|
l Introduzione l Conoscenza e scelta del Carmelo l Padre Lorenzo e il rapporto con l'istituzione l Padre Lorenzo e il Carmelo di madre Crocifissa l Padre Lorenzo e il Carmelo di Santa Marinella |
![]() |
L’argomento che mi è stato affidato non è dei più facili, sia per la vastità sia, soprattutto, per l’inesperienza e la piccola conoscenza, peraltro non diretta, di un uomo che ha silenziosamente e profondamente segnato la vita e la storia di tutte noi, del Carmelo e della Chiesa.
Nessuna di noi presente a questo incontro, infatti, può presumere di poter dire qualcosa di consolidato e di scientificamente verificato sulla base di studi precedenti, intorno alla complessa e poliedrica figura di P. Lorenzo; qualcuna può vantare di averlo conosciuto personalmente, io una prima lettura ed analisi, peraltro ancora non completa, del materiale documentario che lo riguarda, ma questo non ci autorizza a nessun tipo di ermeneutica oggettiva (interpretazione) , per cui, in questi giorni, con somma umiltà e discrezione, proveremo insieme, come abbiamo fatto con le sorelle del corso precedente, ad aprire uno squarcio, a sollevare un po' il velo che nasconde il tesoro prezioso del carmelitano p. Lorenzo van den Eerenbeemt.
Non vogliamo definire in anticipo ciò che egli è stato, questo emergerà dall’analisi di alcuni fatti determinanti la sua e la nostra storia; a noi, in questa sede interessa conoscerne l’identità del carmelitano perché questo è il taglio dei nostri incontri e, di conseguenza, il suo contributo nella e alla Famiglia Carmelitana.
Ho diviso, quindi, la mia relazione in quattro parti.
1. Tralasciando la parte biografica dell’infanzia e prima adolescenza, nella
prima parte cercheremo di cogliere alcuni elementi relativi all’impatto di P.
Lorenzo con l’Ordine Carmelitano, più precisamente il suo ingresso al Carmelo,
le tappe della sua formazione, la sua permanenza nell’Ordine.
2. Un discorso approfondito merita tutto l’iter dell’esclaustrazione dall’Ordine, quale punto nodale per comprendere l’esistenza, la santità e lo spessore della presenza di P. Lorenzo nella nostra Congregazione; ed è ciò che affronteremo nella seconda parte.
3. Nella terza parte guarderemo più approfonditamente al rapporto tra P. Lorenzo e il Carmelo di M. Crocifissa.
4. La quarta parte, infine, sarà dedicata al rapporto tra P. Lorenzo e il Carmelo di S. Marinella: la sua presenza nella Vicaria Curata di ‘Nostra Signora delle Vittorie’ prima, e la fondazione poi della parrocchia di ‘Nostra Signora del Monte Carmelo’ della quale quest’anno celebriamo il 50° anniversario di fondazione.
Circa il significato della presenza di P. Lorenzo in questa città e soprattutto nel rione ‘Pirgus’ credo non sia necessario spendere molte parole: è sotto gli occhi di tutti il vasto movimento creatosi già nell’anno 1998 con la costituzione del Comitato P. Lorenzo, per la conoscenza e la diffusione della figura e dell’opera di P. Lorenzo a S. Marinella, il quale ha dato vita alle Giornate di Raduno dei ‘Ragazzi di P. Lorenzo’, e all’iniziativa dell’intestazione di due vie alla memoria di M. Crocifissa e P. Lorenzo. Quest’anno poi, si è costituito un ulteriore Comitato Cittadino ‘Pro erigendo Monumento a P. Lorenzo’, che il prossimo 30 ottobre (giorno anniversario dell’erezione della parrocchia del Carmelo) verrà posto sul piazzale adiacente la chiesa.
Per quanto concerne le fonti consultate, oltre che sui documenti personali, di fondazione e alcune testimonianze, ci baseremo su una fonte storica fondamentale, qual’è la ‘Cronistoria della Chiesa di N. S. delle Vittorie’, ora ‘N. S. del Carmelo’, scritta da P. Lorenzo e che racchiude in dettaglio tutta la vita di questa ‘isola carmelitana’ a S. Marinella dal 1925 al 1952 (parrocchia e congregazione).
La Cronistoria è anche il primo scritto di P. Lorenzo che è stato offerto già lo scorso anno, in versione integrale a tutte le circoscrizioni della Congregazione, per continuare a conoscere ed approfondire personalmente la figura e l’opera dell’uomo, del carmelitano e del sacerdote Lorenzo van den Eerenbeemt.
CONOSCENZA E SCELTA DEL CARMELO
I. 1 A Parigi
Per comprendere la scelta carmelitana di p. Lorenzo e seguirlo nel suo impatto con l’Ordine Carmelitano dobbiamo trasferirci a Parigi dove Ettore, insieme al Fratello Ubaldo era approdato per quella naturale ansia di libertà e di autonomia che caratterizza tutti i giovani dall’animo grande.[1] Molto probabilmente, in questa sorta di evasione o di fuga deve aver giocato un ruolo fondamentale la scelta paterna di averlo messo a studiare fin dall’inizio in ambienti clerical-religiosi: i ‘Fratelli delle Scuole cristiane’ prima, il seminario romano minore dell’Apollinare in seguito; Ettore, ad un certo punto ha sentito il bisogno di uscire e di conoscere il mondo per poter essere lui poi a decidere liberamente della sua vita.
Ettore e Ubaldo anche a Parigi avevano l'opportunità di poter frequentare un Circolo per ex allievi dei Fratelli delle Scuole Cristiane, che si trovava vicino alla Piazza della Repubblica, dove spesso si davano anche spettacoli teatrali, che si inoltravano fino a sera tardi e ciò diventava un pò fastidioso per i ragazzi, che abitando lontano dal centro, era facile fare brutti incontri, d'altra parte non si poteva restare a ammuffirsi in casa e ad altri divertimenti preferivamo quelli sani.
Intanto l'abitazione, distante dal centro e dal lavoro, costituiva per i due giovani una difficoltà non indifferente, per cui, dopo serie riflessioni, si decise di cambiare abitazione. Si affittarono due camerette a mansarda in una zona abbastanza accentrata.
Subito dopo il trasloco, approfittando di un periodo di vacanze, Ubaldo decise di andare a trovare alcuni parenti che vivevano a Bruxelles, mentre Ettore rimase solo a Parigi, il quale, però, non ebbe tempo di annoiarsi poiché approfittò per farsi delle lunghe e bellissime passeggiate a piedi. Un giorno addirittura raggiunse a piedi il castello reale di Versailles per visitarlo e allo stesso modo quello di S. Germain ed altri. Come già detto, il camminare a piedi, costituiva per Ettore il suo sport preferito.[2]
I. 2 In Olanda, alla scoperta delle proprie radici
Dopo circa un anno, che Ettore era a Parigi, insieme a Ubaldo maturarono la decisione di recarsi in Olanda a conoscere il paese del papà e la propria famiglia. Detto fatto e con l'ardire che è proprio dei giovani, partono per l'Olanda con una tappa di alcuni giorni a Bruxelles, dove visitarono alcuni parenti. La città piacque moltissimo ad Ettore che vi si recava per la prima volta, ma soprattutto fu molto felice di conoscere zii e cugini che vedeva per la prima volta. Quindi, proseguirono il viaggio per l'Olanda. Ettore provò una profonda impressione giungendo in quella terra e sentì il misterioso legame che univa il suo essere con quel popolo nordico. Qui Ettore sembra rifiorire, trova tutto più confacente al suo carattere, si riconosce olandese, figlio di quella terra, si scopre olandese sia nella spiritualità, sia nei tratti somatici.
Finalmente a 's-Hertogenbosch, paese natale del suo papà, presso la casa di un suo fratello: lo zio Enrico e la zia Anna, che, volentieri accolsero i ragazzi nella loro casa colmandoli di attenzioni, essendo ormai i loro figli già sposati. Ubaldo andò a lavorare con una cugina, Maria, figlia dello zio Enrico, mentre Ettore prese lavoro presso uno studio fotografico per apprendere questo mestiere, ma incontrò difficoltà sia per il lavoro in sé, poiché bisognava stare spesso con le mani a bagno per lo sviluppo delle foto, e poi per il carattere imperioso del proprietario. Così, con l'aiuto dello zio, fu assunto presso il cugino Franz van den Eeerenbeemt che aveva una grande drogheria.
Qui Ettore, come tutti i ragazzi della sua età, vive l’esperienza dell’amore umano, o meglio, come dice lui, “sente l’attrazione femminile” per una ragazza che abita non lontano da casa sua:
“Un visetto rotondino, nordico, con capelli d’oro, un visetto che avrei chiamato angelico.”[3]
L’attenzione e il fascino per l’altro sesso costituiscono per lui una fase di maturazione fondamentale, perché è proprio questa esperienza che gli dà la possibilità di acquisire una maggiore conoscenza e consapevolezza di sé, e il limite di questo amore, pur bello e delicato, gli accende dentro il fascino di un amore più grande e totalizzante:
“Sentii una forte tendenza non materiale, ma idealistica, poetica. La mia vita interiore diventava più potente e il pensiero di farmi religioso prendeva ancor più forte radici.”[4]
Dopo alcuni tentativi presso i Benedettini e i Gesuiti, finalmente approda al Carmelo.

I. 3 Postulante al Carmelo
“Conoscevo i Padri Carmelitani di Oss perché alcuni erano stati a Roma ed avevano abitato a piazza Scossacavalli (sparita con la via della Conciliazione), nel tempo che si costruiva il Collegio S. Alberto, di cui io ricordo averlo visto costruire in mezzo alla solitudine dei Prati di Castello.
Non posso ricordarmi esattamente tutto perché la memoria mi si fa sempre più confusa, ma un giorno m'incontrai col p. Eugenio dei Carmelitani, professore ad Oss, a cui presentai le mie difficoltà d'animo: egli mi esortò ad entrare nell'Ordine Carmelitano. Ed allora non ebbi più alcuna esitazione: sarei entrato dai Carmelitani, però, per essere ammesso dovevo dare esami in latino, inglese e tedesco. Il P. Eugenio mi avrebbe aiutato specialmente per il latino, che lo avevo completamente dimenticato.
Facevo questo quasi di nascosto, non dicevo nulla del mio scopo. Finalmente arrivò l'ora di far l'esame, andai a Boxmeer e fui esaminato dal buon Padre Pio Cox e fui accettato, mi sembra forse due settimane prima del 15 ottobre dell'anno 1905. Come aspirante rimasi vestito da secolare, portai altre camicie ecc., ci furono tagliati i capelli e poi ci fu il ritiro.
Franz, presso cui ero impiegato rimase a bocca aperta quando glielo dissi, lo seppi molto dopo... aveva avuto in mente un matrimonio con la sua figlia, che mi era cordialmente indifferente mi avrebbe dato una bella casa, un bel magazzino, un negozio ben avviato... E io sognavo tutt'altro! La zia fu contenta, lo zio era già morto, gli altri cugini non si meravigliarono. I miei discorsi erano ascetici e il mio ascetismo aveva dato, mesi prima, ai nervi al mio zio Gerardo, a cui parlai della morte, che bisogna esser pronto ecc., e zio Gerardo, che non si aspettava una simile indesiderata predica da uno scugnizzo di nipote, andò sulle furie... Povero me, quanto ero gretto! Mentre zio Gerardo mi voleva bene e mi aveva spinto a studiare per ragioniere, che avrei trovato posto nel Credit Lionnais di Londra, dove era direttore Lajer (pronipote del card. Tisserant), sposato con la figlia di questo zio. Come rimase male, quando, un giorno gli manifestai la verità, che io ero pronto per andare in convento.
