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sr M. Virginia Murtinu
cmstgb


Diario missionario


1947 – 1955


Viaggio dall’Italia
e primi anni in Brasile


presentazione
traccia biografica dell'autrice

partenza
prime avventure di viaggio
festa per Maria Immacolata
disavventure e umiltà
in vista della meta
arrivo a Rio de Janeiro
viaggio per Paracatù
prime esperienze
avventure e amare disillusioni
iniziative
altri contrasti
la prima vocazione brasiliana
serve una casa per noi
iniziano le opere
finalmente a casa nostra
rientro improvviso

conclusione



fondatori_1926






Presentazione della Superiora generale
Care sorelle,
il cammino della nostra Famiglia conta ormai quasi 80 anni dalla prima approvazione diocesana, ottenuta dai Fondatori nel 1930. È maturo, quindi, il tempo per guardare con serenità alla nostra storia familiare, per riscoprire in essa i tratti esistenziali del nostro carisma, imparare, cioè, a vedere la nostra specifica e particolare identità ecclesiale non più soltanto nella vita e nelle dichiarazioni dei Fondatori o nei documenti ufficiali, ma nella filigrana della vita quotidiana, della preghiera e delle scelte apostoliche delle nostre sorelle che per prime hanno accolto la chiamata a essere Carmelitane missionarie di santa Teresa di Gesù bambino.
Nel leggere queste pagine del diario brasiliano di sr M. Virginia Murtinu si prova una grande gioia che accompagna un'altrettanto grande ammirazione per la fede e la fortezza che hanno sostenuto le prime quattro sorelle Carmelitane missionarie inviate in Brasile. Sfogliando queste pagine si alza un'onda di ricordi, alcuni dei quali sono molto personali, e, soprattutto, si eleva dal cuore una lode al Signore che ci dimostra ancora una volta che le Sue meraviglie possono sorgere anche dalle realtà umane più umili, purché noi ci affidiamo sinceramente a Lui! Davvero sr M. Agnese, sr M. Virginia, sr M. Eliana e sr M. Grazietta sono state per il Brasile il “piccolo granello di senape” che, seminato dalla mano divina, “è divenuto un grande albero”!
Non vi sembri troppo ardito, questo paragone: nel luglio 1925, madre M. Crocifissa partì dalla Sicilia e, contando fiduciosamente su Dio mediante padre Lorenzo, giunse a Santa Marinella dove, fra mille difficoltà e con innumerevoli sacrifici di ogni genere, entrambi diedero vita alla nostra Famiglia religiosa. Con lei giunsero suor M. Maddalena Giunta, suor M. Caterina Pisana e suor M. Nazzarena Quartarone e a Santa Marinella l'accolsero due giovani vocazioni accompagnate da padre Lorenzo: Francesca Boi e Carmela Aroni. Ventitrè anni dopo, nel novembre 1947, contando solo su Dio e sui Frati Carmelitani, partirono per il lontanissimo Brasile le quattro sorelle di cui leggiamo in queste pagine e con loro, si ripeté la storia della fondazione: difficoltà, lotte, privazioni, incomprensioni e poi una grande fioritura!
Sono certa che, in modi e misure diverse tutte le nostre sorelle che, negli anni seguenti, sono partite per terre lontane ad impiantare nuove comunità carmelitane missionarie, potrebbero raccontare una storia molto simile a questa!
Auguro a tutte noi che leggiamo questo diario missionario di lasciarci accendere dallo stesso amore di Dio e dall’identico zelo per il Regno e per la Congregazione che spinse e sostenne le nostre sorelle e del quale oggi godiamo i frutti, affinché si ripeta ancora questa bellissima storia d’amore, e davvero “rifiorisca il Carmelo” in ogni parte del mondo!
Fraternamente vi saluto
sr M. Madalena Tada
Superiora generale




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virginia1970sr M.  Virginia fra i membri
del Capitolo generale del 1970

