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1. contesto storico-ambientale del periodo nel quale visse madre maria crocifissa curcio C - Ambiente socio-economico-culturale
2. esposizione della vita e dell'opera dI MADRE M. CROCIFISSA nel contesto siciliano B - Ambiente religioso, storico, economico e sociale D - Primo impatto con la spiritualità Carmelitana (a 11 anni) E - Iscrizione al T.O.C. (a 13 anni) F - Esperienza dalle Domenicane. Primo incontro con mons. G. Blandini G - Secondo e terzo incontro con Mons. G. Blandini H - Priora del Terz'Ordine Carmelitano e animatrice delle compagne nella casa paterna
M -
Nuova sede della prima comunità a Modica sotto la direzione del can. Vincenzo
Romano O - Morte di Mons. Blandini. Primi approcci con Mons. Giuseppe Vizzini P - Ottima conduzione del Conservatorio "C. Polara". Lo Statuto Q - Contatti con l'Ordine Carmelitano: P. Alberto Grammatico. Guida spirituale di don Piscitello. R - Padre Lorenzo van den Eerenbeemt. Un ideale in comune S - 1924, Tempo di maturazione. Una speranza, l’Arenella T - 17 Maggio 1925: Canonizzazione di S. Teresa G. b. . Permesso orale ad experimentum
3. la fondazione nel nuovo ambiente laziale negli anni '20 - '40 A - Contesto storico-geografico-sociale B - Santa Marinella: due castelli, una città C - La Diocesi di Porto e S. Rufina
4. nascita e sviluppo della fondazione B - Anni 1926 - 1928, prime aperture di nuove comunità C - Anno 1929, la grande prova D - Anno 1930, erezione diocesana dell'Istituto e approvazione delle Costituzioni E - Relazioni dell'Istituto con la Diocesi di Noto
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1. contesto storico-ambientale del periodo nel quale visse madre maria crocifissa curcio
La Rivoluzione francese aveva prodotto in Europa e anche in larga parte dell'Italia un profondo mutamento economico, sociale, civile e religioso. Nell' '800 si fanno strada i fenomeni dell'industrializzazione e dell'urbanesimo; la rivoluzione industriale ingenera straordinaria rapidità di sviluppo e di cambiamento dei mezzi di produzione e dei rapporti sociali. Il secondo decennio del secolo XX vede lo scoppio del primo conflitto mondiale, al quale dopo pochi anni segue il periodo della dittatura fascista. Nel maggio 1939 Hitler stringe con l'Italia il patto politico-militare detto "d'acciaio" e il 3 settembre dello stesso anno scoppia il secondo conflitto mondiale, al quale l'Italia prende ufficialmente parte nel 1940. Dopo l'8 settembre 1945, con la firma dell'armistizio, l'Italia tenta di risollevarsi dalle rovine della guerra. Nel 1946 il popolo italiano è chiamato a scegliere, con referendum, tra monarchia e repubblica: è il primo suffragio al quale partecipano anche le donne. Si sceglie la forma repubblicana. Nel successivo 1948 viene promulgata la Costituzione della Repubblica Italiana. Seguono gli anni della ricostruzione, degli aiuti da parte delle Nazioni Alleate, in particolare con il piano "Marshall", e del boom economico.
La Chiesa di fine '800 si dibatte nello sforzo di salvare le strutture della società, passando faticosamente dall'ideologia della Restaurazione, che la legava strettamente allo Stato, "braccio secolare", sempre ingerente nella vita di essa, ad un orientamento politico in cui prevalgono i principi di separazione, che, se procurano frequenti ostilità tra le due istituzioni, tuttavia facilitano alla Chiesa l'assunzione di un atteggiamento più rispettoso e soprattutto più libero da preoccupazioni temporali. I Pontefici che si susseguono segnano con incisività la storia religiosa di questi anni: Pio IX (1846), chiamato ad affrontare l'insolubile "Questione Romana". Nel 1854 proclama il Dogma dell'Immacolata Concezione; nel 1864 pubblica il Sillabo con cui condanna le idee del pensiero moderno; nel 1869 con la Costituzione "Pastor Aeternus" apre il Concilio Ecumenico Vaticano I che proclama il primato di giurisdizione del Papa e la sua infallibilità personale nelle definizioni ex cathedra. Leone XIII (1878) è il Pontefice della grande enciclica sulla questione sociale "Rerum Novarum", nella quale per la prima volta vengono presi in esame e difesi i diritti inviolabili e fondamentali di ogni uomo lavoratore. Pio X è il grande Legislatore che riordina tutta la normativa disseminata nelle Decretali dal tempo di Sisto V (1587), accogliendola in un unico testo. A lui si deve la sintesi della dottrina cattolica nel Catechismo. Benedetto XV nel 1917 promulga il Codice di Diritto Canonico. Pio XI, oltre ai gravi problemi di ordine politico che deve affrontare, si occupa della formazione del clero e della ripresa spirituale di tutta la Chiesa, proponendo eccelse figure da imitare nella via della santità, tra le quali S. Teresina, che chiama "Stella del suo Pontificato" e che più tardi confermerà quale Patrona della Congregazione fondata dalla Serva di Dio. Pio XII (1939) è il Pontefice chiamato a governare la Chiesa negli anni duri della II guerra mondiale. La sua azione si volge a tre scopi principali: il pronto ristabilimento di una pace giusta e onorevole per tutti, la limitazione del conflitto, l'aiuto alle vittime della guerra. Condanna apertamente il contenuto ideologico del comunismo e la sua influenza atea in Europa e nel mondo; spiega tutte le sue energie per stimolare la comprensione delle Nazioni più prospere in favore di quelle più povere, soprattutto illustrando e propugnando la dottrina sociale cattolica (Cfr Enciclopedia Cattolica, Roma 1952, pp. 1510-1550). In questo periodo la vita religiosa, dopo una profonda crisi, si va riprendendo, anzi la vera novità è l'irrompere in essa di un ingente numero di Congregazioni femminili di vita apostolica. La maggior parte di esse si dedica all'assistenza ai malati, alle scuole, all' educazione giovanile, con un'aperta sfida al laicismo (cfr MARTINA G. , Storia della Chiesa, Roma, 1980, pp. 423 ss.) .
C - Ambiente socio-economico-culturale
"Al principio del sec. XX il lavoro viene considerato entro la prospettiva etica e di diritto naturale, come diritto al sostentamento per il lavoratore, e, in un periodo successivo, anche della sua famiglia. Pio XII accenna al lavoro come mezzo indispensabile al dominio del mondo. Verso gli anni '50 autori cattolici (M. D. Chenu, E. Mounier, J. Maritain, P. Teilhard De Chardin) riconoscono che col lavoro l'uomo fa evolvere il mondo e con ciò stesso egli si compie socialmente. Il lavoro è fattore di umanizzazione, diventando il perno di una socializzazione grazie alla quale l'umanità supera una tappa decisiva nella sua marcia collettiva" (M.D. Chenu, Per una teologia del lavoro, Torino 1964, p. 38). Prevalente è l'interesse per i poveri e le attività educative sono orientate principalmente alla promozione dei ceti popolari. Le finalità di fondo sono uguali per tutte le Congregazioni: evangelizzazione e istruzione religiosa, difesa e promozione della fede attentata dalla Massoneria, dall'anticlericalismo ufficiale, dalla diffusione del socialismo e delle idee laiciste. L'impegno cattolico nel campo della scuola è esigito dal processo di alfabetizzazione che s'intensifica ancor più a partire dal nuovo secolo. L'uso sociale dell'istruzione favorisce prevalentemente le classi urbane, pur partendo ugualmente dai Comuni la domanda dell'istruzione.
2. esposizione della vita e dell'opera dI MADRE M. CROCIFISSA nel contesto siciliano
![]() Per comprendere meglio la figura di madre M. Crocifissa, è importante conoscere la famiglia e l'ambiente familiare nel quale ella nacque e fu educata. I suoi genitori sono di estrazione sociale medio-borghese: - Salvatore Curcio il padre, Ufficiale Postale del Circondario di Ispica (RG), discendente da generazioni di notai, avvocati e farmacisti; - Concetta Franzò la madre, discendente dei Baroni Franzò di Modica. Hanno contratto matrimonio a Modica, il 22 marzo 1864.