Non mi ricordo quali furono le impressioni del ritiro, ma internamente ero tutto preso dall'idea religiosa, mi sentivo pronto. Il fatto sta che la vestizione fu solenne, e dopo la vestizione andammo in camera da ricevere per ossequiare i parenti: non ricordo chi venne, solamente, familiarmente, un cugino, mi sembra Ferdinando, mi disse: "Come sei diventato brutto! Tutto pelato, con quell'abito pesante da frate!" Non mi fece alcuna impressione, perché avevo dato addio al mondo![5]
I. 4 Il Noviziato
“Il noviziato era posto sotto il grande tetto con delle camerette molto piccole: un lettino di legno, un pagliericcio di paglia, coperta di lana (niente lenzuola), un tavolinetto, una lampada a petrolio, una catinella con l'occorrente per lavarsi, tutta roba vecchia forse di tre o quattro secoli fa.
Le camere erano sotto il tetto e le finestrelle erano a mansarda, il corridoio stretto: nel primo piano vi era il maestro, mentre il sotto-maestro abitava con noi in una cameretta; ognuno aveva il suo ufficio di pulizia e ognuno puliva la propria stanzetta, con il Crocifisso e qualche immagine; quasi ogni mese si cambiava camera. L'alzata alle 4,15; alle 4, 30 in punto si doveva essere in cappella per la meditazione, fino alle 5, poi veniva il coro, un salmodiare molto lento: prima, terza, sesta e nona, quindi la S. Messa. Avevamo dei libri vecchi, vecchi breviari, grossi e le dieci dita non erano sufficienti perché bisognava stare attento a tanti inchini, alzate, genuflessioni, poi non avevamo (i novizi) un banco innanzi a noi (neppure in chiesa) perché i banchi del coro per i Padri erano più in alto e perciò facilmente i novizi si mettevano in ginocchio col viso rivolto ai banchi, per sedere, il sedile era mobile.
Ricordo che in quell'ora mattutina a qualcheduno veniva sonno (non ho avuto di questo fastidio) e successe allora che il decano dei novizi con tutto quel breviario grosso cadde davanti... con un po’ di risa dei suoi cari confratelli, ed anche dei Padri.
In chiesa anche la domenica bisognava stare attento al sonno, quando qualche Padre era troppo lungo o forse troppo monotono nel predicare, come successe poi ad un chierico che durante la predica, mentre la chiesa era piena zeppa e il coro davanti all'altare, coram populo, caduto davanti ebbe la furberia di farsi trascinare da quattro persone alla sagrestia, come mezzo morto: arrivato in sagrestia si alzò e ringraziò i coraggiosi portatori, prendendola col Padre troppo noioso nel predicare, che lo aveva fatto addormentare.
Riguardo al mangiare, a pranzo si mangiava in abbondanza, ma la mattina e la sera, a stecchetto, quasi sempre digiuno e si digiunava sul serio. I primi giorni i novizi (ancora non vestiti come tali) quando la mattina andavano a colazione insieme a tutti gli altri, mentre i Padri e i chierici studenti si spicciavano e se ne andavano per i fatti loro, essi rimanevano a burrare le fette di pane che erano preparate in ogni tavolo: il primo giorno erano otto, il secondo sette, il terzo sei, il quarto cinque, e... poi vergognandosi di rimanere soli al refettorio, si contentavano come tutti gli altri al massimo di due fettine.
Boxmeer, casa di Noviziato, era anche Parrocchia, era l'unica casa rimasta ai Carmelitani dopo le rivoluzioni sia di religione, sia sociali: era proibito di prendere novizi a piacimento, ma tanti quanto era il numero dei religiosi che passavano all'altra vita. Mi sembra che sotto Guglielmo I fu dato il permesso di prendere novizi a volontà e così ricominciò a rifiorire la provincia Carmelitana di Olanda. Il primo Commissario o Provinciale fu il P. Velden, fratello della mia zia di Maastricht, come anche il primo Vicario apostolico di Olanda, dev'essere stato Sua Eccellenza Den Dubbelden (che significa il doppio) ma dalla pittura che io vidi dai freres in S. Michielsgestel, era questo venerabile vescovo il quadruplo d'una persona normale.
Riguardo ai PP. e confratelli, il principale per noi novizi, era il P. Maestro, il buon P. Gaetano van Hengstum, un vero colosso, due metri alto, grosso e robusto, madre dei novizi e matrigna dei chierici, così lo precisavano i chierici, perché, essendo sottopriore e dovendo perciò vigilare sull'ordine della casa, aveva motivo di fare le sue giuste osservazioni, che faceva senza tanti complimenti.
Aveva una grande passione per i fiori, coltivava il giardinetto tra la chiesa e il convento e il viale con belli e alti alberi dietro la chiesa; tra un albero e l'altro ci metteva delle belle piante con alto fusto di rose splendide; il viale non si apriva al pubblico se non nelle grandi processioni che venivano da tutte le parti di Olanda, specialmente da Amsterdam e Rotterdam, per una reliquia del Preziosissimo Sangue.
In una di queste ricorrenze ci chiamò in un corridoietto con finestrelle, prospiciente al viale: voleva mostrarci l'erba di Mosé. Ed ecco che ad un tratto una graziosa signorina si guardò intorno, non vi erano Padri nel giardino e nel viale, e allungò un po’ troppo le dita a una bella rosa, ma ahi! L'erba di Mosé si fece sentire: la povera signorina piena di bollicine dolorose andava a rinfrescarsi a una piccola fontanella: l'ortica l'aveva ben pizzicata! E non fu la sola e l'ultima. Il buon Padre ci raccontava che quando andava ad Amsterdam tutti i ragazzi gli andavano appresso, certo! Non poteva andarci con la tonaca, ed allora si metteva un paio di calzoni corti fino al ginocchio, un soprabito nero, colletto da prete e un cilindro: sfido che gli andavano appresso! E quando se ne accorgeva che erano un bel numero e che gli erano vicini, aveva un gran piacere di voltarsi in un istante e domandare: Cosa volete? E quelli a gambe a scappare con gran risa di tutta la gente che lo vedeva. Ma come faceva per entrare in un tram?
Ma il Padre Maestro era molto buono con noi, veramente di cuore e di gentili sentimenti; aveva il suo libretto scritto di vita di perfezione e veramente sono stato contento della sua educazione spirituale: semplice ma giusto, secondo la mia capacità. Ho avuto lo stesso Padre come Priore quando, dopo essere stato per due anni Priore del Collegio, fui inviato di nuovo in Olanda: uscivamo qualche volta insieme nel pomeriggio, per visitare alcune famiglie della borgata di Oss (così voleva il Vescovo che facessero i confessori), ma la povera gente si spaventava vedendo entrare un simile gigante in casa.
Quando uno si sente pieno di sonno nella meditazione, cerchi di darsi dei forti pizzichi, così rimarrà sveglio; così ci aveva insegnato e giustamente. Ma quando in una giornata di caldo, un novizio sentì la necessità di usciere dal coro, ove, nel pomeriggio si teneva la solita meditazione delle 16,00, gli ci volle del bello e del buono per svegliare il Padre maestro che maestramente dormiva! Però si comprendeva: il sonno lo aveva assalito e sconfitto senza permettergli di darsi un pizzicotto!
Il decano dei novizi, un giovane di Raalte, aveva fastidio nella respirazione, a causa del naso troppo stretto, e si ovviò al male mediante un paio di scarpe, adatte s’intende, alle due cavità nasali! Un po’ di scherzi con quelle scarpe da naso! Quel giovane mi meravigliò per la grande calma con cui passeggiava al mattino in giardino; sotto un freddo siberiano. Eravamo obbligati verso le otto di camminare all'aperto in giardino, per la grande paura che si aveva della TBC; ma il freddo era intensissimo in pieno inverno ed io non riuscivo a tenere il libretto dell'Officium Parvum se non con lo scapolare. I freddi di Olanda!
Le nostre camerette erano sotto i tetti di ardesia, camerette a mansarda, le cui finestrelle, quando gelava era impossibile aprire, nella catinella gelava l'acqua e bisognava con un vecchio coltellaccio rompere il ghiaccio per pulirsi un pochettino.
Si aveva l'abitudine di lavare dalla parte dei novizi tutti i gabinetti della comunità, si osservi che non erano moderni, ma all'antica: un sedile di legno e sotto i condotti che andavano a finire nel pozzo nero: ci toccava lavarli con l'acqua fredda e la soda, bisognava che il legno diventasse bianco, pulito, e lo facevamo, mi sembra con attenzione.
Le mie mani avevano due soli geloni: uno alla destra che partiva dal pollice al mignolo e similmente un altro alla sinistra, le mani erano gonfie, sì, ma mi ricordo che in quel fervore di noviziato non ci badavo tanto. Mi ricordo anzi, che mi balenava nella testa un ordine più severo, dei Carmelitani Scalzi. Sono stato raffreddato sì, ma non malato; non c'era riscaldamento in ogni nostra cameretta, bensì vi era una minuscola stufa che diventava rossa rossa nel corridoio ed io, aiutandomi con le mani, allargavo i miei poveri fazzoletti tutti bagnati per farli asciugare.
Ho passato un santo noviziato ... Sentivo che la mia vocazione era veramente per il Carmelo: il Signore mi aveva guidato a buon porto. Credo che pregavo con fervore, che meditavo benino, le funzioni liturgiche mi piacevano moltissimo, ero vero Carmelitano.
Non ricordo quanto tempo prima, in occasione del Capitolo delle colpe i novizi, in ginocchio hanno domandato ai presenti la grazia di poter entrare definitivamente con la Professione temporanea tra il numero dei Carmelitani: così anch’io con gli altri tre miei compagni.
Ed ecco una nuova che io non avrei mai pensato: mio padre con l’aiuto di mio fratello Ubaldo riuscì a fare una scappatina nella sua patria. Così dopo sei anni che non vedevo mio padre potei abbracciarlo. Ero contento, ma la vita cenobitica mi aveva reso un po' schivo nelle conversazioni, in modo che sorridevo troppo e a mio padre fece impressione e me lo disse, ma questo sentimento di soggezione non l’ho potuto vincere facilmente, e ancora anziano, con le persone che non conosco ho sempre una certa ritrosia.[6]
I. 5 Professione temporanea
Il 30 settembre 1907 Ettore emette i voti semplici nel convento di Boxmeer come si evince dalla formula della sua professione:
Maria
Ego, Frater Laurentius, facio professionem meam: et promitto Obedentiam, Paupertatem et Castitatem Deo et Beatae Virgini de Monte Carmelo, et Reverendissimo Patri Pio Maiyer Priori Generali Fratrum Ordinis eiusdem Beatae Mariae Virginis de Monte Carmelo, suisque successoribus secundum Regulam praedicti Ordinis, usque ad mortem: iuxta decretum Pianum, quod incipit: “Neminem latet,” datum die 19 Martii 1857, et analogas instructiones Priori Generali exhibitas, ac editas die 16 Augusti 1858, quae incipiunt: “Sanctissimus Dominus noster Pius Papa IX, attentis precibus etc ...”
fr. Laurentius van den Eerenbeem
Boxmerau, 30 settembre 1907[7]
E’ fr Lorenzo stesso a dirci:
“Eppure io mi sono preparato bene per la mia professione, credo, modestia, come si suol dire, a parte, d’aver fatto quel che potevo: tendevo e tendo ancora, per natura, alla vita interiore e la natura dell’Ordine Carmelitano confaceva perfettamente al mio spirito. La vita cenobitica! Poi sono cambiato molto da questo principio per le circostanze della vita.”[8]
I. 6 Gli anni dello studentato e la professione solenne
Dopo la professione fr Lorenzo viene inviato per due anni nel convento di Lenderen per lo studio della Filosofia, quindi ritorna ad Oss per la Teologia. Nel frattempo viene eletto Provinciale della provincia di Olanda il P. Uberto Driessen.
“La sua elezione fu una svolta all'andamento della Provincia che era nata dalla Riforma di Tours.
Era per noi il secondo anno di filosofia, ed io, come più anziano dei chierici e fra Pasquale, fummo eletti cursores, perciò fungemmo bene questo nostro ufficio, spiando con gli orecchi alla porta del Capitolo provinciale riunito. Fu con molto piacere che io accettai nel mio cuore questa nomina.