Traccia biografica di sr M. Virginia Murtinu
Sr M. Virginia è nata a Cagliari, in Sardegna, il 14 agosto 1916, da Domenico Murtinu e Raffaella Scanu. È battezzata il 16 agosto 1916 con i nomi di Giovanna, Mafalda, Iolanda, Maria e Virginia. Fu cresimata il 24 novembre 1922.
Trasferitasi a Sassari (capoluogo nel nord della Sardegna) con la famiglia, al termine degli studi dell’obbligo, aiuta per qualche tempo i genitori nella gestione di un piccolo esercizio commerciale. Già Terziaria Carmelitana a Sassari, su indicazione dei Frati Carmelitani della sua città, entra nella nascente congregazione delle Suore Carmelitane missionarie di s. Teresa b. G., nella Casa madre di Santa Marinella, il 15 maggio 1936. Inizia il noviziato il 9 agosto 1937 ed emette la prima professione il 15 ottobre 1938 nelle mani della Fondatrice, la beata madre M. Crocifissa Curcio. Professa i voti perpetui nel 1941.
Completati a Santa Marinella gli studi musicali e quelli per l’insegnamento nelle scuole materne, nel novembre 1938 viene inviata a Carinola (prov. di Caserta) come educatrice delle giovani “corrigende minorenni” e, con lo stesso compito, viene integrata nella comunità di Santa Marinella nel 1941. Ha anche raggiunto un buon livello nello studio e nella pratica della musica e del canto, che diventano mezzi prediletti del suo apostolato fra le giovani. È anche una brava ricamatrice.
Dopo vari cambiamenti di comunità, nel 1946, accogliendo l’invito pressante della Fondatrice, è la prima religiosa a offrirsi volontaria per recarsi in Brasile ad aprire lì la prima comunità della congregazione. Insieme con altre tre sorelle, sr M. Agnese Giunta, sr M. Eliana Spadola e sr M. Grazietta Macauda, s’imbarca da Napoli per il Brasile il 27 novembre 1947. A Paracatù, pur fra mille difficoltà, si occupa della chiesa parrocchiale e dell’educazione delle fanciulle: è, e rimarrà sempre, fedelissima all’esortazione che madre M. Crocifissa le ha rivolto nell’ accomiatarsi: “Va’, figlia dei miei sogni giovanili, io sono malata e non posso andarci: mando te per me. Vai e porta in questa terra di missione la mia preghiera, il mio zelo, tutto quello che avrei dovuto portare e ti raccomando i poveri!”.
Rientrata in Italia nel 1955, risiede a Maccarese (prov. di Roma) e poi a Jesi (prov. di Ancona) , dove è Superiora della comunità e direttrice della scuola materna presso “L’opera della nonna”. In tutti i suoi incarichi di responsabilità mostra sempre grande attenzione per la fedeltà agli impegni della vita consacrata e anche per la formazione culturale e spirituale delle sorelle della sua comunità, manifestando uno stile di azione materno, energico, esigente e anche ricco di comprensione, riuscendo a contemperare una grande capacità pratico-organizzativa con un’alta e costante attenzione e cura per la vita spirituale.
Dietro pressante invito della Superiora generale, madre M. Grazietta Giunta, ritorna in Brasile nel gennaio 1964 con l’incarico di Delegata della Superiora generale e Superiora della comunità di Paracatù. Da qui, nel 1965, passa alla nuova casa di noviziato, a Uberaba, della quale cura anche la fondazione: è Responsabile della comunità e Maestra delle novizie, continuando a esercitare l’incarico di Delegata.
Alla costituzione della Regione brasiliana, nel gennaio 1972 viene scelta come Superiora regionale. Tale incarico le viene confermato dal 1° Capitolo regionale brasiliano, nel luglio 1977.
Dopo la celebrazione del 2° Capitolo regionale in Brasile (1980) , ammalata di diabete, è rientrata in Italia per cure mediche. Viene assegnata alla comunità di Focene e poi, dal 1985, a quella di Fregene. Qui è stata una presenza sempre discreta, accogliente e attenta, felice di trovarsi a contatto con le consorelle, i sacerdoti della parrocchia e le minori accolte nella casa “Maria Andriani Aprosio”, sebbene sofferente per i disagi dell’età e per non potersi rendere utile alla comunità, se non con la preghiera. Sempre accogliente con tutti, riceveva con gioia e trepidazione particolari le visite delle sorelle provenienti dalle comunità brasiliane che per lei erano anche figlie amatissime.
Ha conservato costantemente un grande amore per il Brasile, la sua gente, la sua Chiesa e le sorelle Carmelitane che aveva aiutato a crescere e a diventare un’importante realtà ecclesiale. Eppure non parlava volentieri del Brasile e della sua vita: temeva di commuoversi troppo e provocarsi un malessere! L’altro suo grande amore è rimasta sempre la natia Sardegna, della quale parlava con nostalgia dolcissima.
Il 29 gennaio 2002, dopo un rapido aggravamento delle condizioni di salute, è stata ricoverata d’urgenza a Roma nel reparto di rianimazione dell’ “Hospital Aurelia” ed è spirata senza riprendere conoscenza il primo febbraio, dopo aver ricevuto gli ultimi Sacramenti.
I funerali sono stati celebrati il giorno seguente e il corpo di sr M. Virginia è stato sepolto nel cimitero di Santa Marinella, accanto ai Fondatori della Congregazione e a tante consorelle della prima ora.
R.I.P.


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con i Fondatori, seduti,
sr M. Grazietta Giunta, la "madre Vicaria",
e sr M. Maddalena Giunta,
le sorelle missionarie pronte alla partenza, in piedi

con i fondatori

particolare delle quattro sorelle protagoniste del racconto
fotografate alla partenza da Santa Marinella
agnese eliana virginia grazietta
sr M. Agnese Giunta cmstgb
la Superiora
sr M. Eliana Spadola cmstgb
donna concreta e battagliera
sr M. Virginia Murtinu cmstgb
l'autrice del diario
sr M. Grazietta Macauda cmstgb
la più giovane del gruppo



Diario


Primo viaggio missionario per il Brasile

14 Novembre 1947

(Festa di S. Giovanni della Croce)



Dopo nove giorni di navigazione, mi decido ad iniziare questo diario1. Avrei dovuto farlo giornalmente per essere più preciso, anche nei minimi particolari, ma la tempesta del mare non l’hanno permesso. Racconterò brevemente ciò che ancora ricordo, come mi è stato chiesto dai ven.ti Superiori2.

Oggi, 28-11-1947, è l’ultimo giorno che trascorriamo nella nostra amata Patria! Siamo molto meste!

Il Rev. Padre Carmelo Luisi, ha per noi un pensiero molto gentile: ci porterà a visitare il Santuario di Pompei. Dopo aver celebrato la s. messa, ci ha fatto vedere la stanza del tesoro e tante altre meraviglie del Santuario. Poi siamo andate a Napoli per salutare i Padri Carmelitani e conoscere le parti storiche della chiesa, tra le quali, il Ss.mo Crocifisso.

Poi siamo andate al porto per l’imbarco. Alla vista della nave, mi sono sentita gelare il sangue ma questo era niente, in confronto a ciò che ancora dovevo provare!

Scese dalla corriera, abbiamo dovuto fare bollare in tre uffici, il passaporto, quindi siamo entrate in porto. Ci sentivamo esauste per lo sforzo di mantenerci calme; la vista della nave ci ha sconvolte, non riuscivamo più a trattenere le lacrime... Ci dicevamo: “Coraggio il Signore e la Vergine Ss.ma ci aiuteranno, facciamoci forza!”

Sulla banchina, strette attorno alla Madre Vicaria Gen.3 e Rev. P. Carmelo4, stiamo facendo il testamento degli ultimi nostri pensieri, quando viene dato il segnale dell’imbarco: erano le sei del pomeriggio. Le quattro missionarie e la Madre Vicaria, confuse in un’unico5 abbraccio, non riescono a parlare… solo si sentono singhiozzi…

Finalmente, il P. Carmelo ci diede la benedizione. Anche lui era molto commosso; ci disse qualche buona parola, un ultimo saluto e poi, più con la forza della volontà che con quella delle gambe siamo salite a bordo.