Dalle testimonianze apprendiamo che "Apparteneva ad una famiglia di ceto borghese con condizioni economiche piuttosto buone, con un grado di cultura elevato. Parlando della sua famiglia ricordava con venerazione la mamma, come donna saggia e profondamente cristiana; il papà invece, incarnava per lei l'autorità, e questo suo atteggiamento di austerità la faceva soffrire. I suoi rapporti con gli altri familiari erano affettuosi e gioiosi" (Summ. Teste LXIV) .
"La famiglia apparteneva ad un ceto medio borghese, con un livello economico e culturale buono. La Serva di Dio raccontava di essere molto legata ai fratelli e alla mamma, e con tutti i fratelli combinava molte birichinate; nell'insieme era una famiglia molto unita" (Summ. Teste XIX) .
Il Padre, Salvatore Curcio
Nato a Spaccaforno (RG) il 27. 1. 1842 da Francesco e Giuseppa Bruno. E' la stessa Madre nel suo Quaderno di ricordi a parlarne: "Alcuni dei parenti volevano ad ogni costo farmi seguitare a studiare, il padre si oppose, [...] era troppo rigoroso, neanco in casa permetteva di seguitare a studiare, né musica come era mio vivo desiderio, né altro, perché era convinto che per la donna le sole scuole elementari bastano, e poi istruirsi nei lavori e doveri di una buona figliola, nella stessa famiglia, sotto la materna vigilanza, le donne istruite spesso sono causa di molti mali nelle famiglie, ci ripeteva quando desideravo persuaderlo di farmi seguitare a studiare" (C. P. vol. XII, pp. 2198-2169) .
"Da una conversazione con i parenti e precisamente con Dina Curcio, che ancora ricorda quanto il papà, fratello della Serva di Dio, raccontava ai figli, emerge una figura molto austera, dai principi irremovibili, e dalla comunicazione difficile. Sembra che questo fratello della Serva di Dio, Federico, abbia sperimentato in modo particolare la severità del padre, quando, una sera, rincasando qualche tempo più tardi del previsto, abbia trovato la porta chiusa, e allora fu inutile ogni tentativo conciliante della mamma" (cfr COLOMBO M., Pedagogia e tensione educativa della Serva di Dio Madre M. Crocifissa Curcio, in Atti Convegno '90, Madre M. Crocifissa Curcio un dono dello Spirito al Carmelo, p. 184) .
Nell'esame grafologico fatto eseguire ai fini della Causa su un campione di scritti della Serva di Dio si afferma che: "Nell’inconscio della Scrivente le due immagini parentali appaiono introiettate con qualche problema di reciproca integrazione, soprattutto per una figura maritale, il padre, dominante e contenutiva della spontaneità del gruppo familiare. La Scrivente bambina ha molto ricercato il coinvolgimento emotivo-affettivo della figura paterna, ma è rimasta sempre in questa attesa. In più, per i suddetti motivi, l'ha percepita come ostacolo al suo libero movimento espansivo, sicché le è rimasta dentro un’inconscia sensazione di ostacolo... Ancora da adulta sente che per realizzare e realizzarsi deve sempre in certo qual modo superare i limiti imposti da questo invisibile ostacolo" (C. P., Esame Grafologico, p. 16) .
Anche le testimonianze confermano quanto emerso dall'esame grafologico: "Il papà era molto severo e rigido e non le permise di continuare a studiare oltre le elementari. Egli era un ufficiale postale. I fratelli maschi, invece, hanno studiato tutti, e so che uno è diventato preside della facoltà di Lettere di Catania, e un altro medico" (Summ. Teste XIX) .
La madre, Concetta Franzò
Nata a Modica (RG) l'8. 12. 1841 da Antonio e Clementina Pluchinotta.
Nella famiglia quindi, si gode, per fortuna di una presenza materna profondamente umana e ricca di vitalità. Il fratello della Serva di Dio, Federico, ne parla ai figli come di una mamma santa, che sapeva condurre la vita familiare, pur tra le più ardue difficoltà, in un clima di serenità e di gioia. L'esame grafologico conferma la difficile situazione in cui era costretta a vivere la mamma, e di conseguenza anche la bambina, sin dal seno materno: "L'analisi del tipo costituzionale della Serva di Dio vede che il periodo prenatale non è stato emotivamente sereno per la madre gestante [...] dal contesto non vanno escluse motivazioni di ordine affettivo e di sicurezze nell'affrontare questa maternità. Fortunatamente emerge che la madre dispone di buona vitalità e coscienza" (C. P. Esame Grafologico, vol. XIII, p. 2552).
Sarà anche grazie a questo contrasto che in Rosa prevarrà il mondo spirituale su quello materiale, il sentimento sull'aggressività nel superare gli ostacoli, il dare maggior spazio al bisogno di risolvere i problemi più attraverso la conciliazione (ma senza debolezze) che attraverso il contrasto. Da qui anche deriverà la sua predisposizione alla poca resistenza fisica ad agenti patogeni - afferma il Grafologo - soprattutto quando le situazioni dovessero metterla a dura prova e crearle motivi di ansia (C. P. Esame Grafologico, vol. XIII, p. 2552) . Rosa infatti, in tutta la sua esistenza sentirà il peso del suo fragile fisico. Da tutto ciò emerge che l'ambiente evolutivo: "Non appare veramente ostile nei suoi confronti, però nemmeno veramente favorevole per la sua serenità... Esso si rivela molto esigente nel proporre valori, in sé anche positivi, comprese certe esigenze estetiche di comportamento, ma indubbiamente molto frenanti la spontaneità espressiva [...] I canoni educativi potevano avere anche fondamentali principi morali, ma è evidente che non erano esenti da moralismi e convenzionalismi contrari alla vera libertà di spirito (C. P. Esame Grafologico, vol. XIII, p. 2551).
I figli
Dal matrimonio di Salvatore e Concetta nascono dieci figli:
Francesco n. il 27. 12. 1865 battezzato il 30. 12. 1865 Clementina " " 29. 3. 1867 " " 30. 3. 1867 Gaetano " " 31. 12. 1868 " " 4. 1. 1869 Anna " " 27. 1. 1871 " " 6. 2. 1871 Giuseppina " " 9. 11. 1872 " " 10. 11. 1872 Federico " " 15. 3. 1875 " " 16. 3. 1875 ROSA " " 30. 1. 1877 " " 31. 1. 1877 Carlo " " 18. 6. 1879 " " 20. 6. 1879 Mariannina " " 5. 2. 1882 " " 9. 2. 1882 Antonino " " 1. 6. 1883 " " 6. 6. 1883
Sono stati tutti battezzati dallo zio Sacerdote don Antonio Curcio, canonico della Chiesa Madre di Ispica, autorizzato dal Parroco pro-tempore (C. P. vol. V, Relazione Storica, p. 25).