Da quel tempo avvenne un radicale cambiamento nella vita carmelitana d'Olanda: avvenne un grande rifiorimento negli studi ecclesiastici e grazie all'intervento del P. Tito che non solo amava questi studi, ma voleva che ci fossero anche diplomati negli studi classici ed anche negli altri studi tecnici. Perciò furono avviati parecchi all'Università per prendere le lauree: alcuni in Italia per la Gregoriana, altri in altre università di Olanda. Non era più l'Ordine cenobitico ma un Ordine di vita mista. Sempre fedeli alla preghiera si usciva fuori per istruire in tutte le materie la gioventù.
La mia natura era molto portata agli studi astratti, perciò godevo immensamente della Filosofia: ma i due anni passarono presto e allora si partì per Oss, per entrare in Teologia. La Teologia, con il nuovo provinciale P. Uberto venne abbastanza bene sistemata. Negli anni di studentato in Olanda ho studiato come meglio potevo. Certamente vi era un progresso e professori e studenti si erano dati agli studi, vi era un progresso visibile. Fu davvero un nuovo indirizzo nel pensiero. In quel tempo più o meno, il P. Tito Brandsma prese lo studio filosofico alla Gregoriana e tornato al convento di Oss si diede anche al giornalismo con un piccolo giornale stampato in Oss. Questo suo lavoro lo portò a conoscenza di tante necessità, sia spirituali che materiali, tanto che la sua laboriosità giornalistica venne conosciuta in ambienti più conosciuti che lo portarono al professorato nella nuova Università cattolica di Nimega.”[9]
Il 15 ottobre 1910 fr Lorenzo emette i voti solenni come si evince dalla formula della professione:
Maria
Ego, Frater Laurentius, facio professionem meam: et promitto Obedientiam, Paupertatem et Castitatem Deo et Beatae Mariae Virgini de Monte Carmelo et Reverendissimo Patri Pio Mayer Priori Generali Fratrum Ordinis eiusdem beatae Maria Virginis de Monte Carmelo, suisque successoribus secundum Regulam praedicti Ordinis usque ad mortem.
Oss, 15 octobris 1910
fr Laurentius van den Eerenbeemt[10]
I. 7 L’ordinazione sacerdotale, l’invio a Roma per continuare gli studi, la conoscenza con M. Crocifissa
Il 1 giugno 1912 fr Lorenzo viene ordinato sacerdote nella cattedrale di s’Hertogenbonsch. Dopo l'ordinazione sacerdotale viene inviato a Roma per studiare presso la Pontificia Università Gregoriana, dove nell'anno 1915 consegue il dottorato in Teologia.
Nel 1916, anno in cui parecchi sacerdoti, ad eccezione dei parroci, erano sotto le armi, egli svolge il suo ministero sacerdotale come vice parroco nella chiesa della Traspontina in Roma e per circa sei mesi lavora presso l'Archivio Vaticano.
Studioso e sempre amante del sapere consegne anche la licenza in Sacra Scrittura, presso il Pontificio Istituto Biblico, in Roma, continuando a coltivare da autodidatta la sua passione per le lingue, soprattutto le antiche lingue orientali: redige da solo, a mano i vocabolari ed arriva a comprendere e parlare 12 lingue. Torna, poi, di nuovo in Olanda dove per qualche anno insegna Sacra Scrittura presso lo studentato Carmelitano di Oss.
Ritornato in Italia, nel 1922 insegna al Collegio Internazionale “S. Alberto” in Roma ed è proprio in quell'anno che si apre la missione dei Padri Carmelitani a Giava (Indonesia). Il Padre, animato da profondo spirito missionario fa domanda per esservi inviato, ma la sua domanda non viene accettata, poiché, essendo professore, la sua presenza urge al Collegio Internazionale. Obbedisce, ma rimane in lui, forse anche per l'assidua lettura della vita di Teresa di Lisieux, un ardente desiderio di dedicarsi alle missioni.
Nel frattempo viene nominato Priore del Collegio Internazionale ed è proprio in questa qualità che nell'estate del 1923 deve accompagnare i chierici a Ladispoli, sul litorale laziale, a nord di Roma, per la villeggiatura estiva. Questo soggiorno segna una svolta decisiva nella vita del Padre. Infatti, è proprio il 14 luglio di quello stesso anno che inizia i suoi rapporti con la curia di Porto e S. Rufina, accettando di celebrare, durante il periodo estivo, la S. Messa nei giorni festivi nella chiesa di Nostra Signora delle Vittorie in S. Marinella.
Ottenuto il permesso dai suoi Superiori, il 15 luglio vi celebra la prima S. Messa e ricordando essere quel giorno la vigilia della solenne festa del Carmine, dedica, nell'intimo dell'anima, alla cara Madre e Decoro del Carmelo quest'umile chiesa.[11]
Intanto è tornato un suo confratello dalla missione di Giava. Questi lo esorta vivamente a istituire una Congregazione di Suore Carmelitane Missionarie tanto necessaria per quella e altre missioni.
L'ideale missionario non si era mai affievolito nel Padre e lo confida anche a un suo confratello, Padre Alberto Grammatico, professore nello stesso Collegio S. Alberto di Roma. Questi, ricordandosi di una lettera di una certa Madre Crocifissa Curcio, che in Sicilia, insieme a un gruppo di giovani generose, aveva gettato le basi per una fondazione Missionaria di Suore Carmelitane, e che, trovandosi in difficoltà, aveva chiesto il suo interessamento, mette a conoscenza di ciò il Padre Lorenzo.
L'idea di una fondazione di Suore Carmelitane a cui egli avrebbe aggiunto il suo ideale missionario, lo entusiasma talmente che inizia una fitta corrispondenza con Madre Crocifissa.[12]
Il 17 maggio 1925 sale agli onori degli altari Teresa di Gesù Bambino. È in quella occasione che Madre Crocifissa viene a Roma con alcune compagne e si incontra con il Padre Lorenzo. Il giorno dopo si recano a S. Marinella, dietro suggerimento del Padre, che già da tempo conosceva il luogo; visitano insieme un villino su Capo Linaro ed esaminano la possibilità di dare inizio all'opera.
Le trattative si svolgono favorevolmente e decidono di prendere in affitto il suddetto villino. Dopo aver chiesto il permesso all'Ordinario di Porto e S. Rufina, Sua Em. za il Cardinale Antonio Vico, e al Priore Generale dell'Ordine, Padre Elia Magennis, che il 16 luglio affilia il piccolo gruppo all'Ordine, stabiliscono per il 3 luglio dello stesso anno l'apertura della casa in S. Marinella.
Per collaborare con Madre Crocifissa a concretizzare la nuova opera, il Padre, con il permesso dei suoi Superiori, si trasferisce a S. Marinella, pur continuando a impartire lezioni di Sacra Scrittura nel Collegio Internazionale 'S. Alberto’.
P. LORENZO E IL RAPPORTO CON L’ISTITUZIONE:
L’ESCLAUSTRAZIONE DALL’ORDINE CARMELITANO
Il nodo attorno a cui ruota tutta la problematica relativa all’esclaustrazione di P. Lorenzo dall’Ordine Carmelitano è duplice: da una parte c’è l’istituzione (cioè l’Ordine) che probabilmente non riesce e, d’altronde non può comprendere fino in fondo l’ansia missionaria di P. Lorenzo. Perché un giovane religioso dal futuro assai promettente, già ben addentrato e apprezzato negli ambienti romani che contano (dicasteri della S. Sede e facoltà pontificie) va ad imbarcarsi in un avventura che non sa dove lo porterà, verso un futuro imprevedibile, dietro ad un piccolo manipolo di donne siciliane, per giunta con a capo una che ha dovuto abbandonare la sua terra perché invisa alla Chiesa locale e al suo pastore? Perché un uomo di pensiero come lui, che farebbe tanto bene con i suoi studi e la sua preparazione, che darebbe prestigio all’Ordine coltiva idee tanto strane e stravaganti, cosa vuole, cosa pretende?
Sicuramente alcuni tra i suoi confratelli non vedono di buon occhio il quotidiano peregrinare del giovane P. Lorenzo tra Roma e S. Marinella: un religioso che sta continuamente fuori della sua comunità, pur con i dovuti permessi, vive al limite della Regola e del Diritto Canonico, la sua si potrebbe considerare ‘un’assenza indebita a domo’; fino a quando può sostenersi una simile situazione?
Dall’altro lato c’è un Ordinario diocesano, S. Eminenza il Card. T. P. Boggiani, vescovo di Porto S. Rufina, insigne canonista, che preme perché si regolarizzi in qualche modo la posizione giuridica di P. Lorenzo.[13]
“Riguardo poi a Sua Eminenza il card. Boggiani, la Curia Vescovile passata non aveva lasciato nessuno dei documenti che il Padre Lorenzo aveva consegnato, dove doveva apparire aver egli il consenso sia del defunto Card. Vico, sia dei Superiori del convento.
Il P. Lorenzo risultava un frate che faceva il suo comodo a S. Marinella senza ombra di permessi, calpestando così tutte le regole del Codice Ecclesiastico e della vita religiosa. Vi era esteriormente qualcosa di irregolare in lui, ma non per colpa sua, ma per il fatto che i Superiori Maggiori, dopo aver dato i permessi, lo avevano lasciato nella paglia a disbrigarsi come meglio poteva. Sembrava avesse preso domicilio fisso a S. Marinella, ma in verità il suo vero domicilio era sempre Roma, nel Collegio di S. Alberto, dove aveva il suo studio e poi la sua dimora non era mai stabile a S. Marinella essendo egli spesso chiamato sia a tridui, sia a novene, sia anche ad altre incombenze.
Egli capiva questa irregolarità ed aveva spesso supplicato i Superiori ad aiutarlo col fondare una piccola casa per i PP. Carmelitani, ma tutto inutilmente. D'altronde la comunità delle Suore era diventata numerosa ed egli per motivi di giustizia, non poteva più abbandonarle: lasciarle in balia di loro stesse significava portar loro un immenso danno pecuniario e specialmente morale.
Finalmente il Padre generale Elia Magennis si risolvette di accompagnare il P. Lorenzo da S. Eminenza il card. Boggiani. Il Cardinale fu gentilissimo, però espresse il desiderio che si regolarizzasse in qualche modo la posizione del P. Lorenzo affinché non sembrasse una persona uscita dal convento, non amando egli le cose giuridicamente non rette. Il Padre Generale rispose che doveva andare in Irlanda in quei giorni, nel suo ritorno avrebbe potuto convocare la Curia e agire così definitivamente. Era tra i primi di agosto. Il P. Lorenzo ritornò a S. Marinella.”
Quanto poi al permesso scritto da parte dell’Ordine per poter seguire la ‘nascente famigliola’ di Madre Crocifissa, P. Lorenzo lo aveva regolarmente presentato al defunto vescovo della diocesi Portuense, il card. A. Vico[14] ma nel momento in cui serviva non fu trovato, e non sapremo mai chi lo abbia occultato e perché.
Infine, è lo stesso P. Lorenzo nella Cronistoria ad accennare a pettegolezzi, invidie e gelosie di bassa lega sollevate contro di lui dal cappellano della ‘Colonia Jolanda’ presso la chiesa del Rosario che, sostenuto da un gruppo di persone, forse intendeva fare di questa chiesetta un’altra parrocchia in concorrenza con quella di ‘S. Giuseppe’ e con la chiesetta delle ‘Vittorie’; quindi, approfittava per mettere in cattiva luce P. Lorenzo e far chiudere la cappelletta bianca di Capolinaro.[15]
Tutta questa serie di circostanze genera una forte tensione tra la Curia generale dell’Ordine Carmelitano e la Curia Vescovile di Porto S. Rufina, che culmina, il 9 agosto 1929 nel richiamo improvviso di P. Lorenzo a Roma, senza spiegazioni di sorta e soprattutto senza preavviso all’Ordinario del luogo.[16]
“La
domenica riceve avviso telegrafico dai suoi Superiori di trovarsi la sera stessa
in Collegio per affari: parte per Roma e il Padre generale gli comunica che non
intende più lasciarlo a S. Marinella e che perciò doveva definitamente ritornare
in Collegio. il P. Lorenzo domanda una dilazione di giorni fino a giovedì, che
gli fu concessa. Ritornato in Collegio dovette avvisare S. E. che, essendo stato
richiamato dai Superiori, non poteva più officiare la Chiesa della Vittoria.