Sistemati alla meglio i bagagli, nostro primo pensiero è stato quello di ritornare sul ponte e vedere ancora la Madre Vicaria. Il P. Carmelo era già andato in direzione per ottenere il permesso di stare con noi a bordo, fino all’ora di partenza. Quale non fu la nostra gioia nel vederceli ancora vicino!

Il caro P. Carmelo per sollevarci un po’ ci teneva in allegria, scherzando e raccontando barzellette. Verso le 22,30, sentendo che la nave non partiva prima della mezzanotte, decidemmo di separarci. Ancora una volta il P. Carmelo ci diede la s. Benedizione. Fraterni abbracci alla M. Vicaria e a suor Rosina6, e scendono dalla nave. Noi quattro, appoggiate al parapetto della nave, salutiamo ancora per un pezzo coloro che a terra, rappresentavano tutti in nostri cari. Poi quando li vedemmo scomparire nel buio della notte, con la faccia appoggiata al parapetto, versammo lacrime amare… Il nostro non era un pianto di pentimento, ma bensì un pianto silenzioso, calmo, benefico per il nostro povero spirito; come una preghiera.


Non ci eravamo ancora rese conto dell’ambiente in cui avremo dovuto stabilirci durante il tragitto. Ci rivolgiamo al commissario di bordo per avere un’indirizzo, ma costui ci dice che la nostra cabina è stata occupata da altri passeggeri che si sono imbarcati a Genova, e quindi, per noi non restano che quattro cuccette nella stiva N° 1- in III classe.

Ciò significava: dormire, mangiare, pulirsi, vivere in compagnia di altre 65 donne! Questo è stato per noi un grande sacrificio; naturalmente siamo state trattate quasi da secolari, ma dovevamo sopportare con pazienza e prudenza, tanta mancanza di educazione civile... Chi ha permesso tante umiliazioni? Dio, certamente, per meglio disporci alla nuova vita di sacrificio.

Abbiamo tentato di fare qualche cambio, almeno di andare in una III classe speciale, dove c’erano altre otto suore ma inutilmente: non c’era più posto. L’unico conforto che ci venne concesso dal Commissario, fu di far mettere una tendina attorno alle nostre quattro cuccette, le quali sono messe due sotto e due sopra.

Già da un’ora siamo rimaste sole sulla nave, è ora di cena. Si mangia al centro della stiva in cui si dorme. Certamente l’ambiente non è igienico… Ognuna viene messa al “suo posto” da un marinaio. Noi siamo state messe con altre sei donne.

Ci viene servito un mestolino di pasta e fagioli, molto brodosa; una fetta di baccalà fritto, con la pastella che ancora doveva cuocere; un bicchiere di vino con l’acqua, un panino e una banana.

Consumato il pasto, saliamo in coperta e contemplando la bella Napoli illuminata, il bel cielo stellato ed il mare un po' mosso, qualche lacrima scende ancora silenziosa... Ad un certo punto cerchiamo di reagire, scherzando e prendendo in giro noi stesse. Poi esauste per le emozioni della giornata, recitate individualmente le ultime preghiere, ci buttiamo vestite, nella nostra cuccetta.

Nel silenzio della notte si sente ancora qualche singhiozzo... qualche corona di rosario che si agita ancora... poi più nulla.



              Napoli 29 – 11 – 47

Contrariamente a ciò che avevano detto, la nave si trova ancora ferma in porto. Sono le cinque del mattino. Finalmente ci alziamo dopo una notte interminabile perché insonne. Vogliamo andare a lavarci, ma è impossibile perché le donne sono già in piedi; dobbiamo accontentarci di lavarci le mani e la faccia, come fanno i gatti.

Ci prepariamo alla meglio e andiamo a messa. Per fortuna abbiamo il conforto di avere a bordo 13 sacerdoti, i quali, tutte le mattine celebrano nel refettorio della III classe.

Mentre alle 6,30 assistiamo alla santa messa, la sirena dà il segno di partenza e alle ore 7,15 precise, la “Sestriere” si stacca dalla banchina.

Ammirabile coincidenza! Mentre si celebrava il divino sacrificio la nave intraprendeva il suo viaggio. Sembra quasi che il Signore abbia voluto darci una prova, in questa coincidenza, che incorporava al Suo divino sacrifico, il nostro sacrificio.

La nave, nello stesso istante del distacco da Napoli incomincia ad oscillare tremendamente, tanto che i sacerdoti che celebrano, a stento possono reggersi in piedi.

Non sono ancora trascorsi 20 minuti di navigazione che dobbiamo uscire dalla cappella: è l’inizio del mal di mare; io sono la prima a farne l’esperienza, più tardi mi raggiungono le consorelle, anche loro sconvolte.

Ci sforziamo per riprenderci, prendendo qualche ristoro che portiamo con noi, ma inutilmente; il mare è troppo agitato! il vento fischia, sopraggiunge la pioggia. La povera nave è sballottata dai flutti, e con essa i suoi 1100 passeggeri!

In capo a due ore, c’è un mal di mare generale: chi vomita a destra, chi a sinistra, e non una sola volta, ma in continuazione e non avendo ormai, più nulla da mandar fuori, sembra che si voglia rimettere la vita.

Verso le 12, non sembriamo più passeggeri in viaggio, ma degli ammalati in ospedale: uomini, donne, vecchi, bambini, tutti siamo prostrati a terra, senza poter fare un passo.

Due giovani che vogliono reagire, tentano di scherzare e dicono: “se dovessimo fare il confronto col passaporto, i connotati non corrisponderebbero più!”