B - Ambiente religioso, storico, economico e sociale
Prima d'inoltrarci a fondo nella vicenda umana e spirituale di Madre Crocifissa Curcio ci sembra importante soffermarci ancora brevemente a cogliere alcune coordinate dell'ambiente siciliano nel quale ella nasce e fiorisce come persona e come consacrata. Per quanto riguarda il contesto religioso e i rapporti tra Chiesa e società nella Sicilia di fine '800, dobbiamo dire che la Chiesa siciliana, la quale non aveva conosciuto le conseguenze della rivoluzione francese, non era però rimasta estranea alle novità della Restaurazione, mentre non pochi del clero avevano salutato con simpatia i fatti del 1848 e gli eventi del 1860. Ma dopo l'unità risulta vincente, nel secondo '800, il modello ecclesiologico romano, per cui si rinsaldano i legami di dipendenza disciplinare, spirituale e culturale con Roma. Ciò produce nella Chiesa isolana un nuovo impulso per una rinnovata azione pastorale e per la promozione, alla fine del secolo, del movimento cattolico (BORZOMATI P., Chiesa e società in Sicilia tra '800 e '900, aspetti e momenti, in Atti Convegno '90, o. c., pp. 13-20) . In questi anni si concretizzano in Sicilia vigorose testimonianze di servizio per l'impegno soprattutto delle nuove congregazioni religiose, anche se questa primavera della vita religiosa vede un netto ritardo nell'isola rispetto al nord d'Italia, in cui tale evoluzione si era già verificata durante la Restaurazione. Ritardo dovuto al fenomeno delle monache di casa, inesistente al nord, e al fatto che la Sicilia scopre di essere fuori dallo sviluppo capitalistico solo in seguito al pauperismo della post-unificazione (FALZONE M. T., Presenza sociale degli Istituti religiosi nelle realtà siciliane (1890-1920), Estratto dal volume Chiesa e società urbane in Sicilia (1890-1920), Atti Convegno di studio Catania, 1990, pp. 243-285). Per quanto riguarda Ispica in particolare, la soppressione del convento del Carmine ferì profondamente il sentimento religioso del popolo ispicese che con tanto sacrificio aveva ricostruito la chiesa della Patrona e lo stesso convento dopo il terremoto del 1693. Il tempio carmelitano venne conservato al culto. L'ex convento invece nel 1868 (al tempo del colera) fu adattato ad Ufficio del Registro, poi a sede delle scuole statali. Agli inizi del nostro secolo per consiglio del domenicano P. Timoteo Longo l'ex convento venne acquistato dalle Suore Domenicane del Sacro Cuore (allora Terziarie Domenicane) che vi iniziarono un fiorente apostolato tra le fanciulle e le giovani ispicesi con orfanotrofio. Il culto alla Patrona Civitatis per 80 anni (1869-1952) venne mantenuto con zelo encomiabile dai vari Rettori della chiesa. Essi venivano nominati dal Sindaco e confermati canonicamente dal Vescovo di Noto. Due anni prima della nascita di Rosa Curcio, il popolo ispicese con referendum popolare del 1875, tramite il Vescovo di Noto, otteneva dalla S. Sede la conferma pontificia a Patrona principale della città, della Beata Vergine Maria del Monte Carmelo (3 giugno 1875) (C. P. vol. V, Relazione Storica, p. 21) .
"Il convento carmelitano di Spaccaforno, nel quale si osservava il quarto voto di vita comune, era economicamente il più ricco del piccolo paese. Nonostante la presenza in esso di altre case religiose (PP. Cappuccini e Minori osservanti, eremiti delle Grazie e Monache Benedettine) era destinatario di un numero molto rilevante di doni, benefici, pii legati ecc. Al momento della soppressione degli ordini nel Regno d'Italia, vi dimoravano quindici frati (sacerdoti e laici professi). Da allora la chiesa del Carmine divenne proprietà del Comune e fu officiata dal clero secolare; il convento, invece, fu venduto all'asta dallo Stato e dopo vari passaggi di proprietà, nel 1935 fu venduto ad alcune religiose che nel 1955 lo donarono al proprio istituto di Domenicane del S. Cuore di Gesù, che vi dimoravano già dal 1891 (ARMINIO L., Spaccaforno nel secolo decimonono, vol. 2°, Comune di Ispica 1985, pp. 78-87) .
Primo direttore del rinato T. O. C. (Terz'Ordine Carmelitano) nel 1892 fu il Rettore can. Carmelo Rizza. Nel 1885 Ispica conta 5.263 anime, quattro chiese aperte al culto e servite da 19 sacerdoti del clero diocesano e regolare, essendo parroco della chiesa madre l'arciprete can. Salvatore Vella. Nello stesso anno il vescovo di Noto, mons. Giovanni Blandini, predica all'Annunziata di Ispica un solenne triduo che conclude il 14 novembre inaugurando l'altare della Madonna della Medaglia Miracolosa. Così il popolo ispicese scioglie il voto di gratitudine alla Vergine per aver risparmiato il paese dal morbo asiatico che nel 1855 si era diffuso in tutta la Sicilia.
Volendo gettare un'occhiata non furtiva al paese natale della Madre, sappiamo che Spaccaforno (cittadina in provincia di Ragusa, nella Sicilia sud-orientale, distrutta dal terremoto del 1693 e riedificata in collina a 700 m. sul livello del mare) dopo lo sbarco di Garibaldi a Marsala il 15. 5. 1860, insorse e ben 12 furono i "picciotti" ispicesi reclutati da N. Fabrizi. Il 21 ottobre i cittadini maggiorenni maschi con 1106 voti su 1128 iscritti votarono l'annessione al Regno d'Italia. Ma ben presto all'entusiasmo seguì la delusione e il malcontento popolare. Il ripristino della tassa sul macinato provocò nel 1868 tumulti subito repressi. Nel 1861 la popolazione ispicese era di 7539 abitanti. La popolazione era concentrata in paese. In tutto il territorio non esistevano villaggi né ville. L'impaludamento, l'aria malsana e lo spopolamento della campagna raggiunse quote elevate. Negli anni 1866-'67 entrarono in vigore le leggi di soppressione delle corporazioni religiose e di espropriazione dei beni ecclesiastici. Vennero chiusi i conventi dei Carmelitani, dei Cappuccini, dei Frati Minori e delle Benedettine; i beni mobili e immobili incamerati vennero ceduti al Comune. La vendita dei terreni e dei fabbricati, all'asta o per trattativa privata, vide prevalere i possidenti sulla povera gente. Per delibera municipale del 4. 9. 1868 rimasero aperte al culto soltanto le chiese conventuali del Carmine e di S. Maria di Gesù. Gli anni 1870-'90 furono difficili per la rilevante differenza sociale tra i pochi proprietari e la massa dei contadini poveri. La miseria era divenuta endemica, aggravata dalla malaria che nel 1905 raggiunse la mortalità del 5, 54%. I salari erano miseri e l'usura opprimente; mancava il lavoro e molti erano costretti ad emigrare. Anche gli amministratori erano spesso incapaci e faziosi; ma qualche sindaco cercò di promuovere sinceramente il bene pubblico, richiedendo alle autorità centrali bonifiche, macchine per l'agricoltura, monte agrario, ferrovie, acquedotto e anche un teatro. Alcuni benefattori del paese istituirono anche legati di beneficenza per sovvenire alle necessità delle classi popolari.
Circa la conformazione geografica del territorio ispicese questo aveva ed ha una superficie agraria di circa 10.000 ettari di terreno. L'altopiano che lo sovrasta e dove è sita la città costituisce la quinta parte dell'intero territorio e su di esso si è sempre respirato aria salubre. Il bassopiano che forma il resto del territorio era solcato, invece, da numerosi torrenti le cui acque, non razionalmente incanalate, aggredivano i campi circostanti formando acquitrini e paludi. La malaria era il più diffuso malanno, curato con sistemi empirici inefficaci. L'istruzione pubblica a Spaccaforno nel 1860 prevedeva una sola scuola primaria maschile di primo grado, pluriclasse, per l'insegnamento di prima lettura e delle quattro principali operazioni di aritmetica: contava 18 alunni. Con l'avvento di Garibaldi in Sicilia il Comitato rivoluzionario deliberò la soppressione di quest'unica scuola pubblica ritenendola "di poca utilità per la gioventù". Negli anni 1861-'62 le scuole pubbliche non vennero attivate per mancanza di locali. Il Comune sollecitato dalla pressione popolare, restaurò e pose a disposizione della scuola i locali terreni dell'ex convento dei Cappuccini. Al piano superiore dell'edificio, nel 1864, fu collocata la biblioteca comunale, istituita poi ufficialmente nel 1867. Queste le scuole istituite a Ispica nel periodo post-unitario. Una scuola elementare inferiore e superiore maschile e una scuola elementare inferiore femminile. Interessante notare che prima di tale epoca non erano mai esistite scuole femminili a Ispica, né pubbliche né private (allora in Piemonte sapeva leggere e scrivere la metà degli abitanti, in Lombardia il 40 %, in Sicilia poco più dell'1 %). Nell'anno scolastico 1884-'85, Rosina Curcio aveva allora 7 anni, le scuole di Ispica erano costituite da 10 classi: scuole maschili: 2 prime classi inferiori e 4 superiori, scuole femminili: 1 prima classe inferiore e tre superiori. Gli alunni iscritti erano 245 (191 maschi e 54 femmine) e la città contava 12.000 abitanti. La popolazione scolastica aveva raggiunto il 2 % della popolazione anagrafica, ma la frequenza media continuava a rimanere al di sotto della percentuale rilevata (Cfr C. P. vol. V, Relazione storica, pp. 18-19; 23-24). Ispica era mandamento del circondario di Modica e aveva un suo ufficio postale gestito dal papà di Rosa Curcio.