Era nel colmo della villeggiatura: nella pineta Odescalchi attendava una colonia numerosa di bambini, Colonia Fascista dell'Urbe: nel casamento del col. Pacini di fronte alle Suore, vi erano le Salesiane con le operaie di Trastevere (Porta Settimiana): numerosissimi i villeggianti. Ecco che ad un tratto veniva a mancare il sacerdote per la chiesa, specialmente la domenica. Questo tiro fatto dai Padri Carmelitani per mettere in confusione l'Ordinario non fu un atto gentile, anzi contrariava apertamente le parole pronunciate dal P. generale nella sua visita a S. Eminenza.
Fu la domenica susseguente un giorno di grande confusione: per accomodare alla meglio, dietro domanda di S. Eminenza, venne un Padre Domenicano da Civitavecchia a celebrare alle ore 10,00: lo accompagnava il Parroco di S. Marinella che si meravigliò e non poté trattenersi di redarguire parecchi dei suoi parrocchiani villeggianti che con la macchina erano venuti ogni domenica e perciò, anche quella domenica, alla messa delle 10,00, orario più comodo che quello delle 11,00 parrocchiale.
Fu un disastro e confusione per il povero Padre Domenicano per la comunione: credeva che non vi fosse che pochissima gente, ma invece si trovò davanti a una folla di persone che non solo era abituata ad ascoltare la S. Messa, ma anche alla comunione almeno settimanale. Solo allora si capì di quanto lavoro era questa umile chiesetta.
Di conseguenza, all’alt del P. Generale, da S. Eminenza fu interdetto ai Carmelitani, e di conseguenza anche al P. Lorenzo, ogni sacro ministero in diocesi. D’altra parte, per deviare ogni possibile sospetto fu ordinato dai Superiori al P. Lorenzo di andare a visitare le suore due volte alla settimana: era questo necessario per il suo buon nome e per l’onore delle Suore.”
Ciò produce una rottura di rapporti tra le due istituzioni la cui vittima è P. Lorenzo e, implicitamente la comunità delle Carmelitane di S. Marinella.[17]
“Furono mesi di grande angosce per le povere suore che non poterono mai avere più che una messa domenicale, di comunione quotidiana non sì parlava e quando qualche suora di buon mattino si recava al Rosario o alla cappella della Colonia Jolanda. veniva trattata poco urbanamente dal Rettore e Cappellano della chiesetta. Giova qui ricordare un episodio che cagionò molto dispiacere alle suore e che si riporta ai primi giorni dopo la partenza del P. Lorenzo. Avendo egli raccomandato, per impedire guasti o irruzioni notturne, che si andasse alcune suore ad abitare il suo villino, tre suore la sera dormivano nella sua casetta. Trapelando la luce dal villino di sera, questo si venne a sapere dal cappellano del Rosario che ne fece consapevole sua Eminenza, mettendo il sospetto che P. Lorenzo di notte si rifugiasse nella sua casetta e la mattina celebrasse, all'insaputa di tutti, per le suore nella chiesetta delle Vittorie. S. Eminenza ordinò che il giorno dopo si portassero a lui le chiavi della Chiesa. Questo cappellano era tornato la sera, prima ancora del tramonto, ma solamente di sera tardi egli portò questa notizia al sacerdote che teneva il posto del Parroco mons. Ranieri. Questo sacerdote, amicissimo del P. Lorenzo fu costretto in quell'ora tarda ad accompagnare il cappellano dalle Suore Carmelitane. Esse erano già tutte a letto, si bussò, scesero vestite alla meglio e sulla porta della casa s'ingiunse alle suore, sotto pena d'interdetto, di dare immantinente la chiave della chiesa. A causa della confusione e dell'ora tarda la chiave non si poté trovare. La mattina, di buonissima ora, ridiscese questo sacerdote, il rev. don Giuseppe Casetta, parroco di Palo, dalle suore e le confortò come amico del Padre e, ritrovata la chiave, la consegnò a S. Eminenza per mezzo del detto cappellano che come impiegato della Sacra Penitenzeria si recava ogni mattina a Roma. Chi potrà dire la desolazione di quelle povere donne che si vedevano anche togliere il conforto della chiesetta!
Veramente fu quella l'ora della grande prova: prova per il sacerdote, prova durissima per le suore, che vedevano l'avvenire sempre più buio.
Il P. Lorenzo ebbe parecchi colloqui con S. Eminenza il Cardinale che raccomandava a lui di assicurare essere lui anche un religioso e perciò pronto a riconciliazione col suo Generale, qualora quest'ultimo si degnasse di mandare qualche Padre autorevole per accomodare questa faccenda. Inutile ogni tentativo, ogni preghiera, ogni supplica: freddamente sempre gli fu risposto di tenersi a suo posto, non intendendo i Superiori umiliarsi davanti al Cardinale!
Intanto la chiesetta solamente la domenica veniva officiata la mattina da qualche padre domenicano o francescano di Civitavecchia. Ciò fino alla venuta del nuovo Vicario generale. Mons. Luigi Martinelli, persona di fiducia di S. Eminenza, a cui fu raccomandato di portare la pace in mezzo alla popolazione che aveva mostrato molte ostilità e che, a dire del maresciallo Moretti dei carabinieri, aveva dato a pensare per l'ordine pubblico, essendosi divisa in quel tempo in due fazioni. Nonostante che il P Lorenzo venisse due volte alla settimana ostentando anche nel farsi vedere pubblicamente, pur tuttavia non mancarono le male lingue che dicevano essere lui fuggito con un'abbadessa, o meglio, con una principessa! Come si conosce la bassezza di alcune anime in simili circostanze! Che piacere diabolico poter diffondere calunnie! La verità però viene sempre a galla e Mons. Luigi Martinelli, in tutti i mesi che venne a celebrare poté conoscere realmente l'ambiente, la necessità di un sacerdote per quella contrada e la verità sulle dicerie maliziosamente sparse da persone contrarie all'istituto delle Suore e del Padre che le dirigeva.
Anche mons. Martinelli ebbe le sue difficoltà: tutte queste vicende avevano turbato l'ordine naturale che finora aveva regnato nel paese; ottime persone che per anni ed anni avevano lottato per avere un punto cristiano di riferimento, contro il dilatarsi di uomini di sette avverse, massoniche, nella zona della Pirgus, e che avevano salutato con gioia il movimento liturgico della piccola chiesa, vedendo il sogno loro cristiano quasi infrangersi, non avevano capito che la Curia realmente sognava ad un ripristino però più giuridicamente regolare del sacro tempio, e il prolungarsi dell'assenza di P. Lorenzo veniva considerato sotto un aspetto tutt'altro che benigno, donde un'aspra, mordente critica contro l'operato dei Superiori ecclesiastici.
Il Vicario generale non si aspettava tale effetto dalla sua opera conciliatrice, ma riconobbe lealmente che tale condotta di persone di fuori non era sobillamento dalla parte delle Suore, che, più a fondo delle cose, e a conoscenza dello spirito di rettitudine che animava la Curia, offrì più che lo stesso Vicario per l’intempestiva ed irrazionale dimostrazione. Ma dopo tanti anni, dobbiamo consolarci nel fatto che questa irruenza non ebbe conseguenze fatali, che anzi, fu da paragonarsi ad una breve tempesta seguita da cielo terso e sereno: calmate tutte le bufere questa nobile Famiglia (l'Ordine Carmelitano) riconobbe il suo torto e volentieri profittò d'una occasione per stringere in amicizia la mano al Vicario generale. La rettitudine porta alla lealtà.”
Passata la bufera e placati gli animi, il ‘caso P. Lorenzo’ viene risolto sottoponendo la questione alla S. Sede che consiglia il padre di chiedere l’esclaustrazione dall’Ordine per poter accompagnare più liberamente e serenamente lo sviluppo della fondazione.
Non fu una decisione facile, anzi, per P. Lorenzo si trattò di una soluzione atrocemente sofferta ma che comunque non lasciò adito da parte sua a malanimo o rancori di sorta verso l’Ordine e i Superiori. Ne furono testimoni soprattutto alcuni tra i suoi confratelli di allora:
“Circa l’esclaustrazione di P. Lorenzo, mi trovavo un giorno in refettorio e sentivo una certa animazione tra P. Lorenzo e P. Antonino Franco, mi pare che si fosse intorno agli anni ‘29-’30. Secondo me entrambi avevano ragione perché P. Lorenzo sosteneva giustamente le ragazze che dovevano entrare nella congregazione di M. Curcio e le loro famiglie; P. Antonino opponeva alcune difficoltà che però, io non so bene, anche perché ero presente ma non parte interessata al discorso. Comunque P. Antonino credo difendesse le ragioni dell’Ordine. Ad un certo punto sentii P. Lorenzo esclamare: ‘se io debbo uscire uscirò per poter fare ciò che debbo’: aveva preso anche degli impegni con le famiglie delle ragazze. Poi P. Lorenzo uscì effettivamente dall’Ordine e fu incardinato nella diocesi di Porto S. Rufina ove si trova S. Marinella. Comunque posso affermare che anche dopo che fu esclaustrato P. Lorenzo mantenne sempre con i confratelli rapporti molto fraterni ed affettuosi, rimasero sempre uniti specialmente P. Catena, P. Luisi e anche P. A. Franco, il quale morì durante la seconda guerra mondiale. I nostri frati andavano spesso a S. Marinella a villeggiare e P. Lorenzo li accoglieva volentieri, anzi ne era molto felice; io stesso vi andavo più volte dalla Traspontina. C’era il desiderio unanime che la questione della congregazione delle suore fosse in qualche modo assunta dall’Ordine; P. Lorenzo ripeteva spesso: ‘Io non faccio niente per me’, anzi lui avrebbe lasciato anche subito l’accompagnamento e l’assistenza delle suore all’Ordine purché qualcuno se ne facesse carico, perché non aveva interessi personali, ma solo la gloria di Dio e il bene delle anime. Tutte le volte che lo vedevo era sereno ed è rimasto sempre carmelitano nel cuore. Ci ha sempre trattato tutti in modo veramente fraterno.”[18]
“Come carmelitano è rimasto sempre tale nel cuore, conservando rapporti di fraternità e amicizia con tutti quelli che erano stati suoi confratelli e nutrendo la certezza che presto o tardi sarebbe rientrato e la sua lontananza dall’Ordine era dovuta soltanto alla necessità di seguire la nascente congregazione delle suore carmelitane. Soffriva per questa cosa ma aveva l’animo tranquillo e sereno, nella consapevolezza di aver sempre fatto quello che gli avevano detto di fare. Spiritualmente in lui non era cambiato niente, ha continuato sempre a vivere il carisma del Carmelo, specie nella vita interiore e nell’amore a Maria.”[19]
“Nella mia memoria è rimasto impresso il ricordo del mesto saluto o commiato che lui prese da me la sera precedente la sua partenza dal collegio S. Alberto e il trasferimento a S. Marinella. In quella sera, pur essendo ancora molto giovane, mi fu facile cogliere l’amarezza, finanche l’angoscia che stringeva nella sua profondità il cuore del P. Lorenzo.”[20]
“Ricordo che si parlava della situazione un po' anomala di P. Lorenzo; i frati parlavano bene di lui, alcuni erano suoi amici e anche se poi ho saputo che c’erano state delle difficoltà con l’Ordine, tuttavia a noi studenti non le facevano trasparire... Ricordo che era un uomo molto pio, osservante, ligio ai doveri del suo stato e attaccatissimo al Carmelo: era più carmelitano dei carmelitani. Non aveva l’abito ma da come parlava e si comportava si vedeva tutto il suo spirito carmelitano. Non si lamentava mai e non si è mai sfogato con me del trattamento ricevuto dall’Ordine, sebbene fossimo in confidenza, e nei confronti di tutti i carmelitani mi è apparso sempre sereno e in pace, senza astio né rancore per nessuno.”[21]
“Sebbene fossi molto giovane, P. Lorenzo qualche volta si è confessato con me. Non ricordo il motivo preciso per cui egli lasciò l’Ordine Carmelitano, comunque mi pare che fu per seguire la nascente congregazione di M. Crocifissa; in ogni caso mai parlò male dei frati o dell’Ordine o dei Superiori e mai conservò rancore o sentimenti negativi verso qualcuno... Ha conservato e custodito sempre lo spirito carmelitano, specie il raccoglimento, la preghiera e lo studio... Era un uomo pacificato interiormente, pacato, equilibrato e non ha mai fatto vedere o pesare i suoi problemi, preoccupazioni, lotte e prove: era abbandonato in Dio... E’ stato un uomo buono, un sacerdote dedito alle cose di Dio e alla sua gloria, un religioso disponibile alla volontà di Dio ad ogni costo.”[22]
“L’ho visto al Collegio S. Alberto fino all’ottobre 1929. Tutti abbiamo meditato perplessi sulla situazione nuova che si era creata attorno a P. Lorenzo: il suo allontanamento dall’Ordine, perché lui era un’anima nobile, gioviale, aperto, sempre sorridente... Noi studenti non abbiamo mai saputo la ragione per cui egli abbandonava l’Ordine, forse non riusciva a curare bene i suoi impegni di professore, contemperandoli con il seguire la nuova fondazione di M. Crocifissa, oppure i Padri dell’Ordine non vedevano bene questo suo interessamento sul versante delle Carmelitane Missionarie, comunque posso affermare che lui fu molto restio ad uscire dall’Ordine e ne è prova il fatto che quando lo incontravamo, in seguito, lui era il padre di sempre, affatto mutato nella fraternità e nell’attaccamento all’Ordine... era un perfetto carmelitano tanto è vero che noi studenti spesso ci chiedevamo perché se ne andasse, avevamo una grande stima di lui come carmelitano e non credevamo che riuscisse a lasciare l’Ordine. Questo suo amore al Carmelo ce lo testimonia il fatto che poi rientrò nell’Ordine alla fine della vita e morì da carmelitano... Nelle due o tre volte in cui ebbi modo di rivederlo dalle Carmelitane, ritrovai il fratello e il carmelitano di sempre. E’ stato mosso dallo Spirito Santo ad aiutare M. Crocifissa, subendo e superando ostacoli e lotte, per poi tornare ad essere alla fine ciò che è sempre stato: un carmelitano.”[23]
Il 18 febbraio 1930 P. Lorenzo riceve il Decreto di esclaustrazione dall’Ordine Carmelitano e il 21 febbraio successivo viene incardinato nella diocesi di Porto S. Rufina:
THOMAS PIUS
MISERATIONE DIVINA
EPISCOPUS PORTUENSIS ET S. RUFINAE
S. ROMANAE ECCLESIAE CARDINALIS BOGGIANI
___________________
DECRETUM
Facultate Apostolica Nobis per Rescriptum S. C. de Religiosis, diei 18 februarii 1930, N. 8239/29, concessa, Tibi LAURENTIO VAN DEN EERENBEEMT, Ord. Carm. A. O., indultum saecularizationis ad normam Can. 640 § I, nn. I° e 2°, et Can. 641 § 2, concedimus, et Te, iureiurando ad normam Can. 117, n. 3 emisso, pure et simpliciter recipimus atque in Nostra Dioecesi incardinatum declaramus.