Viene servito il pranzo, ma nessuno lo degna di uno sguardo. La sera, a cena, è la stessa cosa. Si avrebbe bisogno di un luogo dove stare tranquilli e riposare... ma dove andare? Il nostro posto è in fondo alla stiva, a prora della nave, dove c’è un chiasso assordante per il rumore dell’ elica che taglia l’acqua. Oltre a ciò la prora è continuamente sbalzata in alto dai marosi, e quindi impossibile stare in piedi e molto meno camminare; e dove andare così malconce, bagnate, sporche?

Sul ponte maggiore della I classe, ci sono alcune sdraie. Sono ormai quasi le otto del pomeriggio. Pioviggina ancora e tira un forte vento. In coperta non si può stare bisogna trovare un luogo dove passare la notte. Guardiamo un po’ spaurite, come succede quando si entra in casa d’ altri senza permesso, e attraverso la vetrata illuminata, vediamo i “Signori” di prima classe sprofondanti in comode poltrone, che fumano e discorrono animatamente, incuranti del freddo e del disagio degli altri.

Ci accomodiamo in quelle sdraie suddette, e sentiamo un po’ di conforto, pensiamo che nessuno verrà a disturbarci in quest’ora tarda. Il freddo si fa sempre più pungente, abbiamo le membra dure dal freddo, come trascorrere la notte così? Ci vorrebbe almeno una coperta! ma chi ha il coraggio di andare alla stiva? Solo sr. Grazietta, forte e generosa, se ne sente il coraggio. Dopo circa mezz’ora, ce la vediamo ricomparire con quattro copertine, e la borsa dei viveri. Preso finalmente un bocconcino, ci avvolgiamo completamente nella coperta e ci adagiamo ancora nella sdraia, nella speranza di un po’ di riposo. Ma il freddo si fa sempre più intenso; il vento ci strappa di dosso la coperta, sembra quasi che voglia farci un dispetto.

Sono circa le undici di notte; la nostra presenza sul ponte è stata notata dai camerieri di bordo, i quali, sentono un po’ di compassione.

Qualche signore, esce sul ponte a curiosare, ma subito si ritira dicendo: “Fa troppo freddo, si gela!”

Quando tutti entrano nelle proprie cabine un cameriere si avvicina rispettosamente e sottovoce ci dice: “Sorelle si accomodino pure nella sala di I classe, ci sono delle poltrone, dove possono, meglio che qui, trascorrere la notte; non è prudente stare all’aperto, l’impetuosità del vento, potrebbe anche buttarle a mare... Non ce lo facciamo ripetere. È facile immaginare la nostra gratitudine e ringraziando e benedicendo lui ed il buon Dio, ci accomodiamo nelle poltrone, e a quel dolce calduccio ci addormentiamo tranquillamente.


  t o p  

Sestriere 30 –11 – 47

Ci siamo svegliate quasi contemporaneamente, sono le sei, orario della s. Messa, ma ci sentiamo ancora sconvolte. Proviamo a metterci in piedi ma l’oscillare della nave ci obbliga a sederci. La superiora7 è la più abbattuta: sprofondata nella sua poltrona non ha la forza neppure di aprire gli occhi. Perciò si stabilisce un turno: sr Eliana e sr Grazietta andranno a messa, al loro ritorno, andranno le altre due. Ma al loro ritorno, ci distolgono da questo pensiero. Impossibile scendere, ci dicono, figuratevi che da 13 sacerdoti, solo 3 hanno celebrato, e questi, hanno dovuto celebrare seduti o aggrappati, perché tutto li dentro dondolava.

Perciò, dopo aver pregato stavamo per prendere qualcosa da mangiare quando si spalanca la porta e si affaccia un cameriere un po’ nervoso e dice: “Questa sala è riservata alla I classe!”

Noi facciamo finta di non sentire e continuiamo a stare al nostro posto dopo una signora anziana, parlando forte in modo da essere sentita da noi dice: “Mandatele via la sala è mia mi appartiene perché ho pagato io!”

Il cameriere apre la porta per mandarci via, ma noi siamo già in piedi, con in mano qualche involucro di viveri e le coperte, e senza proferire una parola, usciamo tranquille, serene.

Torniamo sul ponte, dove un’aria frizzante si fa sentire... Non sappiamo dove andare, ci guardiamo attorno smarrite; non c’è neppure una panca per sederci... Vorremo metterci magari a terra ma è tutto sporco, non ne abbiamo il coraggio... Proviamo a girare implorando l’aiuto di Dio. Ed ecco che vediamo una panca sotto il finestrino della cucina di I classe, c’è un uomo seduto. Senza perdere tempo, occupiamo il posto. Finalmente abbiamo trovato un nido e benché sempre all’ aperto, abbiamo però un riparo alle spalle della cucina, di sopra c’è un ponte; vediamo chiaramente che la Madonna ci protegge!

Il tempo non accenna a migliorare, anzi tende ad aumentare la pioggia.

Il nostro piccolo rifugio è preso di mira da molti; alcuni cercano di prendere un posto sulla panchina, altri stanno in piedi attorno e davanti a noi. Ormai siamo tutto un miscuglio: suore, donne, uomini, bambini... Non si può andare a nessuna parte, perché la pioggia ci bagna, il vento ci spinge ed il forte oscillare della nave, ci butta per terra. Quindi siamo condannate a stare come le acciughe nel barile, sopportando tutto, fingendo di essere sorde, cieche, specialmente quando ci sono gesti e parole abbastanza inconvenienti per noi suore. A mezzogiorno si scende tutti alla propria stiva, perché chi non si presenta, non riceve il pranzo. Ma è inutile muoversi per andare in cerca di cibo perché, appena ci muoviamo a tutti indistintamente, viene il vomito.