In questa terra dominata da forti contrasti e grandi sofferenze, ma sempre fiera delle proprie radici e mai completamente vinta, il 30 gennaio 1877 nasce Rosa Curcio, settima di dieci figli. E' lei stessa nel quaderno dei Ricordi a raccontarci le circostanze della sua nascita e il singolare episodio che l'accompagna: "Sin dalla mia nascita mi predestinarono che io doveva farmi monachina (così mi chiamavano tutti) e ciò a me sembrava un soprannome e mi risentivo, ma la buona madrina che assistette alla mia nascita mi persuase una volta raccontandomi che era stata proprio lei la prima, perché, appena nata, prima del tempo da Dio stabilito, la madre era in pericolo di vita, e allora non pensarono alla neonata. La madre non appena poté dire qualche parola domandò la sua creatura se era viva, la madrina corse subito credendo di trovarla morta, ma qual non fu la sua meraviglia, non solo la trovò viva, ma in atteggiamento così devoto, come un angioletto che pregava. Tutta contenta riferì alla madre, stia lieta signora, è nata una monachina che prega, e certo avrà pregato per lei, perché è un vero miracolo il suo miglioramento" (C. P. vol. XII, Ricordi, pp. 2171-2172) .
Il giorno seguente viene battezzata nella Chiesa Madre di Ispica.
Ad amministrarle il sacramento del Battesimo è uno zio paterno, il canonico don Antonio Curcio, conosciuto in tutta la città come il padre dei poveri, a cui dava, nel caso di necessità, persino i suoi indumenti più necessari. Di lui apprendiamo notizie attraverso un profilo biografico di Rosa Curcio scritto da P. Lorenzo van den Eerenbeemt negli anni 1958-'62: "Si racconta come una volta andando in campagna sull'asinello si incontrasse con un povero contadino che portava sulle spalle un gran sacco pesante: "Possibile, esclamò, questo povero uomo portare un tal sacco sulle spalle e io, fannullone, che non valgo niente, me ne vado tranquillamente su un asinello!" Fatto sta che l'asino cambiò di padrone... e di costume, avendo d'ora in poi sulla schiena altre some ben più pesanti di quelle quattr'ossa di quel prete. Molto e molto anziano, sfuggendogli di notte il sonno, se ne andava davanti la porta della chiesa del Crocifisso e pregava: "Turiddu (Salvatore) vedi dietro la porta questo povero peccatore" e lo trovavano spesso d'inverno intirizzito dal freddo. Morì poi santamente quando Rosa era ancora molto piccina" (C. P. vol. XIII, VAN DEN EERENBEEMT L., Madre Maria Crocifissa Fondatrice, S. Marinella, 1958-'62, p. 2357) .
Le viene dato il nome di Rosa, in memoria di una sorella della mamma, morta recentemente.
Rosa trascorre i primi mesi di vita presso una balia, poiché la mamma, in seguito alle sofferenze del parto non è in grado di allattarla (cfr C. P. vol. XII, Ricordi, p. 2172) .
Tornata nella casa paterna, trascorre la vita normale di una fanciulla di buona famiglia, oltremodo vezzeggiata dalla madre la quale non la contraria mai in nulla, forse anche per compensare l'impossibilità di averla potuta nutrire al proprio seno, tra bambine della sua età sulle quali ama dominare e imporre la propria personalità di leader, già fortemente volitiva. Ha un carattere forte, e, per essere sempre al centro dell'attenzione, escogita ogni mezzo a sua disposizione, arrivando anche ad emarginare le compagne che non intendono sottostare al suo dominio. Ha, però, una grande onestà di fondo e purezza di sentimenti, che l'aiutano ad accorgersi dei suoi difetti e a pentirsi sinceramente delle innocenti malefatte, virtù che conserverà e affinerà al massimo durante tutto il corso della sua esistenza. "La madre sentiva una speciale tenerezza per me, e spesso non sapeva nasconderla, col compatire sempre i capriccetti che il mio vivacissimo carattere manifestava. Ricordo i giochi infantili, ero desiderosa di essere sempre circondata di bambine e ne volevo molte, la mia tendenza era di dirigere il gioco; d'altronde le bambine non sapevano giocare se mancava la "direttrice", così mi chiamavano, ed io pretendevo questo titolo, guai se qualcuna mi contrariava, allora la escludevo senza pietà. Mi accorgevo dopo che ero troppo superba, ma non sapevo fare diversamente, malgrado il pentimento e qualche soave rimprovero della buona mamma (C. P. vol. XII, Ricordi, p. 2173) .
Fin dai primi anni di vita impara a compiere senza condizionamenti umani le sue scelte, a cominciare dalle compagne di gioco, che non va a cercare tra quelle del suo ceto sociale, bensì tra le più povere, anche se, per ora tale scelta è dettata da semplice convenienza, e ingenuo opportunismo, come spiega nei Ricordi. Ma certamente il contatto continuo con la povertà, e più spesso con la miseria di ordine materiale, culturale e spirituale, della sua gente preparano dentro di lei il terreno per le scelte future, che la vedranno a difesa, promozione e sostegno degli ultimi, dei bambini più abbandonati, nella sua terra e altrove.
L'infanzia è allegra e spensierata; Rosa è una bambina piena di vita, d'inventiva, di gioia, come ci confermano le testimonianze del fratello Federico e di chi l'ha sentita direttamente raccontare le sue prodezze infantili: "Mia sorella Rosina, oggi Madre generale, suor Crocifissa Curcio, fin dalla prima età, si mostrò molto vivace, irrequieta, col dare fastidio a tutti in casa, specie agli altri fratelli, verso i quali ne combinava sempre qualcuna delle sue. Di sguardo acuto, quasi pungente, da dare soggezione nello sguardo agli adulti, qualcuno dei quali confessò che non poteva sostenere il suo sguardo penetrante e suggestivo. Rivelò sempre un'intelligenza superiore a tutti noi fratelli e sorelle e spesso dirigeva lei tutte le monellerie in casa e specie in campagna, quando si andava per la villeggiatura o per la vendemmia, ove ne combinavamo di tutti i colori, da far disperare i contadini, oltre che i maggiori della famiglia, e lei era sempre a capo delle nostre diavolerie, varie e innumeri" (C. P. vol. XIII, Testimonianza a futura memoria del fratello della SdD Federico Curcio, p. 2334) .
"La Serva di Dio ci raccontava di aver vissuto un'infanzia felice, allegra, spensierata. Insieme ai fratelli faceva tante monellerie, come quella di stendere il sapone sul marciapiede di casa sua e divertirsi a vedere la gente che ruzzolava a gambe all'aria, anche se poi le dispiaceva se si facevano male" (Summ. Teste XIX) .
Intanto si avvicina il tempo della preparazione alla prima Comunione. Rosa vive questo momento con particolare intensità ed emerge anche in questa occasione tutta la sua grinta nell'affrontare le sue situazioni, il suo modo di fare impaziente, l'incapacità di attendere, la determinazione nel volere tutto e subito, quella determinazione, però, che in seguito, ben guidata, anziché rivelarsi un difetto, l'aiuterà ad accogliere sofferenze e prove, rimanendo fedele al suo Signore. E' lei stessa a raccontarci nei Ricordi il significativo episodio legato alla prima Confessione, all'età di otto anni: "Il confessore voleva prolungare ancora, ma io non potendo soffrire questa freddezza del confessore, all'insaputa di mamma, d'accordo con le mie bambine, andai in casa di questo sacerdote, che era il confessore dei bambini, e quasi rimproverandolo per la sua indifferenza, non lo pregai, ma in tono serio gli rivolsi parole che, poveretto, non fece altro che pigliarsi il cappello e venire in chiesa per confessarci Ricordo la forte compunzione che sentii la prima volta in quella prima confessione, di tanti capriccetti, disubbidienze, poca carità colle mie bambine, le volevo tanto bene, ma ero capricciosetta!... Avevo tanta premura di confessarmi, dissi al sacerdote, perché non potevo più vivere con tanti peccati, temendo che, se veniva la morte, mi sarei trovata in quello stato e senza comunione. Al ritorno a casa, la madre si era sul serio inquietata, ma la calmai subito, ripetendo in un istante, con gran dolore tutto quello che avevo detto al confessore, aggiungendo: Vedi mamma buona, come avrei potuto vivere ancora così se veniva la morte!" (C. P., vol. XII, Ricordi, p. 2173) .