Datum Romae, e Nostra Residentia, die 21 Februarii 1930
T. P. Card. Boggiani
Ep. us Suburb. Portus et S. Rufinae[24]
Il 23 febbraio la chiesetta di ‘N. S. delle Vittorie’ viene eretta dallo stesso Boggiani in Vicaria Curata e il 25 febbraio don Lorenzo ne è nominato Vicario Curato.[25]
Dall’albero di questa croce fiorisce la Pasqua: il 13 aprile 1930 il vescovo della diocesi Portuense, il card. Boggiani erige l’istituto delle Carmelitane Missionarie di S. Teresa del Bambin Gesù a congregazione di Diritto diocesano e il 10 luglio successivo ne approva le prime Costituzioni.[26]
Don Lorenzo rimane esclaustrato dall’Ordine Carmelitano per circa 40 anni, potendovi finalmente rientrare al termine della sua vita: il 5 ottobre 1969, all’età di 83 anni riemette la professione religiosa nelle mani dell’allora Priore generale P. Kiliano Healy il quale, ponendolo sotto la sua diretta giurisdizione gli dà l’obbedienza di rimanere tra le suore di S. Marinella a continuare la sua missione.
In una testimonianza scritta, inviata alla Postulazione P. Healy dichiara:
“Ricordo di essere stato presente a S. Marinella per il ritorno di P. Lorenzo nell’Ordine. Alcuni della Curia generalizia erano presenti insieme alle suore Carmelitane, fu una celebrazione gioiosa e commovente per la Famiglia Carmelitana. La persona principalmente responsabile della riammissione di P. Lorenzo fu P. J. Melsen, procuratore generale dell’Ordine e membro della provincia d’Olanda, che era la provincia di appartenenza di P. Lorenzo. P. Melsen è morto il 26 luglio 1968 a Roma, più di un anno prima della professione religiosa di P. Lorenzo, ma fu lui il più interessato a portare avanti questa riammissione. Aveva una grande ammirazione per P. Lorenzo e il suo apostolato con le suore missionarie. In diverse occasioni mi consultò... credeva che P. Lorenzo doveva essere riammesso non solo perché desiderava essere membro dell’Ordine, ma anche perché era dell’opinione che non gli si sarebbe mai dovuto chiedere di lasciare l’Ordine per poter lavorare con le Carmelitane Missionarie. P. Melsen credeva che un giusto accordo poteva dare la possibilità a P. Lorenzo di lavorare con le suore e nel frattempo rimanere religioso. Comunque P. Melsen convinse me e anche gli altri membri della Curia a riammettere P. Lorenzo, cosa che abbiamo fatto volentieri.”[27]
Dell’immenso desiderio di P. Lorenzo di rientrare nell’Ordine fu testimone anche un altro confratello, di origini olandesi come lui, il vescovo carmelitano dom Vital Wilderink il quale ricorda:
“La seconda volta che incontrai P. Lorenzo fu in occasione della morte di P. Alberto Grammatico e del suo funerale, che fu celebrato nella chiesa della Traspontina. Al termine della celebrazione tutti noi carmelitani ci ponemmo in cerchio attorno alla salma per le esequie. Io stavo accanto a P. Lorenzo il quale mi disse in lingua olandese: ‘come piacerebbe anche a me avere un funerale così, attorniato da tutti i fratelli carmelitani!”[28]
Chi, all’interno dell’Ordine, senza aver direttamente vissuto o conosciuto la vicenda di P. Lorenzo, ha tentato giudizi quantomeno superficiali e gratuiti sulla persona di questo carmelitano, definendolo uno ‘sbandato in cerca di affermazioni umane’, non può non fare i conti con la storia e con quanto affermano i suoi confratelli e Superiori:
“Personalmente conservo un bellissimo ricordo di P. Lorenzo, quando, dopo molti anni poteva vestirsi di nuovo coll’abito carmelitano e la cappa bianca. Molto emozionato, commosso, vestito da carmelitano, come voleva essere sempre: stava sulla porta del vostro convento di S. Marinella, circondato dalla Madre generale e da alcune consorelle, per ricevere P. Carmelo Luisi e me come Priore generale del suo amato Ordine Carmelitano. Quanto era felice e contento P. Lorenzo! Con grande gioia ed unità fraterna e con intensa gratitudine nel cuore di P. Lorenzo abbiamo celebrato insieme con tutta la comunità l’Eucaristia. P. Lorenzo è stato per me, sempre, un uomo tutto buono, umile e semplice, con un cuore veramente carmelitano. Non ho potuto mai capire come il Consiglio generale dell’Ordine di allora non abbia potuto trovare un ‘modus vivendi’ per non lasciare andar via un confratello così prezioso.”[29]
Credo che a questa esperienza di morte e risurrezione di P. Lorenzo ben si addicano le parole di Fritz Reuter: “Nessuna vita scorre tanto uniforme e piana che non si scontri con una qualche diga e formi un vortice; o che gli uomini non gettino pietre nella sua acqua chiara; sì, qualche cosa capita ad ogni uomo, e allora devi far sì che la tua acqua resti chiara, e che possano specchiarvisi cielo e terra.”
Sarebbe fuorviante pensare che la scelta dell’esclaustrazione sia stata per P. Lorenzo l’espressione di uno stato d’inquietudine personale o di insofferenza alla vita dell’Ordine, quando i scritti e tutti i colloqui epistolari avuti con i vescovi e i superiori dell’Ordine sono una ripetuta prova di fedeltà alla Chiesa e una disponibilità incondizionata all’insuccesso umano più clamoroso pur di obbedire al progetto di Dio. All’origine di quel suo procedere in avanti, “profeta dal passo veloce”, c’è un’intelligenza vigorosa, un carattere forte che, più che calcolare i rischi umani, si lascia fare dalle ineffabili operazioni della Grazia.
Anche di lui il vegliardo dell’Apocalisse dice: “Essi sono coloro che sono passati attraverso la grande tribolazione e hanno lavato le loro vesti rendendole candide col sangue dell’Agnello.”[30]
PADRE
LORENZO E IL CARMELO DI MADRE CROCIFISSA
Se il carisma di fondatrice va attribuito a M. Crocifissa non solo per una questione cronologica, rispetto a P. Lorenzo, ma per tutta una serie di corrispondenze tra la sua vicenda e gli elementi che, secondo l’ermeneutica attuale compongono il carisma del fondatore[31], tuttavia, analizzando il rapporto intercorso tra i due non si può dire che P. Lorenzo sia stato un semplice accompagnatore nella vita di M. Crocifissa e nella storia dell’istituto.
Il testo attuale delle costituzioni all’art. 1.1 nel delineare l’identità della nostra Famiglia religiosa definisce p. Lorenzo “saggia guida” accanto alla Fondatrice per cui, gli attribuisce qualitativamente qualcosa di più di una fattiva collaborazione.
Implicitamente poi, è la stessa M. Crocifissa a chiarirne il ruolo in una lettera a lui indirizzata:
“Padre mio è inutile dire quanto e come prego per lei che mi è stato assegnato dalla Provvidenza come suo rappresentante, luce, guida e condottiero per il compimento dei suoi voleri divini.”[32]
Per la Madre, quindi, P. Lorenzo costituisce la mediazione umana fondamentale attraverso cui Dio le fa comprendere e realizza in lei i suoi progetti. Ma per comprendere meglio la qualità del rapporto intercorso tra M. Crocifissa e P. Lorenzo bisogna risalire al tempo in cui hanno vissuto insieme.
Il periodo vissuto a S. Marinella - come afferma d. Giorgio Rossi[33] - apre decisamente la Congregazione a orizzonti e problematiche nuove, prospetta situazioni differenti, sollecita risposte immediate e adeguate, rispetto alla precedente esperienza del Conservatorio ‘Polara’ di Modica, di stampo più tradizionale e limitata all’assistenza e l’educazione cristiana delle ragazze, soprattutto di quelle derelitte.[34]
S. Marinella è il luogo non solo geografico, ma anche carismatico, nel senso che qui avviene una maggiore chiarificazione del carisma, della condivisione, dell’ascolto dei bisogni della gente, della presenza di una fraternità orante in mezzo al popolo, dell’incarnazione sul territorio.
Alla luce di questo contesto le varie iniziative quali l’Associazione delle ‘Figlie di Maria’, delle ‘Madri Cattoliche’, la scuola gratuita per i figli del popolo, il laboratorio di taglio e cucito, l’attività ricreativa di recitazione, canto, gite, si possono leggere come risposte date alle sfide poste dal territorio.