Perciò, continuiamo a stare nel nostro nido. Però nel tardo pomeriggio, sentiamo bisogno di mangiare qualcosa, per cui nell’ora in cui si passa la cena, sr Eliana e sr Grazietta, scendono, mangiano, e poi ci portano, una minestra in brodo con una fetta di lesso in mezzo al pane. Attorno a noi c’è tanta gente... sono curiosi di vederci, come fare? Ma ormai ci siamo abituate alla vita “in comune” e ci conviene mangiare, anche se questa gente ci guarda con tanto d’occhi. Intanto la notte si avvicina e noi passeremo la notte allo stesso posto. Infatti, avvolte nelle coperte fino alla testa, sembriamo quattro grosse tartarughe appoggiate l’una all’altra, e mentre noi preghiamo, attorno a noi i secolari fanno un chiasso assordante, con sconce conversazioni fino alla mezzanotte. Poi, finalmente, tutti si ritirano e noi rimaniamo sole sul ponte. Ma la notte passò molto male per noi. Si può immaginare: con quel maltempo sedute sulla dura panca, dopo tutte le peripezie subite...


Sestriere – 1 – 12 – 47

Il tempo è sempre lo stesso. Qualcuna và a messa, altre, impossibile muoversi. Ognuna prega e medita individualmente, come può. Si mangia in fretta qualcosa prima che i passeggeri comincino a venire. Infatti, abbiamo appena terminato, che già il ponte è più assiepato di ieri.

Oggi siamo tutti preoccupati perché la nave durante la notte, non si è mossa: brutto segno! Il capitano ed altri ufficiali girano a bordo cercando di far coraggio ai passeggeri ma, anche loro sono preoccupati, si vede bene.

Noi siamo stanche e molto indolenzite dalle nottate poco comode. Io penso che, se ci riesco ad arrivare in fondo alla stiva, posso un po’ riposare nella cuccetta, anche a costo di un nuovo attacco di mal di mare.

Ma andare alla stiva, significa attraversare la nave dal ponte a prora cosa molto difficile per causa del vento. Espongo il mio pensiero alla superiora, la quale mi risponde: se se ne sente il coraggio, faccia pure, senza ripensarci scendo a sbalzoni8 la scaletta, attraverso un lungo corridoio, da una parte aperto da dove entrava acqua e vento, e finalmente imbocco l’uscita verso l’ultima stiva, ma mentre mi trovo all’aperto il vento mi dà uno spintone e, come se fossi una paglia, mi manda a sbattere contro il parapetto impedendomi così, di fare un freschissimo bagno a mare.

Un marinaio, di corsa mi prende per braccio e mi sgrida, dicendomi: “Ma sorella dove vuole andare con questo tempo! non vede che il vento ci vuol buttare in mare pure a noi?” E, senza chiedere permesso, mi circonda con un braccio, e mi solleva; mi porta così fino alla stiva, raccomandandomi di non uscire più.

Raggiunta finalmente la mia cuccetta, mi voglio stendere ma impossibile starci... le donne gridavano piangevano, vomitavano… quelle che stavano vicine ai nostri lettini, avevano sporcato anche i nostri. A questa vista mi sento più male di prima. Un tanfo rende irrespirabile l’aria della stiva. Impossibile starci più a lungo. Sfinita, riprendo la via fatta mezz’ora prima, ma ho appena raggiunto la porta della stiva, che lo stesso marinaio di prima mi vede e un po’ inquieto mi chiede perché vado ancora in giro ma sentendone la ragione, mi accompagna lui stesso sul ponte accanto alle mie consorelle.

Il mare è sempre agitato e noi tutti sconvolti dal mal di mare. Nel pomeriggio, avvicinandomi al parapetto per rimettere ancora, vedo che dalla cresta dei cavalloni, uscivano dei grossi pesci, come gatti; la furia delle onde li sbalzava fuori dall’acqua, e poi scomparivano e ritornavano ancora.

Questa impressione che sento a questa vista, mi fa passare il mal di mare, è una vista meravigliosa!. Durante la serata, solito posto sul ponte, molto freddo; calcate con gli altri passeggeri. A stento possiamo tenere gli occhi aperti, tanto è forte il mal di capo che abbiamo.

È ora di cena, sr Eliana è andata per mangiare e portare la nostra razione. Al ritorno ci ha portato pasta e fagioli, patate e insalata. Si mangia nel comune piatto, non essendo permesso di portare piatti, fuori del refettorio. Anche questo è un piccolo fiore da offrire all’Immacolata, essendo in corso la sua novena.

Da diversi giorni ormai navighiamo, e non avendo ancora riposato, ne sentiamo la necessità. La serata non sembra molto brutta. Ci diciamo: “… se provassimo ad andare nella stiva? Proviamo se possiamo trascorrervi la notte?” Sulle prime ne abbiamo quasi paura, per le esperienze già fatte, ma poi, vinte dalla stanchezza, concludiamo: “Alla fin fine si prova, se non possiamo resistere, scappiamo un’altra volta qui!”

E così scendiamo, e vedendo che relativamente c’era calma, ci adagiamo nella nostra cuccetta. In breve ci assopiamo.

Non erano trascorse due ore, che un fracasso tremendo ci sveglia di soprassalto. Ci chiamiamo a vicenda, eravamo in tre: la superiora era scappata sul ponte, sola, non potendo sopportare il dondolio e la puzza della stiva.

Primo nostro pensiero fu quello di raggiungere la porta, ma impossibile uscire perché due marinai, con gli occhi spalancati, reggevano la pesante porta di ferro, e gridavano a gran voce che era assolutamente proibito dal capitano, di uscire dalla stiva, perché chi usciva in coperta, veniva spazzato dal vento e buttato in mare. I cavalloni sollevandosi sempre più, riversano l’acqua sulla nave: tutto è allagato: i marinai sono affaccendati a raccogliere l’acqua e farla scorrere in appositi buchi.

Intanto noi siamo ritornate in cuccetta: ci sembra impazzire; tra il fracasso dell’acqua, gli sbalzi della nave, gli strilli dei bambini, delle donne e dei marinai... non si capisce più nulla!

Raccolgo tutte le mie energie, e chiedo alle donne, se vogliono dire il rosario alla Madonna, affinché ci soccorra: “Sì, sì, suora diciamo il rosario”, mi rispondono le donne.

E recitiamo il rosario con le litanie della Madonna. Poche sono quelle che possono rispondere, per causa del mal di mare continuo.