Nel 1885 Rosa si accosta per la prima volta a Gesù. Il giorno della Prima Comunione è giorno di soavità immensa. Dopo tanti anni, Madre Crocifissa lo ricorda ancora come fosse allora: "Ricordo la gioia immensa che m'inondò l'anima e allora promisi al buon Dio di non commettere più peccati, di essere buona con i genitori, ubbidiente, specie verso una vecchia persona di servizio" (C. P., vol. XII, Ricordi, p. 1274).
Questo evento la trasforma interiormente e anche esteriormente, togliendole non la vivacità del carattere, ma i capricci, infatti: "Dopo la Comunione ero più giudiziosa e sentivo più di prima il bisogno di pregare, alcune volte abbandonavo i trastulli, recitavo qualche Ave, aggiungevo la mia solita preghiera di farmi crescere virtuosa e robusta (perché mi dicevano che ero troppo piccola e ciò mi dispiaceva tanto) e subito volavo a giocare con le mie solite bimbe" (C. P. Vol. XII, Ricordi, p. 1274) .
D - Primo impatto con la spiritualità Carmelitana (a 11 anni)
Dopo aver vinto le resistenze familiari, la mamma ottiene per Rosa la possibilità di lasciare la vecchia maestra dalla quale prende lezioni private, più che altro di lavori femminili, e di frequentare la scuola pubblica. Qui Rosa si distingue per bravura e disponibilità nei confronti delle compagne, conquistandosi la simpatia e l'ammirazione di tutte, maestre comprese. Le piace studiare e non fa alcuna fatica ad apprendere: è un momento pieno di felicità. "Seguitai a frequentare le scuole fino alla sesta classe, ero sempre studiosa e la prima di tutte le mie compagne di scuola. Le aiutavo nei doveri di scuola, sia in casa mia dove spesso venivano, e anche in scuola; le maestre cambiavano ogni classe, ma tutte mi volevano tanto bene, come pure tutte le mie compagne, io mi sentivo tanto felice... Ero d'animo sempre allegro e usavo certe espressioni in certi momenti, mentre la maestra s'inquietava, che finivo col far ridere tutte, compresa la maestra, così le ragazze, quando vedevano la maestra molto seria o triste, ricorrevano a me per trovare modo di cambiare quel momento in ricreazione (C. P. vol. XII, Ricordi, p. 2175) .
"Questo moto perpetuo... si calmò un poco quando cominciammo le scuole elementari, ove la Rosina spiccò su noi come nelle precedenti diavolerie. Un giorno, anzi, eravamo già avanti negli studi, lei era in quarta elementare, io in quinta, per quanto io avessi in più due anni di età, ero svogliato e non sapevo accingermi a svolgere un tema d'italiano in casa da presentare l'indomani al professore. Ero seccato e non volevo prendere parte ai giochi argomentati per quella sera da lei, e per togliermi dall'imbarazzo, ridarmi il buon umore ed avermi con lei nelle parti delle sue organizzazioni, volle sapere la cagione del mio malumore e con le sue affettuosità riuscì a carpirmene il motivo: era perché non avevo voglia di svolgere quel tema d'italiano che non mi andava. Lei pronta e senza pensarci due volte, mi propose di levarmi dai guai svolgendo essa il mio tema. Al che io risposi che non era cosa che poteva fare lei, ma le sue insistenze ebbero il sopravvento, e, toltami carta e calamaio, si accinse a scrivere lo svolgimento del tema. Appena finito, ebbi subito cura di ricopiarlo in bella per presentarlo l'indomani al professore, e subito sono corso alle nostre monellerie, avendo Rosina preparato una delle sue. L'indomani lieto presentai il tema svolto, ed il professore, quando lo lesse, mi chiamò e mi disse: 'Guardami bene negli occhi e dici la verità, questo tema non l'hai fatto tu, è vero? Perché è il migliore di tutti e tu non hai mai fatto di questi temi'. Dovetti dire la verità, stretto dalle insistenti domande, con grande meraviglia del mio professore" (C. P. vol. XIII, Testimonianza a futura memoria del fratello della SdD, Federico Curcio, p. 2335) .
In questo periodo Rosa non ha la possibilità di alimentare la sua fede e di accostarsi frequentemente ai sacramenti perché i suoi familiari sono contrari. "Frequentavo di rado i sacramenti per tanti ostacoli che mi si presentavano dai parenti, che cercavano di distrarmi perché temevano che coltivando la mia tendenza, mi sarei fatta suora... alcuni, tranne la madre, erano contrari. Ricordo che quando potevo sfuggire, andavo a confessarmi e comunicarmi, d'accordo con qualche buona amica (C. P., vol. XII, Ricordi, p. 2175) .
"La privazione del cibo eucaristico, a causa della tenace ostilità degli altri di famiglia la costrinse a ricolmare il vuoto con una preghiera più assidua e una meditazione più intima della passione di nostro Signore Gesù Cristo. Era ancora agli inizi della vita ascetica: di conseguenza, quando le accadeva di spargere almeno una lacrima, ne gioiva immensamente, ma si rattristava molto quando l'aridità di spirito non glielo concedeva, credendo che al Signore non fosse gradita la sua meditazione... Un giorno ricevendo la sacra Particola, gustò un amplesso di Gesù così intimo e profondo, che dopo tanti anni lo ricordava ancora. Proprio nei giorni che aveva ricevuto tali favori nella Santa Comunione, desiderando sapere se ciò potesse effettuarsi tra Dio e l'anima, le venne donata un'immagine del Cuore di Gesù così espressiva da non aver più dubbio del prezioso dono ricevuto. Un altro giorno, mentre era intenta a un'occupazione, le sembrò di vedere il Cuore di Gesù che chiamandola col nome di "Rosa del mio Cuore" si scoprì il suo divin Cuore e... meraviglia! inondata di un indicibile amore Rosa vi leggeva in splendente carattere d'oro a corona le parole già dette dal Signore. Rosina era dunque per sempre la preziosa rosa tanto cara al Cuore di Gesù" (C. P. vol. XIII, VAN DEN EERENBEEMT L., Madre Maria Crocifissa, Fondatrice, S. Marinella, 1959-1962, p. 2361) .
Conclusa brillantemente la sesta classe elementare, i familiari, anche su sollecitazione di una maestra, vorrebbero che Rosa continuasse gli studi, ma il padre si oppone decisamente. Siamo in terra siciliana, sul finire dell'800 e la cultura di Salvatore Curcio non si discosta dalla mentalità corrente che fa dello studio un monopolio esclusivamente maschile. "All'età di 11 anni cominciai la vita casalinga; il padre era troppo rigoroso, neanco in casa permetteva di seguitare a studiare, né musica, come era mio vivo desiderio, né altro, perché era convinto che per la donna le sole scuole elementari bastano, e poi istruirsi nei doveri di una buona figliola nella stessa famiglia, sotto la materna vigilanza; le donne istruite spesso sono causa di molti mali alle famiglie, ci ripeteva quando desideravo persuaderlo di farmi seguitare a studiare" (C. P. Vol. XII, Ricordi, p. 2176) .
E' in seguito a questo primo grande conflitto della sua vita, quello col padre, che Rosa ha il primo impatto con il Carmelo e scopre la sua vocazione carmelitana attraverso l'incontro con Teresa d'Avila. "Per confortarmi delle privazioni che l'ubbidienza richiedeva, misero a mia disposizione una libreria che c'era in famiglia, libri di studio che usavano i fratelli, e libri religiosi. leggevo, o meglio divoravo tanti libri per accontentare il bisogno di voler apprendere, ma restavo sempre più digiuna di prima. In mezzo a tanti libri trovai la Vita della serafina del Carmelo, S. Teresa di Gesù, fu questa Santa per me un faro di luce celeste che irradiò l'animo mio di tanta consolazione spirituale, che mi aprì un nuovo orizzonte, dimenticai di voler studiare, riacquistai la pace e la gioia che non sentivo più dacché ero così contrariata" (C. P. vol. XII, Ricordi, p. 2176) .