E’ qui che si situa la figura, l’opera e l’impronta di P. Lorenzo in rapporto al Carmelo di M. Crocifissa: S. Marinella diventa lo spazio teologico, il “punto d’incontro delle idealità di M. Crocifissa e P. Lorenzo, nel quale si fa sempre più chiara, si completa e si definisce la fisionomia, il carisma della Congregazione.”[35]
Chiariamo meglio. C’è in un primo momento una persona, Madre Crocifissa che, in determinate circostanze di tempo e di luogo (anni 1900-1909, dopo l’iscrizione al TOC di Ispica) sente la chiara ispirazione a fondare, a dar vita ad un nuovo istituto religioso nella Chiesa:
“Sentivo la grande missione che la tenera Madre del Carmelo mi aveva predestinato: dovevo riunirmi con altre mie compagne e far rifiorire il Carmelo nel mio paese e in molti altri.”[36]
Nella maturazione di questo progetto la fondatrice si viene a trovare tra due esigenze: da una parte c’è la sua ispirazione, cui vuole essere fedele perché sa che solo in questo modo potrà essere efficace; dall’altra ci sono le difficoltà e le obiezioni che le vengono dalla società e dalla Chiesa. Tutto questo complesso di circostanze costituisce il ‘carisma del fondatore’.[37]
C’è poi un secondo momento che vede la realizzazione del progetto: nasce la strutturazione dell’istituto, se ne precisa il fine e la missione[38], se ne redigono le costituzioni, se ne fissano gli orientamenti spirituali, quelli della vita quotidiana e tanti altri necessari per la vita comune.
Ora, a mio modesto avviso, in tutto questo insieme di elementi emerge P. Lorenzo. Vale a dire: io credo di cogliere la sua specifica presenza e il suo apporto in questa seconda fase, nel codificare, in sintonia con lo spirito e il sentire di M. Crocifissa, la conferma e l’approvazione della Chiesa, quello che viene definito come il ‘carisma delle origini dell’istituto’. Non per niente è proprio in questo periodo (1925-1930) che la Congregazione prende forma, si stabilizza, riceve l’approvazione della Chiesa.[39]
Quindi, per concludere questa terza parte, tornando al tema “P. Lorenzo e il rapporto con il Carmelo di M. Crocifissa”, io avanzerei l’ipotesi per la quale non si tratta tanto di attribuire un titolo a P. Lorenzo quanto invece, di riconoscergli il ruolo non solo di confondatore e collaboratore pratico, bensì di colui che ha dato un apporto peculiare alla definizione del carisma inteso come dono non dato una volta per sempre, ma come grazia in continuo divenire e in perenne sviluppo.
P. LORENZO E IL CARMELO DI S. MARINELLA
Il rapporto di P. Lorenzo con S. Marinella attraverso il Carmelo, inizia il 15 luglio 1923 quando, celebrando la prima messa nella chiesa di ‘N. S. delle Vittorie’, dedica questo luogo alla Madre del Carmelo:
“La prima domenica era il 15 luglio: un giorno di luce intensa, cielo, mare e terra con una magnificenza di tinte, con un’aria iodata che apriva i polmoni. Il Padre portò con sé da Ladispoli il calice, il vino e persino l’acqua, l’ostia ecc: tutto abbisognava. E fu celebrata in quel giorno la prima Messa in questa Chiesa ed il Padre, ricordando essere quella giornata la vigilia della solenne festa del Carmine, dedicò, nell’intimo dell’anima, alla cara Madre e Decoro del Carmelo quest’umile Chiesa: ché venissero i Carmelitani a prender possesso di essa, e che di fronte al gran mare si erigesse una casa, un convento: tale fu il suo primo sogno.”[40]
In seguito progetta anche la costruzione di una casetta accanto alla chiesa che viene inaugurata nel maggio 1929, ma i suoi sogni vanno oltre. Si era tanto impegnato per far sì che i Padri Carmelitani acquistassero qui il terreno per un collegio, anche perché aveva cominciato ad accogliere alcune vocazioni maschili pensando di dar vita ad un ramo maschile carmelitano missionario che affiancasse le suore, ma il progetto non va in porto.[41]
Dopo il 1930 la Vicaria Curata progredisce pian piano verso un assetto pastorale più stabile; la chiesa delle ‘Vittorie’ e l’istituto delle suore carmelitane diventano sempre più punto di riferimento e centro di aggregazione della povera gente dei rioni Pirgus e Capolinaro. L’azione pastorale di don Lorenzo, in piena sintonia con le suore di M. Crocifissa diviene sempre più robusta e capillare: nel 1934 viene eretta la “Pia Unione delle Figlie di Maria” per la formazione cristiana delle giovani:
“Il gruppo delle Figlie di Maria fu veramente imponente: per la funzione si approfittò della venuta di Mons. Vescovo Ausiliare, Luigi Martinelli, il 24 aprile. Dal giorno dell’istituzione si è cercato sempre di convocare l’adunanza in una delle prime domeniche del mese oppure in una festa di Maria: le ragazze vengono regolarmente, non tutte, alla comunione mensile, ci vuole molta pazienza e molta carità, non solamente per il sacerdote che le guida, ma molto più per le Suore che ci devono combattere.”[42]
Nel periodo estivo don Lorenzo si occupa della cura spirituale dei bambini della colonia ‘Guardabassi’:
“Dietro il caseggiato delle Suore vi è la Pineta Odescalchi: già dal 1926-27 s’incominciò ad usare di questa magnifica, benché piccola pineta: venivano bambini, bambine con sorveglianti, maestre, direttrici ed altro personale ed allora vi era questo importante problema del servizio divino. Il sottoscritto assicura che in tutti questi anni ha cercato meglio che ha potuto di contentare in tutto le esigenze di questa colonia. Diventando il problema sempre più difficile, sia per il numero (circa 750), sia per il caldo, si è dovuto pensare ad una S. Messa appositamente celebrata per loro.”[43];
tiene annualmente gli esercizi spirituali al popolo, facendo venire predicatori suoi amici da Roma ma anche dall’estero, che devono adattarsi per forza di cose al tenore della gente del posto:
“Per dare agio al popolo di potersi liberamente confessare, si è creduto opportuno di chiamare un altro sacerdote di fuori, il M. R. Don Mario Nasalli Rocca, in quel tempo Beneficiato a S. Pietro, ora Canonico. Venne il 26 marzo, insieme a Mons. Caccia Dominioni (ora Cardinale) e Monsignor Arcivescovo di Cracovia. La predicazione fu molto semplice, perché il sottoscritto Vic. Curato dopo la prima predica credette opportuno di condurlo in mezzo al suo popolo: vedendo le umili casette e l’umile gente, dovette abbassare necessariamente il tono e si ambientò: la predicazione durò fino alla domenica seguente.”[44];
ogni domenica, dopo la messa, provvede alla catechesi per gli adulti; cura con particolare attenzione la vita spirituale liturgica della sua povera gente: nelle feste importanti si alza anche alle tre del mattino per confessare gli uomini che vengono in chiesa solo a Natale e Pasqua e fanno la fila davanti al confessionale. Ama questo popolo con tutto il cuore e la gente, all’inizio lontana e diffidente, ha imparato man mano a riamarlo con la stessa intensità e ora ha piena fiducia in lui.
Don Lorenzo avverte in tutta la sua forza il problema dei giovani e se ne fa carico come può, denunciando innanzitutto la situazione di degrado culturale, morale e spirituale in cui molti di essi vivono:
“E’ una pena per il sacerdote dover lavorare con pochissimi, limitatissimi mezzi: vi sarebbe tanto bisogno di raccogliere la gioventù: quella femminile è già a posto, hanno una bella sala per il laboratorio, un bel teatro presso le Suore Missionarie Carmelitane. Le Figlie di Maria si sono affezionate alle suore: frequenti teatrini, passeggiate, canti e Messe cantate in chiesa, frequenza dei Sacramenti, infine un miglioramento si trova e non si può nascondere.
Ma la
parte maschile è ancora abbandonata dal Vicario Curato, per mancanza di locali
adatti e separati: è necessario per lavorare come si deve in parrocchia, di
avere dei locali vasti, ariosi, specialmente per i giovani. E’ necessario che il
Sacerdote si sobbarchi anche questo gravissimo peso. Sarebbe anche di necessità
che in ogni parrocchia di una certa entità, vicino ad un parroco anziano vi
fosse un sacerdote giovane, coadiutore che specialmente si occupasse della
gioventù maschile; inoltre, vedendo i salutari effetti nelle Figlie di Maria,
sarebbe d’obbligo per tutte le Suore
d’interessarsi di questa pia associazione e
di non rifiutarsi a cooperare in questo l’opera del Parroco, che allora si
limiterebbe alla parola divina e alla distribuzione dei SS. Sacramenti.
La gioventù maschile di tutto il paese di S. Marinella si trova in una condizione desolatissima: è una costatazione di fatto che non può negarsi. Causa l’indifferenza dei genitori, i bambini maschi vengono rarissimi al catechismo, e seguendo l’esempio del padre specialmente, non frequentano la S. Messa e molto meno i Sacramenti.
Unica gioia è il gioco di Football che astrae completamente il fanciullo e il ragazzo: ecco la triste storia di questo paese, che non si deve all’incuria dei sacerdoti, che ci soffrono a questo spettacolo, ma che si trovano impotenti di fronte a tale decadenza di spirito.”[45]
Nel 1937, col consenso del vescovo diocesano fonda la “Pia Unione delle madri cristiane” per dare continuità formativa alle giovani della Vicaria:
“Avendo il Vicario Curato, fatto domanda a S. E. il Cardinal Boggiani per l’istituzione della Pia Unione delle Madri Cristiane nella sua Vicaria, il nuovo Amministratore Apostolico si è degnato benignamente concedere questa grazia mediante Decreto del 10 marzo 1937.”[46];
cura che nella vita ecclesiale di questa chiesa non manchi l’impronta carmelitana: per la festa della Madonna del Carmine del 1937, 25° del suo sacerdozio, ha la gioia di veder ‘troneggiare’ sull’altare l’immagine della Vergine del Carmelo benedetta dal P. A. Grammatico, e di poterla portare per le vie della Vicaria in solenne processione:
“Quel che rimarrà nella mente di molti sarà certamente la funzione: la Vergine SS. del Carmine andava a benedire la Vicaria: partendo dalla Chiesa delle Vittorie la processione andò direttamente alla Pineta, dove era accampata la colonia fascista Duilio Guardabassi, un 700 persone tra bambine e inservienti. Qui fece un giro attraverso i pini, tra le bambine osannanti alla Vergine. Con semplicità e tatto finissimo Sua Eccellenza Mons. De Santis parlò ai bambini, con la sua voce chiara, penetrante, ricordando la gloria della Vergine. Quindi, si andò al gruppetto delle case, dietro la Pineta e qui di nuovo si benedì con la reliquia della Vergine il popolo. Prendendo per via Cavour, lungo il mare, si arrivò infine al Capo Linaro.
Al Capo Linaro fu gettata da una barchetta una corona al mare e si recitò infine il De Profundis per tutti i naufragati. Al ritorno era pronto l’altare fuori della Chiesa: da quest’altare fu data la benedizione col SS. ed il Vicario Curato ricordò al popolo convenuto come fosse stato suo desiderio nel 1923 di vedere questa contrada dedicata alla Vergine del Carmine e quale in questo giorno fosse la sua gioia vedendosi esaudito.”[47]
Condivide con il suo popolo la fatica, i problemi quotidiani, il dramma della guerra, con i suoi giovani che vede partire per il fronte, la gioia per chi riesce a tornare, le lacrime per chi muore lontano dalla casa e dalla patria[48], i bombardamenti, la paura, lo sfollamento, il ritorno.
Da quel lontano 1923 trascorrono più di due decenni, il popolo della Pirgus è divenuto ormai una vivace comunità, i tempi sono maturi perché la Vicaria Curata sia eretta a parrocchia: quale gioia per don Lorenzo che ne è nominato parroco!