Una donna calabrese, presa da grande paura e nervosità, non fa altro che ripetere senza interruzione: “San Franciscu miu, San Franciscu!”9 Abbiamo cercato di calmarla con buone parole, ma essa sembra quasi fuori di sé, e ripete sempre la sua invocazione a San Francesco miu, San Franciscu!


Visto che la tempesta prosegue, il Capitano ha dato l’ordine di fare andare tutte le donne della nostra stiva, nei corridoi della segreteria. Chi non può camminare, i marinai le portano sotto braccio. Siamo tutte malconcie, poverette, facciamo pena! Sporche, bagnate, tremule... ci mettiamo a sedere per terra, lungo il corridoio; anche gli uomini.

Suor Eliana è andata sul ponte per fare compagnia alla superiora; io e sr. Grazietta siamo rimaste in corridoio con le altre donne.

Quando tutte siamo al sicuro, scende il capitano per vederci. Vedendo che la maggior parte delle donne sono pallide e spaventate, cerca di incoraggiarle con qualche motto spiritoso... Rivolto a noi suore, dice: “Ebbene, sorelle, come si và?” “Come Dio vuole”, gli rispondo seria, e lui continua: “come, come Dio vuole! Ma a noi il Padre Eterno ci aiuta sempre!” E ridendo forte, senza aspettare risposta, passò oltre.

Noi due ci guardiamo in faccia, senza dire nulla. Intanto un cameriere ci offre un buon caffé, che ci rianima.

Verso le undici andiamo sul ponte dalla superiora, la quale è accomodata in una sdraia, avvolta in una coperta.

Ci raccontiamo a vicenda le peripezie della nottata. Poi tutto ritorna come prima, in silenzio. Sul ponte non si vedono donne all’infuori di noi. Gli uomini sono tutti tristi, guardano con desolazione il mare irrequieto, che pare ostinato.

A mezzogiorno ci viene servito il pranzo in corridoio. Non abbiamo coraggio di mangiare. Un sacerdote che si trovava di passaggio, vedendo che non ci decidevamo, ci disse: “Dai, forza, mangiate, altrimenti è peggio! Bisogna reagire!”

Da due giorni vediamo solo cielo e mare. Nelle prime ore della sera, passiamo davanti all’Isola di Sardegna. Impossibile esprimere i sentimenti che si svegliarono in me a quella vista... La fissai a lungo, pensando alla mia dolce mamma. Il resto della serata passò, come le altre. Dopo la frugale cena, la Superiora e Sr Eliana andarono sul ponte per passarvi la notte. Noi due abbiamo dormito per terra, nel corridoio vicino alla stiva dei macchinari, da cui esce un rumore assordante.

La nottata, finalmente, è trascorsa: sono le quattro del mattino, ancora è buio, e non potendo più stare per la durezza del pavimento, ci alziamo. Facciamo una rapida pulizia e ci dirigiamo verso il ponte, dalle nostre consorelle. Le troviamo che ancora dormono: la Superiora nella sdraia e Sr Eliana stesa in tutta la sua lunghezza10 sulla panca, rimasta finalmente libera.

La Superiora si sente sconvolta e perciò, non può venire a messa. Le altre tre andiamo alla cappella e partecipiamo a tante messe, celebrate a tre per volta11. Facciamo la s. Comunione, poi, soddisfatto il nostro spirito di pietà, ritorniamo alla base. Non ci sentiamo bene e per conseguenza non abbiamo appetito: ci vorrebbe qualcosa che ci invogliasse, ma non abbiamo nulla. Il latte e caffé che ci viene servito sembra acqua sporca e puzza!… Con tanta sete che abbiamo non possiamo bere, perchè l’acqua è tiepida e puzza di disinfettante.


Oggi finalmente ci viene dato pane con acciughe, che volentieri viene da noi consumato.

Il mare è sempre agitato e la nave sballottata. Gli occhi dei passeggeri si vanno sempre più spalancando, tanto più che si sente un sinistro scricchiolio, prodotto dallo sforzo della nave. Siamo quasi fermi; non si può accelerare la corsa, altrimenti si va incontro al pericolo.

Un passeggero ha perduto il coraggio; da quando è salito a bordo, non fa altro che rimettere, non può mangiare niente, si è molto dimagrito.

Assalito dalla disperazione, dice: Non posso più continuare così, ora mi butto a mare e finisco di soffrire!” Alcuni uomini che lo trattengono gli dicono: “E su, un po’ di pazienza! Non vedi che tutti soffriamo? Anche queste povere suore buttate a terra notte giorno, eppure sono donne!... e sopportano senza lamentarsi... Porta ancora un poco di pazienza, poi cambierà il tempo, si tratta ancora di alcuni giorni!”

Lui si calmò, ci diede uno sguardo e non fece più alcun movimento.

Dopo il solito traffico del pranzo, verso l’una, uno stuolo di gabbiani ci annunzia che c’è terra vicina. Infatti, verso le tre, vediamo le coste dello stretto di Gibilterra. Il cuore dei naviganti si rianima, abbiamo la speranza che ormai il mare si calmi; infatti, in questo tratto, abbiamo l’ impressione che l’altalena abbia rallentato il dondolio. Tutti corriamo ai parapetti della nave, vogliamo vedere dove siamo arrivati. Chi ha un binocolo, lo punta verso terra, cercando di scrutare più che può, per raccontare a chi non l’ha.

Ci sentiamo quasi salvi: nei visi dimagriti di ciascuno, brilla un sorriso di soddisfazione e di nuova speranza. Ecco che i giovani vanno in cerca dei loro strumenti musicali: chitarre, fisarmonica, mandolino ecc. Così in breve, formano un concertino: suonano cantano, ballano: insomma si danno alla pazza gioia. Intanto noi quattro, sedute in fondo al corridoio, imploriamo ancora la misericordia divina.

Ormai siamo proprio nello stretto di Gibilterra; a destra e a sinistra si vedono le coste e si distinguono anche le case.