Per Rosa avviene un cambiamento radicale: è come se sia cresciuta e maturata di colpo. Si ritrova diversa, si scopre nuova e la coglie un misto di stupore e di dolce sgomento che le apre l'anima alla lode e alla gratitudine. Comincia ad intuire qual'è la strada sulla quale il Signore la chiama a camminare. "Leggevo e rileggevo con nuovo gusto spirituale la vita della gran Santa, mi trasformò tanto in pochi giorni, sentii un altro genere di vita che la Santa m'ispirava, non era lo studio come io desideravo per avere un grado, un elevato posto sociale, ma lo studio delle cose celesti per arrivare al posto sublime che la Divina Bontà mi ha predestinato. Non ero più la bambina che cercavo compagne per giocare, ma tutta sola, godevo di gustare la solitudine, leggevo libri devoti, pregavo tanto, il desiderio di accostarmi spesso ai sacramenti, specialmente alla Comunione, lo sentivo forte" (C. P. vol. XII, Ricordi, p. 2177) .
Anche i familiari si accorgono del cambiamento: "I parenti si accorgevano del mio cambiamento di carattere e di abitudini, ognuno pensava a modo proprio, la sorella maggiore, mia madrina, aveva già compreso il cambiamento della grazia in me, e la mia tenera madre... procurava di accontentarmi permettendomi di recarmi in chiesa qualche volta, accompagnata da persone di sua fiducia" (C. P. vol. XII, Ricordi, p. 2177) .
E - Iscrizione al T.O.C. (a 13 anni)
Nel 1890 Rosa ottiene di iscriversi al Terz'Ordine Carmelitano di Ispica, presso il santuario della Madonna del Carmine, del quale abbiamo notizia nel primo breve profilo biografico della Serva di Dio, scritto da P. Lorenzo.
"Dopo il 1866 a seguito del dissolvimento della presenza dei Carmelitani al Carmine, il Terz'Ordine o Confraternita dello Scapolare si era disperso anch'esso. Riprese però la sua attività per l'incremento del culto mariano in data 16 dicembre 1880 e il 14 luglio 1892 fu eletto commissario del T.O.C. il can. Carmelo Rizza, rettore del Carmine. Lo stesso Can. Rizza rifece a quell'epoca il campanile della chiesa. (GUASTELLA S., S. Maria del Monte Carmelo a Ispica (Ragusa), Roma, 1980, p. 45) .
Così ella può conoscere più a fondo la spiritualità carmelitana ed alimentare il suo spirito a questa sorgente. "Ottenni per intercessione della superiora del Terz'Ordine Carmelitano, di recente istituito da un pio e zelante sacerdote di ascrivermi al suddetto Terz'Ordine, la superiora era una parente della mia sorella sposata, cioè, quella che mi voleva tanto bene, così ottenni tanto favore, e (potei) confidare i miei desideri alle terziarie che avevano la mia stessa età, ma non conoscevo ancora le loro aspirazioni... la mia serafina, S. Teresa, molti altri Santi di questo santo Ordine alimentavano i miei santi trasporti di pietà" (C. P. vol. XII, Ricordi, p. 2177) .
Attraverso questa formazione, alla scuola della
Vergine Maria e dei santi carmelitani, Rosa conosce più chiaramente la sua
vocazione: "Sentivo la grande missione che la tenera Madre del Carmelo mi aveva predestinato, cioè, dovevo riunirmi con altre mie compagne e far rifiorire il Carmelo nel nostro paese e in molti altri... era un sogno... un illusione giovanile...?! La grazia operava nell'animo mio" (C. P. vol. XII, Ricordi, p. 2177) .
Intanto, il 18 aprile 1893 Rosa riceve il sacramento della confermazione, come si evince dalla Fede di Cresima, rilasciata il 24 agosto 1990 dal parroco della Chiesa Madre di S. Bartolomeo di Ispica.
Il 15 luglio successivo fa la vestizione nel Terz'Ordine Carmelitano, prendendo il nome di Suor Maria Crocifissa, nel 1895 vi emette la professione.
F - Esperienza dalle Domenicane. Primo incontro con mons. Giovanni Blandini
Nel Terz'Ordine, insieme alle sue compagne Rosa si moltiplica con grande carità nelle opere di misericordia, ma, imprevedibilmente, tra lo stupore di tutti, fa domanda per entrare nella Congregazione delle Terziarie Domenicane, fondate dal domenicano P. Longo. Perché questo cambiamento improvviso? Possiamo solo fare delle ipotesi e immaginare motivi plausibili, dando credito alla testimonianza del fratello Federico e a quanto scrive di lei P. Lorenzo circa l'esigenza di conoscere e sperimentare la vita religiosa. "Passavano gli anni intanto ed io compiuti gli studi, dovetti presentarmi al servizio militare in Marina, come mio dovere. Fu allora, nostro padre era morto, che Rosina, non resistendo più alla superficialità cattolica espletata in famiglia, fece le pratiche per essere assunta e far parte della comunità domenicana nel vicino paese di Scicli e subito dopo trasferita in quella di Spaccaforno, oggi Ispica. Feci io capolino in famiglia dopo tre anni di assenza per una breve licenza e non trovai la sorella in famiglia, e con mia grande meraviglia appresi la verità" (C. P. vol. XIII, Testimonianza a futura memoria del fratello della Serva di Dio, Federico Curcio, p. 2335) .
"Per tanti motivi non possiamo dubitare che ella non abbia mai voluto abbandonare la sua vocazione carmelitica, che questa si era vieppiù radicata nel pensiero e nel cuore: ma come conoscere nel suo piccolo ambiente l'andamento di una comunità se non fosse entrata in un altro istituto per avere almeno un'idea generale della vita comune?... Indossò Rosina ben presto il bianco saio compiendo probandato e noviziato nella comunità di Ispica. Mancando di una guida assennata ella si lasciò andare spinta dalla foga giovanile a un soverchio lavoro come infermiera, specialmente per servire una suora un po' difficile che la esercitava molto in un'eroica pazienza. Ma a sedici anni una giovinetta non può troppo abusare delle proprie forze e ben presto la sua non robusta complessione subì un grave indebolimento da far molto temere per la sua salute" (C. P. vol. XIII, VAN DEEN EERENBEEMT, o. c., p. 2365) .
E' durante questa permanenza nella comunità domenicana di Ispica che Rosa incontra per la prima volta quello che in seguito definirà con somma gratitudine, come il "suo angelo e pastore": Mons. Giovanni Blandini vescovo della diocesi di Noto.
E' l'uomo di Dio che, illuminato dallo Spirito, comprende, incoraggia e orienta con saggezza e prudenza i primi passi di Rosa nel compimento della volontà divina. Visitando, quindi, la comunità nella quale Rosina dimora, Mons. Blandini conosce la giovane novizia e la interroga sulla sua vocazione: "Rosa candidamente rispose che non era per le Domenicane, bensì per le Carmelitane di vita attiva, sconosciute ancora del tutto in Sicilia, e che era entrata dalle Domenicane solamente per avere un'idea della vita religiosa. Quel buon prelato non poté soffermarsi e per il momento si limitò a una cordiale benedizione" (C. P. vol. XIII, VAN DEN EERENBEEMT L. Madre Maria Crocifissa Fondatrice, o. c., p. 2365) .
Intanto la famiglia, e in particolare il fratello Federico, allarmata per lo stato precario di salute di Rosa intima alla superiora di lasciarla libera essendo ancora minorenne, e Rosa torna nella casa paterna, accolta con amore da tutti.