“Auctoritate Nostra ordinaria ... in loco “Pirgus” B. M. V. de Monte Carmelo dicata, tenore praesentium, erigimus et erectam volumus et declaramus... praefata Paroecia de idoneo Pastore provideatur, qui populo in divinis et animarum cura gerenda prosit, Missam diebus festis pro ovibus suis celebrare, sacramenta ministrare, aliaque paroecialia munera implere debeat et teneatur, dilectus Nobis in Cristo, Rev. don Laurentium van den eerenbeemt praeficimus...”
Eugenius Portuensis et S. Rufinae
S. R. E. Card. Tisserant
30 ottobre 1949[49]
Don Lorenzo sta ancora bene ma le prove della vita e gli acciacchi dell’età cominciano a farsi sentire: che ne sarà di questa parrocchia quando lui non ci sarà più? L’antico desiderio dei Carmelitani a S. Marinella torna a farsi sentire più forte che mai. Non passano molti anni e finalmente i carmelitani arrivano: è l’anno 1953.
“Colui che scrive queste linee ha avuto sempre in pensiero due cose: che la chiesetta delle Vittorie diventasse della Madonna del Carmelo e che la chiesetta venisse in mano dei Padri Carmelitani. Fin dall’acquisto della chiesetta, o meglio del terreno adiacente e della costruzione della casetta per il sacerdote, nel 1929, il suo pensiero era stato per l’Ordine del Carmelo. Quali ringraziamenti egli non deve rendere di essere così provvidenzialmente esaudito a suo tempo, in queste circostanze dalla Vergine Madre, Mediatrice di grazie?
La robustezza fisica che l’ha accompagnato per tanti anni fino allo sfollamento, dopo il ritorno da Castelgiuliano lo ha abbandonato; dolori reumatici gli hanno impedito di poter camminare speditamente, sudori straordinari per ogni piccolo movimento, il cuore sbandato ecc. Ci si aggiungono le amarezze subite in conseguenza della guerra e dello stato d’animo totalmente mutato della popolazione. Tutto questo rendeva pesante il compito di Parroco, e perciò l’insistenza presso i PP. Carmelitani del P. Lorenzo. E’ vero, vi erano altri Ordini che volentieri avrebbero accettato la parrocchia, ma l’affetto era sempre per i Carmelitani.
Ringraziando la Vergine del Carmelo, ha ascoltato la voce del P. Lorenzo il M. R. P. Provinciale della Provincia Romana Telesforo Cioli, con cui si è combinato quanto segue:
1. la Parrocchia della Madonna del Carmine viene affidata alla Prov. Romana dei Carmelitani: questo dalla parte della Curia Vescovile;
2. la casa parrocchiale composta di 4 camere, ampio corridoio, due ripostigli con gabinetto e bagno, più il terreno circostante (circa 1.200 m.) viene completamente ceduta alla Prov. Romana gratuitamente;
3. unico compenso spirituale, l’aiuto spirituale della S. Messa quotidiana;
4. Nei riguardi dell’attigua striscia di 7x100=700 mq, viene questa permutata con circa 200 mq. di spiaggia dalla parte dei Carmelitani. La casa un po' malandata a causa delle rotture d’asfalto del terrazzo e un po' umida a causa dei lavori mal fatti, non era nel momento della donazione, così fatiscente come si vuol far credere: le mura possono sostenere un terzo piano senza alcuna difficoltà; la muratura solida; il portone, con un poco di aggiustatura fa una bella presenza sulla via F. Odescalchi, le finestre da aggiustarsi con qualche stanghetta e con buona vernice. In tutti i casi il P. Lorenzo ha dato quel che aveva col solo scopo di vedere la parrocchia in mano dei Carmelitani, senza alcun interesse materiale.
Gode il P. Lorenzo di vedere la Parrocchia nelle buone mani del P. Nazareno Mauri.”[50]
Il Provinciale di allora, mons. Telesforo Cioli, conferma quanto scrive P. Lorenzo nella Cronistoria:
Si trattava di assumere la responsabilità della parrocchia, fino ad allora retta dal P. Lorenzo; quindi, la costruzione della sede parrocchiale compresa l’abitazione per la comunità. Trovandoci concordi nelle intenzioni e nei progetti, l’attuazione del progetto non trovava ostacoli, si trattava piuttosto di far presto, data anche la fretta del P. Lorenzo di potersi liberare dalla responsabilità parrocchiale per potersi invece dedicare integralmente alla soluzione dei problemi concernenti l’Istituto delle Suore... Debbo dire che in tutto il sessennio i miei rapporti col P. Lorenzo si svolsero con fraterna cordialità, protesi al bene comune, sia della parrocchia che della Istituzione delle Suore Carmelitane, avviata ormai a un sicuro sviluppo.”[51]
Ora don Lorenzo è sereno anche perché ha piena fiducia nel giovane parroco, P. Nazareno Mauri al quale è stata affidata la parrocchia. Questi, infatti, dichiara:
“Quando gli sono succeduto come parroco, oltre ai consigli, la confessione e l’assistenza spirituale lo vedevo sempre attento nel seguire il bene spirituale della parrocchia, senza invadenze, anzi, con tanto rispetto, umiltà e distacco. Mi ha incoraggiato sempre a fare ciò che ritenevo opportuno, manifestandosi sempre soddisfatto e contento dei risultati del mio ministero. Soprattutto era contento del fatto che ora poteva stare tranquillo perché un sacerdote giovane stava in questa parrocchia.”[52]
Don Lorenzo ormai sente di aver veramente compiuto la sua missione fra la gente della ‘Pirgus’ e si ritira sereno accanto a M. Crocifissa e le suore, a pochi passi da quel piccolo Carmelo che è germogliato e cresciuto dal suo cuore e sul quale continua a vegliare con amore di padre.
Egli, pur nel vortice di una vita fatta di azione e di gesti, era e rimane fondamentalmente un contemplativo, un uomo dallo sguardo limpido, capace di vedere la realtà con gli occhi di Dio e con lo sguardo fisso al futuro; un uomo che aveva fatto sua la scelta della beatitudine dei ‘puri di cuore’, disponibile a lasciarsi guidare dalla Sapienza di Dio senza mai lasciarsi dominare né sconvolgere dalla contingenza storica.
Eravamo partite con l’intenzione di alzare, almeno un po' il velo che finora ha coperto la figura di P. Lorenzo, assumendo un atteggiamento di discrezione e di umiltà; non so se ci siamo riuscite, nel caso contrario P. Lorenzo perdoni le nostre presunzioni.
Al termine di questa nostra modesta riflessione mi pare interessante fare con voi alcune rilevazioni che possono esserci utili per un’ulteriore condivisione e scambio di idee, soprattutto relativamente all’azione e allo stile pastorale di P. Lorenzo che è quello che maggiormente ci provoca.
|
|
P. Lorenzo, pur avendo acquisito molti titoli e cariche, non ha vissuto la Chiesa degli apparati, ma piuttosto quella ‘del grembiule’ (come la definisce don Tonino Bello), nel senso che ha servito la Chiesa e nella Chiesa facendosi compagno dell’uomo, prendendolo sotto braccio, amandolo, inseguendolo, volendogli bene, facendosi carico dei suoi problemi, lavandogli i piedi senza chiedere nulla in cambio. |
|
|
“L’avvenire ha i piedi scalzi” dice uno scrittore francese, volendo intendere che il futuro lo costruiscono i poveri; ma i poveri hanno bisogno di chi liberi la loro speranza, la organizzi, sappia disegnarne i percorsi concreti di realizzazione: questo è quanto ha fatto don Lorenzo a S. Marinella, in questa Chiesa degli ultimi della zona ‘Pirgus’. Convinto che Dio si è fatto ‘inquilino’ della persona umana e che lì bisogna cercarlo per adorarlo, ha testimoniato nella vita di ogni giorno che il volto di Dio è il volto dei poveri e lo ha riconosciuto, amato, promosso e servito nella sua povera gente, nei suoi ragazzi, nei suoi amici ebrei, dei quali non si è mai permesso di violentare le coscienze, avvicinandoli invece, con un dialogo delicato, rispettoso della diversità, liberante. |
|
|
Per dialogare con gli uomini e le donne del suo tempo frequenta le strade dove essi abitano, entra nelle loro case, nella loro vita, conosce e assume le loro miserie, distribuisce denaro, tutto quello che ha, consiglia, incoraggia, orienta, offre soluzioni, (sono in tanti ad affermare che sapeva sempre cosa bisognava fare e quando ti presentavi da lui trovava sempre una soluzione per tutto), ma soprattutto apre il cuore a tutti e sempre. |
|
|
Ha usato il linguaggio della sua gente. Lui studioso, uomo di pensiero e di cultura, si è lasciato modellare dai suoi pescatori, contadini, fiorai, massaie, operai, riscrivendo il Vangelo secondo la grammatica e la sintassi di chi si guadagna a stento il pane col sudore della fronte. Ecco allora che le sue omelie, le sue catechesi al popolo, i suoi esercizi spirituali sono intessuti di immagini casalinghe e feriali a tutti comprensibili. Per esprimere il messaggio evangelico utilizza il linguaggio della gente, rendendo vicino e accessibile ai poveri il mistero della salvezza (ha tradotto in versi in lingua italiana, tutta la Bibbia per far sì che la gente potesse non solo conoscerla ma più facilmente impararla a memoria). |
|
|
La sua parola, i suoi interventi sono lungamente cercati nella preghiera, per questo risultano limpidi, veri, senza finzioni. E la gente lo sà e allora, quando bussa alla sua porta sa attendere pazientemente se don Lorenzo non ha finito di pregare; i chierichetti sanno che quando don Lorenzo è in ginocchio davanti all’altare non bisogna far chiasso e allora sgattaiolano via in silenzio, senza disturbare. E’ una forma di educazione e di rispetto con cui tutti i suoi ragazzi sono cresciuti. Per questo i suoi richiami, le correzioni, a volte anche taglienti, sono credibili, accettate e producono effetto. |
|
|
La forza e lo spessore della sua fede hanno reso capace P. Lorenzo di vedere e leggere ogni avvenimento con la semplicità e la lucidità di chi non solo ha assimilato la prospettiva di Dio, ma vive abbandonato in Lui. La sua visione armonica e unitaria dell’universo, visto come spazio pervaso in tutti i suoi angoli dalla santità, lo rende uomo eminentemente contemplativo, amante del sapere, del bello del buono, della musica, della poesia, dell’arte. Un sapere che non tiene per sé ma che si sforza sempre di tradurre per tutti. |
|
|
Don Lorenzo: un uomo che ha compreso e testimoniato che non si può solo parlare dei poveri o ai poveri, ma bisogna mettersi sulla pelle la camicia dei poveri. Un uomo che, sulle orme di Isaia si è fatto sentinella nella notte, capace d’intravedere la luce prima ancora che spunti, attendendola con amore paziente e con animo sgombro. |
Mi sembra, allora, senza ombra di equivoci che P. Lorenzo costituisca per noi
oggi l’esempio più limpido e trasparente di come si possa “far rifiorire il
Carmelo restaurando l’umanità”. È quanto ha affermato anche il suo confratello,
il provinciale P. Carlo Cicconetti in occasione del I° Raduno a S. Marinella,
dei ‘Ragazzi di P. Lorenzo’:
“La nostra Provincia carmelitana sente il dovere di gratitudine al P. Lorenzo per la fondazione della Parrocchia del Carmelo e per aver voluto tenacemente che essa passasse sotto la guida dei PP. Carmelitani. Una intuizione profetica del concetto di ‘Famiglia carmelitana’ recentemente tematizzata nella legislazione e nelle iniziative del nostro Ordine e qui visivamente manifestata in una sorta di ‘isola’ carmelitana. Se il chicco di frumento non muore... P. Lorenzo ha accettato dignitosamente di ‘morire’ mentre era in vita, sacrificando ‘giuridicamente’, persino ciò a cui più teneva: il suo ‘status’ carmelitano. Questo sacrificio ha concorso a “far rifiorire il Carmelo” nelle figlie di M. Crocifissa; quel Carmelo che non ha mai realmente abbandonato e nel quale è stato riaccolto.”[53]
sr M. Gloria Conti cmstgb
[1] Per la prima parte della vita di P. Lorenzo, dalla nascita fino al suo arrivo a Parigi, rimando alle p. 7 dell’opuscolo “Nella Pirgus una luce”, S. Marinella 1998.