La nave, adesso, sembra che prende a scendere. Andiamo sempre più allontanandoci dalla terra. Dopo un’ora sembra che il mare voglia agitarsi un’altra volta. Infatti si solleva un fortissimo vento; il mare s’ingrossa e comincia a piovere. I canti sono cessati e gli strumenti musicali sono ritornati al loro posto; le nostre dita rallentano il passaggio dei grani del rosario.

Ora un’altra preghiera ci sale spontanea dal cuore. Con gli occhi rivolti al cielo nuvoloso e al mare, coperto di schiuma, imploriamo dalla Divina Bontà, un po’ di pietà, per noi per i fratelli naviganti.

Sono circa le cinque del pomeriggio. Alcuni uomini corrono al parapetto e guardano con interesse il mare. Andiamo anche noi, e vediamo che, dalla cresta dei cavalloni, in quantità escono degli enormi pesci dal peso più o meno di 5 chili, i quali, sollevati dall’impetuosità delle onde, salivano e scendevano come i fagioli in una pentola, quando bolle. La nave ormai, sembra che voglia spiccare il volo, talmente la prora si solleva in alto; un senso di paura ci pervade tutti. La serata termina su questo tono. La nottata, trascorsa come al solito sul ponte avvolte nelle coperte, è stata penosa: non abbiamo potuto dormire.

Sestriere - 4 – 12 – 47

Siamo tutti ripresi dal mal di mare, nessuno può mangiare, è uno spettacolo!... la povera nave scricchiola in modo spaventoso, sembra che da un momento all’altro, debba aprirsi da cima a fondo.

Qualche passeggero dice sotto, sotto che la colpa di tante tempeste siamo noi religiosi: “Se non ci fossero questi diavoli di preti e queste streghe di monache, non ci sarebbe tutto questo finimondo; sta gente del diavolo ci porta scarogna!”

Intanto noi imploriamo perché il Signore faccia apparire un raggio di sole, affinché si calmino e non bestemmino più.

Sembra che il Signore abbia accolto la nostra preghiera. Infatti, verso le 10,00, si leva da mezzo alle nuvole, un po’ di sole scialbo.

Un ufficiale di bordo, incontrata Sr Grazietta, che si recava al bar per comprare alcuni limoni, le dice: “Sorella, ma voi dovete pregare! Non vedete che tempo?” Sr. Grazietta gli risponde: “Noi abbiamo tanto pregato, (e accennando ad altri uomini che sono presenti continua) ma anche loro devono pregare, perché solo le nostre preghiere non bastano!”

Allora un uomo, con fare prepotente, dice:

Ma il Signore lo sa che deve mandare il buon tempo per poter viaggiare! Non c’è bisogno che glielo dobbiamo dire noi!”

La suora prosegue per la sua strada, evitando di dare una risposta che forse, invece di fare il bene, avrebbe fatto male.


Oggi è il primo giorno che è ritornata la calma.

Il capitano ha dato l’ordine che, essendo buon tempo, ognuno ritorni alla sua classe.

A mezzogiorno scendiamo nella stiva per pranzare, solo la Superiora non scende perché non sopporta la puzza dell’ambiente. Sr Grazietta le porta il pranzo. Le donne della nostra stiva, provano una gran gioia, nel vederci ancora in mezzo a loro, e si disputano giocosamente, il posto accanto a noi.

Nel pomeriggio, si ha la speranza di arrivare a Las Palmas. Tutti siamo interessati per arrivare a questo luogo. Facciamo progetti per comprare viveri, specialmente limoni, aranci, caffé...

La superiora ha chiesto e ricevuto da una signora, foglio e busta aéreo ed è intenta a scrivere, appoggiata, con un libro, sulle ginocchia, mentre noi, sedute, lavoriamo di cucito.

È l’ora della cena, e di Las Palmas neppure l’ombra; siamo un po’ delusi... Scendiamo a cena, ma nessuno ha voglia, né intenzione di mangiare. 

Pellegrino, il nostro cameriere, se ne accorge, e incomincia a brontolare in Siciliano  (è di Catania)  noi, vedendolo così, ci sediamo e ceniamo.

Terminata la cena, prima che le donne escono dalla stiva, le invitiamo per recitare il rosario con le litanie della Madonna, poi, tutti andiamo all’aperto. Abbiamo ancora la speranza di vedere Las Palmas.

Si è già fatto buio e nel cielo compaiono le prime stelle; è quasi l’ora del riposo, i passeggeri cominciano a ritirarsi. Anche io scendo in cuccetta, mentre le altre tre suore rimangono ad aspettare che sorga dall’acqua la famosa città.

Alle 10, mentre nella nostra stiva già si dorme, si sente un fracasso indiavolato: Con un salto sono a terra e prima ancora che possa rendermi conto di ciò che è accaduto, suor Eliana è presso di me e mi dice: “Babbona12, vieni sopra a vedere Palmas! tutti stanno sopra e lei se ne sta a dormire!”

Ancora stordita, salgo le scale per vedere Las Palmas, ma che delusione!… La nave si era fermata molto distante dal porto per cui, nel buio della notte, non possiamo vedere altro che un può d’illuminazione.

Alcuni vaporetti si avvicinano alla nostra nave, trasportando a bordo, frutta e altri alimentari.

Le nave resterà ferma per tutta la notte; bene, così potremo riposare tranquilli, almeno per una notte!

Sestiere 5 – 12 – 47

Alle ore sette precise, mentre usciamo dalla Cappella, la nave riprende la sua navigazione. È una bellissima giornata ma molto calda.

Dal parapetto guardiamo Las Palmas, che va sempre più scomparendo.

Dopo colazione, ci attende una bella sorpresa: mentre contempliamo il mare, centinaia di pesce-passero si sollevano a volo dall’acqua e dopo un breve e basso volo si rituffano, tra l’ ammirazione di tutti. Hanno il corpo snello e lungo come i merluzzi; nel ventre sono argentati e di sopra azzurri; le ali hanno l’identica forma, qualità e quantità di quelle delle cavallette. Quando a stuoli si sollevano a volo sembra una pioggia d’argento; specialmente quando sono illuminati dal sole; sono una meraviglia!

