardata, ormai diventa troppo pericoloso restare, bisogna andar via. Così, come tanta altra povera gente, anche Madre Crocifissa, le suore e le bambine accolte in comunità sono costrette all'esperienza dello sfollamento.

                 "Il primo bombardamento avvenne appunto nella Vicaria, non distante dalla Chiesa il 7 settembre alle 23,00, fu colpito il villino del comico Rienzo mentre altri villini intorno furono più o meno danneggiati: undici persone vennero uccise e altre ferite... Il 4 ottobre 1943, nonostante le reiterate domande fatte al Comandante delle truppe Tedesche in S. Marinella, non avendo il permesso di rimanere, fui obbligato a lasciare il paese e accompagnare le povere Suore prima a Cerveteri e poi a Castelgiuliano... Il 28 ottobre, visto il pericolo di scassinamento nella casa delle suore, alcune di esse da Castelgiuliano ritornarono a S. Marinella e, più o meno di numero, sono rimaste fedeli custodi della loro casa, della casa del Vicario Curato, nonché della stessa Chiesa delle Vittorie. Chi potrà enumerare e descrivere i loro grandi sacrifici, il loro coraggio, la loro fede in Dio e nella Vergine, tra innumerevoli mitragliamenti, bombardamenti, persecuzioni da parte di alcuni intransigenti comandanti tedeschi, che le volevano assolutamente scacciare dalla casa, obbligarle a sfollare per occuparne i locali. Per comprendere il grave pericolo in cui si trovavano le suore, si pensi che la pineta era ripiena di automezzi e che i tedeschi operai dell'organizzazione TODT occupavano il villino Pacini, di fronte alle suore... nel momento della ritirata tedesca, per miracolo hanno potuto sfuggire di essere trascinate e condotte via in Alta Italia"  (C. P., vol. V, VAN DEN EERENBEEMT L., Cronistoria della chiesa di S. Maria delle Vittorie, o. c., pp. 308-309) .

 

                Ancora una volta sono le testimonianze di chi ha vissuto quei tragici momenti a darci il valore reale della fede e della carità della Serva di Dio:

                "La seconda guerra mondiale non risparmiò disagi e quasi un temporaneo arresto allo sviluppo dell'opera. La Serva di Dio insieme a P. Lorenzo e alle suore di S. Marinella fu costretta a sfollare a Castelgiuliano (non distante da Cerveteri - Roma). Questo periodo di sfollamento dal settembre del '43 al giugno del '44 fu un'esperienza molto significativa per gli abitanti del Castello e per tanti sfollati dal vicino paese di Cerveteri. Vi si animavano le funzioni religiose, le suore facevano catechesi e doposcuola; inoltre, la Serva di Dio portò con sé anche un gruppo di ragazze da rieducare, affidate dal Ministero di Grazia e Giustizia, alcune delle quali tuttora ricordano con commozione e gratitudine la Serva di Dio e il tempo trascorso a Castelgiuliano"  (Summ. Teste LXIV, n. 12) .

 

                "Abitando vicini durante lo sfollamento, vedevo la Serva di Dio quando usciva per andare in chiesa alle funzioni; lei, le suore e le bambine interne abitavano in una parte del castello che il marchese Patrizi aveva messo a disposizione, mentre il P. Lorenzo abitava in una stanzetta vicina alla chiesetta del castello... Nel frangente della guerra, così difficile e pieno di ansia e di pericoli, ho visto la Serva di Dio sempre calma, serena"  (Summ. Teste XLVIII, n. 12) .

 

                "Le suore dormivano con noi, con una tenda nello stesso dormitorio. Questo era un segno, l'espressione di un grande amore... Diversamente non si sarebbe presa la briga di lasciarci con sé in piena guerra, tra i bombardamenti continui, e portarci con la sua comunità sfollate a Castelgiuliano. La Serva di Dio sapeva che se avesse mandato a casa alcune di noi, ci avrebbe esposte a gravi pericoli morali... spinta da un fatto solo, dall'amore per Gesù, da una grande fede, da una grande carità, non solo ci ha portato con sé, ma ci esortava alla speranza e ci infondeva coraggio. pregava con noi la Madonna e ci diceva che con la Vergine Madre saremmo state al sicuro, che ci avrebbe sempre protette, che ci avrebbe senz'altro risparmiate"  (Summ. Teste XXXIV, n. 1b) .

 

                Ma la guerra, che ha seminato dovunque pianto e morte, non ha l'ultima parola: la speranza non è finita e nemmeno la voglia, il dovere di vivere, di riprendersi, di ricostruire.

 

         Il 15 ottobre 1945, a S. Marinella si celebra il 1° Capitolo generale che unanimemente elegge Superiora generale Madre M. Crocifissa Curcio. Ed è proprio sulle rovine del secondo conflitto mondiale che splende la luce di nuovi orizzonti e si realizza il sogno giovanile di Madre Crocifissa e P. Lorenzo: le Missioni.

         "Nel 1947 la Serva di Dio ricevette due inviti: il primo per una fondazione in Brasile che si prospettava molto povera e senza tante sicurezze, il secondo a Niagara Falls, in Canada, con prospettive più allettanti. La Serva di Dio non esitò a scegliere il Brasile, perché più consono alle sue aspirazioni missionarie"   (Summ. Teste LXIV, n. 12) .