In breve tempo si rimette in salute e ritorna con gioia nel suo ambiente del Carmelo, ritrova le compagne di gruppo e insieme riprendono con maggior fervore la vita di terziarie: preghiera, frequenza ai sacramenti, generoso apostolato di carità. Rosa è lieta di aiutare i poveri, i bisognosi, di visitare gli infermi, e intanto, nel segreto del cuore coltiva la vocazione carmelitana, ma non di clausura. "Un giorno, profittando della bontà materna, d'accordo con un'altra terziaria, si azzardò ad uscire fuori dell'abitato per soccorrere una povera infelice che abitava in un tugurio solitario, abbandonata da tutti, piagata da una malattia inesorabile (molto probabilmente, secondo quanto raccontano alcune suore, si trattava di una donna malata di sifilide). Rosa e la terziaria entrarono nel tugurio, la rifocillarono del loro meglio, curando le ributtanti piaghe, poi adagiandola sopra un sedione le riordinarono il letto e la povera stamberga mentre con le parole più soavi la invitavano alla preghiera e al ricorso fiducioso nella divina Misericordia: e così per varie volte (C. P. vol. XIII, VAN DEN EERENBEEMT L., Madre Maria Crocifissa Fondatrice, o. c., p. 2366) .
A
distanza di anni madre Crocifissa rievocherà alle figliole spirituali questo
particolare, rimarcando l'azione della grazia che la spingeva a chinarsi con
amore e venerazione su questa creatura, anzi, soggiungerà: "Sembrava vedere in
quella povera infelice lo stesso Gesù piagato e sofferente"
(Ivi, p. 2366) , di essersi sentita
spinta a curare le piaghe con tanta venerazione che le avrebbe persino baciate.
Ma la mamma non sa darsi pace, preoccupata del contagio per sua figlia. Inoltre,
per questo motivo e per altre opere di carità verso i più emarginati, nel paese
Rosa viene fatta segno di pettegolezzi e censure. E' in preda a questa
disperazione che la mamma, devotissima del Cuore di Gesù, un giorno si getta ai
piedi della sua immagine e lo prega ardentemente: "Le parve come se Gesù si muovesse e tenesse stretto al cuore un bel mazzo di gigli bianchi e le sembrò di udire queste parole: 'Ecco il lavoro della tua figliola, non temere per la sua vita'. Si alzò allora del tutto rasserenata e raccontando alla figlia la dolce impressione, la benedisse maternamente" (Ivi, p. 2366) .
Rosa ha diciannove anni, vive ancora nella casa paterna coltivando nell'intimo l'ideale di una vita carmelitana missionaria, ma non vede, per ora, come realizzarlo.
G - Secondo e terzo incontro con Mons. Giovanni Blandini
In questo periodo viene ad Ispica, in visita pastorale, il vescovo Blandini. Rosa si reca in Chiesa insieme a tanta altra gente per ascoltare la parola illuminata e ardente di questo Pastore, e ne rimane fortemente attratta. Al termine della funzione, mentre tutto il popolo si accalca a baciare la mano del vescovo, Rosa rimane in disparte, non osa avvicinarsi, ma il vescovo la vede e la ricorda, invitandola ad andare da lui. E' direttamente da Madre Crocifissa, in una lettera a Mons. Raiti, vescovo di Trapani, che apprendiamo il contenuto di quel lontano e specialissimo incontro: "Guardandomi con speciale attenzione mi disse che desiderava parlarmi. Anch'io avevo forse prima sentito tale bisogno, ma non ardivo presentarmi ad un vescovo. Il primo colloquio con questo santo vescovo fu un pò lungo, risposi con naturale sincerità alle ispirate domande e conchiuse dicendomi di sceglierlo come mio direttore spirituale per tutta la vita, assicurandomi essere questa volontà di Dio" (C. P. vol. VI, Lettera della Serva di Dio a Mons. Raiti, 1923, p. 73) .
E' questo l'inizio di una feconda corrispondenza tra Mons. Blandini e la giovane Rosa; certamente il vescovo studia a fondo, con molta prudenza e carità l'anima di questa giovane, ma, se da una parte l'aiuta e la incoraggia nella comprensione e realizzazione del suo ideale, dall'altra rimane fermo nel non concedere alcuna approvazione ufficiale ad un'esperienza ancora in germe che ha bisogno di fondamenta solide, strutture e tempi di maturazione per poter essere nella Chiesa ciò che il Signore vuole. Due anni dopo, Mons. Blandini ritorna ad Ispica e chiede notizie di Rosa Curcio, ma questa, per essersi a lungo prodigata nell’assistenza dei genitori durante la malattia e fino alla loro morte, si è ammalata, soffre, infatti, di una terribile anemia che la costringe a rimanere a letto priva di forze. Il vescovo, però, insiste, vuole vederla e le manda a dire di recarsi da lui. "Non appena apprese la volontà del santo prelato volle recarvisi immediatamente benché sorretta da una caritatevole amica e da una sorella. In casa questo passo fu giudicato una pazzia. Spossata allo stremo Rosa finalmente vi arrivò: il vescovo la confortò e le sue parole furono un balsamo per la sua anima; alla fine del colloquio il vescovo le predisse che non avrebbe più sofferto questa malattia, non solo, ma che un giorno sarebbe arrivata a lavorare e a guadagnare il pane per sé e per le consorelle. Questo avvenimento è stato raccontato a chi scrive queste righe dalla Madre, una sera del 1925, quando lavorava un ricamo commissionato" (C. P. vol. XIII, VAN DEN EERENBEEMT, Madre Crocifissa Fondatrice, o. c., p. 2367) .
H - Priora del Terz'Ordine Carmelitano ed animatrice delle compagne nella casa paterna
Rosa Curcio viene eletta Priora del Terz'Ordine Carmelitano nel 1897 e rimane in carica fino al 1908 (GUASTELLA S., S. Maria del Monte Carmelo a Ispica (Ragusa), Roma, 1980, p. 45) . In questi anni comincia a raccogliere attorno a sé le prime compagne di ideali e dà inizio, nella casa paterna ad una prima forma di vita comune. E' il fratello Federico a parlarcene nella sua testimonianza: "Trasformò la nostra casa in una comunità religiosa, chiamando a sé un certo numero di altre sue compagne a vivere quella vita, in simulacro di convento, con relativa campana, che trovai ancora in casa al mio ritorno, per annunziare le ore delle preghiere e dei pasti" (C. P. vol. XIII, Testimonianza del fratello della Serva di Dio, Federico Curcio, p. 2355) .
Ma le notizie più dettagliate in ordine agli inizi di questa prima esperienza di vita religiosa comune, vissuta tra preghiera e apostolato, ci vengono fornite da una delle prime compagne di Rosa: Maddalena Giunta, la quale racconta: "La Madre, giovanissima, iscritta al terz'Ordine Carmelitano, con molto fervore partecipa insieme ad altre signorine, fra le quali Caterina Pisana e Nazarena Quartarone, alle riunioni e a tutte le pratiche di pietà che sono di regolamento nella detta associazione. E' molto assidua, non solo, ma con il suo carattere espansivo, ilare e di facile entusiasmo, il T.O.C. ne gode la frequenza attiva di altri soggetti validi... Ma la Madre non si accontenta di questo, il suo cuore ha una grande carica spirituale e sente il bisogno di darsi agli altri, ai bisognosi, ai piccoli, ai poveri. Il catechismo ai bimbi è la sua occupazione prediletta; sa dialogare con loro e soprattutto prepararli spiritualmente a ricevere per la prima volta Gesù Eucaristia. Intanto con l'accostarsi personalmente ad essi, penetra nell'anima di questi piccoli, vuole aiutarli a custodire la loro innocenza tanto in pericolo, giacché la loro palestra è la strada. Si fa aiutare dalle compagne e questi bimbi poveri divengono l'oggetto delle loro attenzioni e della loro carità. Le giovani riunite mettono insieme le loro attitudini e i loro talenti e con il cuore pieno di carità e di spirito di abnegazione pensano pure per le più grandicelle. Da qui nasce un laboratorio di ricamo e cucito dove le mamme mandano volentieri le loro figliole... Nel laboratorio si fa un pò di tutto, dando il primo luogo alla preghiera e al silenzio, alle opere di carità verso i poveri e gli infermi. Non viene trascurata neppure la mortificazione spirituale e quella corporale, anzi, quest'ultima occupa si può dire un posto principale, perché purifica l'anima e intensifica le energie spirituali... La Madre è l'animatrice, la presidente, la superiora, è lei che consiglia, guida e dirige le giovani coadiutrici. Il can. P. Rizza è il padre spirituale della Madre e sa sfruttare tutti i suoi buoni talenti... Un giorno il direttore del Terz'Ordine Carmelitano fu invitato dai frati della Madonna delle Grazie in una vicina chiesina di campagna. Per l'occasione le giovani Terziarie vi prendono parte. E' allora che io ho conosciuto per la prima volta Madre Crocifissa, suor Caterina e suor Nazarena. L'entusiasmo di queste giovani si è trasmesso a me e, mentre nessuna delle famiglie religiose che conoscevo mi attirava, mi sono sentita presa dal desiderio di far parte del T.O.C. per la grande devozione che sentivo per la beata Vergine del Carmelo. La Madre, intuendo i miei desideri disse a mio padre: "Dateci qualcuna delle vostre figlie!" e così fu deciso. Sono andata a Ispica e ci sono rimasta quasi due anni. Ricordo che tutto era bello, nonostante gli inevitabili disaccordi che per causa di qualcuna si doveva soffrire, ma l'amore alla preghiera e alla penitenza ci faceva superare tutto e il sereno ritornava subito. Intanto il parroco, uomo santo e virtuoso, guardava questa piccola comunità come una piccola chiesa e per accertare che la Madre operasse per la gloria di Dio e non per la propria, volle, insieme al vescovo, mettere a capo una terziaria di Palazzolo, di buon, spirito e di grande virtù. La Madre, come pure le sue compagne restarono a essa sottomesse per più di due anni, sempre con lo stesso tenore di vita. In casa si lavorava e si pregava; in parrocchia si faceva il catechismo e si assistevano i bambini durante le funzioni liturgiche" (C. P. vol. XIII, Testimonianza a futura memoria di Giunta suor Maddalena, pp. 2340-2341) .