[2] Cf., VAN DEN EERENBEEMT L., Appunti della mia vita, 7 ottobre 1950, pp. 22-23, in Arch. Curia generalizia, S. Marinella. MINIERI B., Bozza di profilo biografico su P. Lorenzo, rimasta incompiuta.
[3] V. D. EERENBEEMT L., Appunti della mia vita, o. c. p. 29.
[4] V. D. EERENBEEMT L., Appunti ..., o. c. p. 29.
[5] V. D. EERENBEEMT L., Appunti ... o. c., pp. 30-32.
[6] V. D. EERENBEEMT L., Appunti ... o. c., p. 31-34
[7] V. D. EERENBEEMT L., Formula della professione temporanea, Boxmeer, 30 settembre 1907, in Arch. convento carmelitano di Boxmeer (Olanda). Tra la data scritta nella formula e quella riportata da P. Lorenzo nei suoi appunti si rileva una difformità, in quanto in quest’ultimi lui annota come giorno della professione il 15 ottobre 1907, ma, vista la fotocopia conforme all’originale della formula, è da ritenere esatta quest’ultima.
[8] V; D. EERENBEEMT L., Appunti ... o. c. p. 34.
[9] V. D. EERENBEEMT L., Appunti ... o. c. pp. 34-35.
[10] V. D. EERENBEEMT L., Formula della professione solenne, Oss 15 ottobre 1910, in Arch. Convento di Oss (Olanda). Anche in questo caso si rileva una difformità relativa all’anno, in quanto nei suoi appunti P. Lorenzo scrive 15 ottobre 1908, ma si ritiene valida la fotocopia autentica, anche perché è lo stesso padre che più volte, nei suoi appunti, scrive di non ricordare molto bene nomi e date.
[11] Cfr V. D. EERENBEEMT L., Cronistoria della Chiesa di Nostra Signora delle Vittorie, ora Nostra Signora del Monte Carmelo, p. 35, in Arch. Postulazione, S. Marinella.
[12] Cfr V. D. EERENBEEMT L, Lettera 23 giugno 1924, In Arch. Postulazione Causa: “Da molto tempo ho un vivissimo desiderio di fondare un Terz’Ordine regolare carmelitano per le missioni ... Credo che se lei unisse i suoi nobili sforzi ai miei il suo Terz’Ordine avrebbe nella Chiesa un grande avvenire... E’ un anno che raccomando a Dio quest’Opera santa che deve abbracciare tutto il mondo.”
CURCIO CROCIFISSA, Lettera 28 giugno 1924, in Arch. Postulazione Causa: “Ho trovato finalmente il Padre nel nostro Santo Ordine che vuole condividere il mio grande ideale? Ella, o Rev. Padre, da un anno che raccomanda a Dio quest’Opera santa ... ma io sin dall’infanzia.”
[13] V. D. EERENBEEMT L., Cronistoria della Chiesa di Nostra Signora delle Vittorie, S. Marinella, ora N. Signora del Monte Carmelo, 1925-1952, p. 40, in Arch. Postulazione S. Marinella.
[14] FRANCO A., (Procuratore generale dell’Ordine Carmelitano), Dichiarazione a P. Lorenzo, Roma, 1 aprile 1928, C. P. vol., VII, p. 504: “ Il sottoscritto Procuratore generale dei Carmelitani, dichiara che nel mese di giugno 1925, trovandosi a colloquio con l’Eminentissimo Signor Cardinale Antonio Vico, Vescovo di Porto S. Rufina, fu assicurato dal medesimo che volentieri avrebbe accolto in S. Marinella alcune Suore Terziarie Carmelitane provenienti da Modica (Sicilia). Ciò in seguito ad un esposto presentato allo stesso Em. mo Principe dal P. Lorenzo van den eerenbeemt, Religioso Carmelitano, deputato dai Superiori dell’Ordine a prestar la sua assistenza spirituale a dette suore. L’Em. mo Cardinale Vico effettivamente ha accettato ad experimentum le Terziarie Carmelitane in parola, le quali da oltre due anni vivono in una loro casa a S. Marinella, edificando quel popolo col loro zelo operoso. In fede rilascio la presente a P. Lorenzo van den Eerenbeemt, per uso ecclesiastico. Roma, Collegio S. Alberto, 1 aprile 1928, P. Antonino Franco, Procuratore Generale dei Carmelitani”.
[15] Cfr V. D. EERENBEEMT L., Cronistoria ... o. c. pp. 39-40.
[16] V. D. EERENBEEMT L., Cronistoria ... o. c. pp. 40-41.
[17] V. D. EERENBEEMT L., Cronistoria ... o. c. pp. 41-43.
[18] ANGELICI MAURIZIO (fr GERARDO) , Testimonianza n. 1, Roma, 20 maggio 1997, in arch. Postulazione, S. Marinella.
[19] MAURI MICHELE (P. NAZARENO) , Testimonianza n. 5, S. Marinella, 16 giugno 1997, in arch. Postulazione, S. Marinella.
[20]CIOLI GIOVANNI TELESFORO, Testimonianza n. 6, S. Marinella, 30 giugno 1997, in arch. Postulazione, S. Marinella.
[21] LUCAFERRI MICHELE, Testimonianza n. 12, Roma, 6 novembre 1997, in arch. Postulazione, S. Marinella.
[22] LORENZONI REMO (P. SERAFINO), Testimonianza n. 17, S. Marinella, 19 novembre 1997, in arch. Postulazione, S. Marinella.
[23] CONSALVO P. ALBERTO, Testimonianza n. 68, Napoli, 15 marzo 1998, in arch. Postulazione, S. Marinella.
[24] BOGGIANI T. P., Decreto di esclaustrazione e incardinazione di P. Lorenzo nella diocesi di Porto S. Rufina, Roma, 21 febbraio 1930, in arch. Postulazione S. Marinella.
[25] BOGGIANI T. P., Decreto di erezione della Vicaria Curata di N. S. delle Vittorie in S. Marinella, 23 febbraio 1930; Decreto di nomina di don Lorenzo van den Eerenbeemt a Vicario Curato, 25 febbraio 1930, in arch. Postulazione, S. Marinella.
[26] BOGGIANI T. P., Decreto di erezione della Congregazione a istituto di diritto diocesano, Roma, 13 aprile 1930; Decreto di approvazione delle Costituzioni, Roma, 10 luglio 1930 in arch. Curia generalizia S. Marinella.
[27] HEALY K., Testimonianza n. 20, Beabody (USA), 6 dicembre 1997, in arch. Postulazione S. Marinella.
[28] WILDERINK V., Testimonianza n. 22, S. Marinella, 12 dicembre 1997, in arch. Postulazione S. Marinella.
[29] THUIS F., Testimonianza scritta n. 28, inviata da Boxmeer (Olanda) alla Postulazione il 23 dicembre 1997, in arch. Postulazione, S. Marinella.
[30] Ap 7, 14.
[31] Cfr ROCCA G., Il carisma del fondatore, Milano 1998, pp. 81-84. La lista degli elementi che compongono il carisma del fondatore varia secondo gli studiosi, ma quelli di solito indicati sono i seguenti: 1. l’aver concepito l’idea dell’istituto con le sue finalità; 2. l’aver dato vita all’istituto; 3; l’esperienza divina o chiamata/vocazione particolare a fondare; 4. la particolare sensibilità verso un bisogno, spirituale o materiale, del proprio tempo; 5. la paternità/maternità, per cui tutti i fondatori si sentono nascere in cuore un particolare senso di paternità/maternità verso il gruppo dei discepoli, considerati figli del loro spirito, da loro generati in Cristo; 6. l’aver dato al gruppo le norme di vita e di governo, anche se questo è un elemento accessorio, nel senso che il fondatore può redigere personalmente le costituzioni, ma anche incaricare altri di farlo; 7. le sofferenze del fondatore, cioè le difficoltà da superare per arrivare alla fondazione dell’istituto; 8. l’ecclesialità della fondazione, come inserimento nella vita della Chiesa; 9. il riconoscimento ufficiale della Chiesa, nell’approvazione diocesana e in quella pontificia il riferimento esplicito è alla fondatrice M. Crocifissa Curcio; 10. il carattere missionario della fondazione, non ci si riferisce alle missioni in senso stretto, ma al fatto che l’istituto tende di per sé a diffondersi, a espandere il Vangelo; 10. una nuova forma di sequela Christi.
[32] CURCIO M. CROCIFISSA, Lettera 23 giugno 1925, in Arch. Postulazione, S. Marinella.
[33] Cfr ROSSI G., Territorio e Congregazioni religiose, in Atti I Convegno di studio “Madre M. Crocifissa Curcio un dono dello Spirito al Carmelo”, Sassone (Rm) 1990, pp. 59 e ss.
[34] Cfr ACGM, Statuto delle Terziarie Carmelitane di Modica, Cap. I, artt. 2-3, in Arch. Postulazione, S. Marinella.
[35] Cfr ROSSI G., Territorio ... o. c., p. 59.
[36] CURCIO M. CROCIFISSA, Ricordi, p. 13, in Arch. Postulazione, S. Marinella.
[37] Cfr ROCCA G., Il carisma ... o. c. pp. 65-66. Per alcuni il carisma del fondatore comprende tante cose: intervento diretto e specifico di Dio sul fondatore, una particolare spiritualità, specifiche esperienze spirituali, e ovviamente, l’aver fondato un istituto; per altri (Famrée, Midali, Ciardi) carisma del fondatore indica in primo luogo una particolare, diretta e specifica azione di Dio nei riguardi di una persona perché sia all’origine di un nuovo istituto: è questo l’essenziale; per altri ancora, il carisma del fondatore è anzitutto la capacità di arrivare alla fondazione di un istituto religioso (Mainka) anche senza l’apporto di nuove spiritualità o particolari comprensioni del Vangelo.
[38] Cfr le Lettere del 23 e 28 giugno 1924 di P. Lorenzo e M. Crocifissa già citate.
[39] 13 aprile 1930, approvazione diocesana; 10 luglio 1930, approvazione delle prime costituzioni.
[40] V. D. EERENBEEMT L., Cronistoria o. c., p. 35.
[41] V. D. EERENBEEMT L., Cronistoria, o. c., pp. 38-39
[42] V. D. EERENBEEMT L., Cronistoria, o. c., p. 48.
[43] V. D. EERENBEEMT L., Cronistoria, o. c., pp. 48-49.
[44] V. D. EERENBEEMT L., Cronistoria, o. c., p. 49.
[45] V. D. EERENBEEMT L., Cronistoria, o. c., pp. 50-51.
[46] V. D. EERENBEEMT L., Cronistoria, o. c., p. 52.
[47] V. D. EERENBEEMT L., Cronistoria, o. c., pp. 56-57.
[48] Cfr V. D. EERENBEEMT L., Cronistoria, o. c., p. 76.
[49] TISSERANT E., Decreto di erezione della parrocchia del Carmelo e di nomina del parroco, 30 ottobre 1949, ex arch. parrocchia S. Maria del Carmine, S. Marinella.
[50] V. D. EERENBEEMT L., Cronistoria ... o. c., pp. 109-110.
[51] CIOLI T., Testimonianza n. 6, Roma, 30 giugno 1997, in arch. Postulazione, S. Marinella.
[52] MAURI N., Testimonianza n. 6, S. Marinella, 12 giugno 1997, in arch. Postulazione S. Marinella.
[53] CICCONETTI C., Lettera alla Superiora generale, Roma, 3 maggio 1998, in occasione del I° Raduno dei ragazzi di P. Lorenzo a S. Marinella, in arch. Postulazione, S. Marinella.