 

Paracatu - casa religiosa e scuola materna         Così, verso la fine del 1947, a Paracatu, nello stato di Minas Gerais (Brasile), su invito di S. Ecc. za mons. Eliseu van de Wejer, O. Carm., Madre Crocifissa invia quattro missionarie: suor M. Agnese Giunta, suor M. Eliana Spadola, suor M. Grazietta Macauda, suor M. Virginia Murtinu. Lasciamo che sia una di loro a parlare della realizzazione di questo progetto:

          "L'apertura della missione in Brasile avvenne in modo semplicemente straordinario. Io abitavo a Cerveteri e una mattina la Serva di Dio mi mandò a chiamare, mentre ero di ritorno dalla messa. La suora che venne a prendermi non mi diede neppure il tempo di far colazione e mi condusse a S. Marinella dalla Serva di Dio. Questa mi aspettava davanti alla porta... Mi fece fare prima colazione e poi mi disse: 'E' venuto il vostro confessore di Roma, mons. Gabriele Couto (un vescovo carmelitano brasiliano) e mi ha chiesto 4 suore per aprire una missione in Brasile. Vedi lì un foglio bianco, nessuno ha voluto metterci la sua firma. Tu che ne pensi? Se tu firmi per prima, forse qualche altra ti seguirà'... Quando venne l'ora della partenza per la missione eravamo tutte sulla strada, in via del Carmelo. La Serva di Dio abbracciandomi mi disse: 'Vai figlia dei miei sogni giovanili, io sono malata, non posso andarci e mando te per me. Vai e porta in questa terra di missione la mia preghiera, il mio zelo, tutto quello che io avrei dovuto portare, e ti raccomando i poveri' "  (Summ. Teste XXXVII, n. 12) .

 

                 Per comprendere l'anelito missionario che continua a consumare la Serva di Dio giova leggere qualche stralcio delle lettere scritte alle figlie missionarie:

                "Abbiamo letto e riletto le vostre lettere... Comprendiamo le vostre difficoltà, oh! Come vorrei volare per consolarvi, dilette figlie, per portarvi mille e mille cosette che vi fanno piacere... Raccomando a tutte di essere prudenti, non perdete la salute, lavoro tanto e mangiare da cinesini! Non voglio scoraggiarvi, ma la salute è necessaria, siete poche e non potete supplire, non siamo vicine per potervi aiutare"  (C. P., vol. XI, Lettera della Serva di Dio alle figlie missionarie, S. Marinella, 13 maggio 1948, p. 1836) .

 

                "Figlie che vedo scolpite nel Cuore di Gesù, di Maria e nel mio cuore. Dacché siete lontane da me il mio affetto per ciascuna di voi si aumenta, vi sento più intime... e la mia materna preghiera è più costante... svegliandomi spesso prego per voi o dilette colombe, le prime a spiegare il volo per la missione tanto difficile ma fruttuosa di celesti benedizioni: saranno copiosi i frutti in base ai vostri sacrifici!"  (C. P., vol. XI, Lettera della Serva di Dio alle figlie missionarie, S. Marinella, 1 novembre 1948, p. 1846) .

 

                Ormai il 'granellino di senapa' è cresciuto e i rami del suo albero si stendono già per il mondo; anche lo Stato ne riconosce giuridicamente l'esistenza concedendo all'Istituto delle Suore Terziarie Carmelitane Missionarie di S. Teresa del Bambin Gesù la personalità giuridica: è il 24 luglio 1948  (cfr Decreto del Presidente della Repubblica, Roma, 24 luglio 1948, registrato alla Corte dei Conti il 2 settembre 1948, in Arch. Curia gen. S. Marinella) .

                 Nel 1952 il 2° Capitolo generale conferma m. M. Crocifissa quale Superiora generale della Congregazione, anche se ormai ella comincia ad avvertire che sarà presto la fine. Una salute malferma l'ha sempre accompagnata e ora gli acciacchi si acutizzano, costringendola a letto o su una carrozzella, eppure è ancora lei la Madre che continua con estrema lucidità a dare consigli, a impartire direttive, a prendere iniziative.

l'attuale casa di Kercem con l'edificio scolastico         L'ultima decisione, sempre nel solco missionario, è l'apertura della prima casa nell'isola di Gozo, a Kercem (Malta), con l'autorizzazione di Mons. Giuseppe Paci, nel mese di febbraio 1957.

 

         Ora che gli anni sono passati la Madre è diventata di una tenerezza incredibile, lei vorrebbe sempre vicine le sue figlie, e soffre quando le vede partire, ma ancora, come sempre, è disposta al sacrificio: per questo Carmelo missionario ha donato la sua vita e non ha mai ritirato l'offerta.

         Dopo la sua morte, avvenuta in S. Marinella giovedì 4 luglio 1957, alle ore 13:15, le sue figlie hanno continuato a camminare su quel sentiero di carità da lei tracciato perché il "Carmelo continui anche oggi a fiorire nel mondo".

         Il 3 ottobre 1963 l'Istituto è stato eretto a Congregazione di Diritto Pontificio; nel 1967 è stata aperta la prima casa in Canada per l'accoglienza soprattutto dei figli degli emigrati, nel frattempo molte altre case sono state aperte in Italia e in Brasile; nel 1984 la Congregazione ha aperto la prima casa in Tanzania e nel 1987 nelle Filippine. Nel 1996 è stata aperta la prima casa in Romania, a Bacau.

 

             

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