I - Prima relazione con l'Ordine Carmelitano, incomprensioni e difficoltà a Ispica, visita del P. Bagnoli
Rosa e compagne fanno sul serio. L'esperienza non è semplicemente per soddisfare desideri e ansie personali di indipendenza e di autonomia dalle rispettive famiglie, dalla mentalità imperante che relega la donna al ruolo di creatura sottomessa e incapace di iniziative, o da un ambiente paesano, chiuso in se stesso, che non offre spazi alternativi alle mura domestiche, aperture e novità. C'è, invece, un progetto superiore che spinge a dare fondamento e strutture solide all' unione di queste giovani che desiderano vivere e far rifiorire lo spirito carmelitano non all'interno di un chiostro, ma nel mondo, fra la gente che soffre, lotta e spera. Non manca, inoltre, la benedizione del Vescovo Blandini, che le incoraggia e le sostiene. E' la stessa Madre a raccontarne in una lettera, scritta molti anni più tardi, al Priore provinciale dei Carmelitani di Trapani, P. Alberto Grammatico. "Il mio Padre e Vescovo mi benedisse largamente assieme alle mie prime compagne, augurandomi ogni sorta di celesti favori. Aveva un grande ideale questo santo Vescovo di questo granello di senapa, così lui lo chiamava: doveva divenire un grande albero da stendere i suoi rami su tutta la Sicilia" (C. P., vol. VI, Lettera della Serva di Dio a P. Alberto Grammatico, Modica, 29 marzo 1923, p. 82) .
Cominciano anche i primi arditi approcci con l'Ordine Carmelitano, l'unica struttura che può dare appoggio e garanzia a questa "famigliola", di fronte alla Chiesa e alla società. In una lettera spedita da Roma il 26 dicembre 1900, il Padre Simone Bernardini, Vicario generale dell'Ordine Carmelitano, rispondendo alla signorina Rosa Curcio, la incoraggia ed encomia per il desiderio di vita religiosa, invitandola, però ad essere prudente nella scelta delle compagne, specialmente le prime, " poche ma sicure" e la mette in guardia contro le difficoltà che potrebbe incontrare nel portare avanti un'opera di Dio: "il mondo lotta le opere buone, le vocazioni, servendosi anche dei parenti", soprattutto la consiglia di attenersi al prudente giudizio del suo Ordinario, Mons. Blandini (C. P. vol. VI, Lettera del P. Simone Bernardini a Rosa Curcio, Roma, 26 dicembre 1900, pp. 1-4) .
Le
difficoltà e le prove non tardano a venire. La famiglia, pur di averla vicina,
ha concesso a Rosa un appartamentino nella casa paterna, ma non può capire e
tanto meno giustificare certi atteggiamenti suoi e delle compagne che giudica
quanto meno "stranezze". Infatti, queste, oltre a lavorare e pregare, nei giorni
di penitenza, insieme a digiuni e astinenze si disciplinano, provocando, oltre
al rumore, anche il fastidio dei parenti. Sorgono anche gelosie e invidie tra le coetanee che vedono in Rosa una personalità emergente e questo, se affascina alcune, infastidisce altre che mal sopportano una presenza troppo viva e dinamica che in qualche modo turba il quieto vivere del paese. "(Rosa) Andava la mattina in chiesa e una giovane, pur abitando ben lontano dal quartiere di Rosa si affrettava a mettersi ogni giorno vicino a lei, anche alla balaustra della comunione. Questa giovane sapeva bene in quale stima Rosa era tenuta dal clero locale e volle conoscerla più da vicino. Un giorno, con la scusa di una visita si presenta a Rosa, che le parla con sincerità e schiettezza... e si accorge che questa personcina aveva una lingua ben affilata e si propone di tenerla più che possibile alla larga. Invitata a restituirle la visita, si rifiutò, sempre adducendo il motivo del molto lavoro che non le permetteva di perdere tempo. Nacque allora nel cuore di quella giovinetta una diabolica gelosia, e pur continuando ad appressarsi all'altare con Rosa, cominciò con singolare scaltrezza a propagare ovunque gravi calunnie contro Rosa e compagne. Nel ristretto ambiente di quel piccolo centro nacque allora una forte scissione, che mentre i più retti ed equilibrati rendevano omaggio alla probità della Curcio e delle compagne, altri ed altre accoglievano con avidità simili fandonie, per poi, come ovunque succede in simili casi, riportarle a dei terzi col beneficio di aggiunte e insinuanti menzogne a carico delle povere e innocenti creature. Mentre Rosa, pur soffrendone interiormente, riponeva tutto al giudizio divino, il fratello maggiore, disgustato da tali voci, scrisse al Vescovo, Mons. Blandini, affinché facesse tacere tali calunnie e difendesse l'onore di Rosa e della sua famiglia. Mons. Blandini non perdette tempo e inviò un carmelitano scalzo, il rev. do Padre Pio Bagnoli, futuro vescovo dei Marsi, come suo convisitatore (C. P., vol. XIII, VAN DEN EERENBEEMT L., Madre Maria Crocifissa Curcio Fondatrice, o. c., p. 2368) .
E' Madre Crocifissa che nella lettera, già citata, a Mons. Raiti, racconta della visita del P. Bagnoli a Ispica e della soluzione delle incresciose calunnie a suo riguardo. "Venne in visita apostolica il R. P. Pio Bagnoli, oggi vescovo dei Marsi. Il Vescovo mi scrisse prima e mi raccomandò di presentarmi a questo santo religioso e a lui esporre tutto. Non avevo mai visto padri del mio prediletto Ordine, mi sembrò trovarmi in un altro mondo, alla presenza del P. Elia. Questo padre era così illuminato e seppe così bene leggere il mio cuore, anzi, lui stesso per primo mi disse che leggeva nella mia fronte un ideale santo e di metterlo presto in pratica, malgrado le lotte che dovevo soffrire, mi parlò della mia santa M. Teresa, del suo eroico coraggio e come sua figlia imitarla, cominciando subito, anche in casa a pigione... Informai il Vescovo del colloquio avuto col Visitatore Apostolico e il Vescovo, incoraggiato anche da P. Pio per tutto quello che gli riferì, lieto mi benedisse largamente e paternamente insieme alle mie prime compagne. I parenti mi accordarono sforzatamente un quarto della casa paterna per non farmi allontanare... Il Vescovo pensava a qualche altro posto, anche di allontanarci dal nostro natio paese" (C. P., vol. VI, Lettera della Serva di Dio a Mons. Raiti, Modica, 1923, pp. 74-75) .< |