Che cose ammirabili ha creato il buon Dio!

Fino alle dodici non ci stanchiamo di ammirare questo spettacolo.

È l’ora del pranzo: veramente il pasto ci ripugna molto perché mal preparato e sempre le stesse cose, oltre a ciò la mancanza d’igiene nell’ambiente, nelle stoviglie e nello stesso cibo... E, una vera e propria sofferenza per tutti. Immaginate, che quando vediamo il cameriere che porta la grossa marmitta col mangiare, e la posa pesantemente sul tavolo, sembra che ci sentiamo male... intanto, digiuni non si può stare… Che il Signore ci aiuti!

La serata trascorre serena; si lavora e si chiacchiera. Il caldo ormai si fa sentire e dobbiamo togliere gli indumenti pesanti. E pensare che siamo nel mese di Dicembre, e che questi tempi in Italia si raddoppiano le maglie, e qui, invece, ci dobbiamo alleggerire.

Dopo la cena e recita del rosario, siamo salite all’aperto, in cerca di fresco. C’è un venticello che ristora. Tutti contempliamo il bel cielo stellato; qui sembra più bello: abbiamo l’impressione che sia più vicino, i pianeti sembrano più grossi e più lucenti... Tutta questa magnificenza ci fa dimenticare le miserie di questa terra e ci immerge in una profonda meditazione.


Sestr. - 6 – 12 - 47

Stamani ci siamo alzate prestissimo: il caldo della stiva ci fa sentire male. Durante la s. messa abbiamo notato che per l’oscillare della nave, sembra che i celebranti facciano i saltarelli; non possono neppure girarsi per dire; Orate fratres13eppure la giornata è serena. Abbiamo dovuto assistere alla messa, sedute.

Dopo la messa, ci siamo salutate per la prima volta con le altre suore. Sono quattro del Calvario e due di s. Carlo. Loro sono molto pulite tanto che noi sentiamo quasi vergogna di avvicinarci; siamo sporche e piene di macchie... Però è da notare che, loro sono state sempre in cabina e fino a due giorni fa non sono uscite neppure per andare a messa, mentre noi, poverette, per andare a messa nei primi giorni ci siamo dovute sedere per terra diverse volte, meno male che nessuna ci ha visto!...


Oggi una signora, si è avvicinata a noi e ci ha detto che vuole fare una “colletta” nella nostra stiva, per fare celebrare una messa di ringraziamento per il pericolo scampato. Questa messa si dovrebbe celebrare nel giorno dell’Immacolata.

Noi ne siamo rimaste contente ed abbiamo offerto in collaborazione £ 100.

Dopo colazione, mentre la zelante signora fa il giro in cerca di soldi, noi riordiniamo i lettini e portiamo su il lavoro da fare durante la giornata. Intanto Pellegrino, impazientito perché sono già le 8,30 e diverse donne stanno ancora a letto specialmente quelle che hanno i bambini si mette a strillare in Siciliano: Donne alzatevi e andate sopra! Sgombrate la stiva! Ma quelle lo lasciano gridare e continuano placidamente a riposare.

Noi siamo già in coperta e lavoriamo: giornino, chiacchierino, rammendo… Abbiamo fatto venire la voglia anche ad alcune signore e signorine, le quali sono andate a prendere i loro lavori incominciati. E così, tra una chiacchiera e una buona parola, si arriva alle ore 12.

Detto assieme alle donne l’angelus, poi si scende per il pranzo. Subito si ritorna all’ aperto per il gran caldo della stiva. Corriamo al parapetto per vedere i pesci, unica nostra distrazione. Poi ci tratteniamo a parlare dei nostri Amati Superiori, delle consorelle, di ciò che immaginiamo di trovare a Paracatù…

7-12-47

Stamani siamo un po’ stordite: due bambini hanno pianto tutta la notte: non abbiamo potuto dormire. In cappella hanno messo sei ventilatori perché il caldo è troppo.

Dopo colazione, la signora di ieri ha consegnato alla superiora i soldi raccolti, perché li consegni al sacerdote e celebri due messe: una per l’Immacolata e una per s. Lucia. La superiora si reca alla cabina dei sacerdoti per consegnare il denaro e per stabilire l’orario delle messe si decide che un sacerdote verrà in serata alla nostra stiva, per confessare chi lo desidera. Quindi, si sparge la voce tra le persone, e molte vengono per confessarsi. Ritornate all’aperto, si progetta come preparare la S. Messa. Si preparerà sul tavolo dove mangiamo, ci metteremo un lenzuolino nuovo, per sfondo una bella bandiera italiana, si pulirà l’ambiente questa sera, altrimenti domani non ci sarà tempo. Una signora ha portato una grande immagine dell’Immacolata: l’abbiamo appuntata con gli spilli alla bandiera: è una bellezza! Poi vado sù, in cerca di ragazze per cantare. Sentendo un gruppetto di ragazze cantare, mi avvicino per invitarle. Con un sorriso dico: “Buona sera, domattina nella nostra stiva ci sarà la s. Messa in onore della Madonna; sarebbe tanto bello se loro, che ho sentito cantare così bene, cantassero un inno alla Madonna, durante la messa,” Le ragazze mi rispondono con entusiasmo: “Sì, suora noi ne sappiamo anche di Gesù. Ci veniamo, sì”.

Soddisfatta, facciamo subito le prove: 2 canti per la Madonna 1 per la comunione. Poi salutate le giovani, le lascio che continuano a provare. Scendo nella stiva dove stanno le suore. Un gruppo di donne m’invita a cantare con loro “Mira il tuo popolo” io le accontento, e mentre noi cantiamo le tre suore sorridono beatamente.

Sestriere 8 - 12 – 47

Oggi è la festa dell’Immacolata. Le nostre compagne di viaggio sono in piedi prima di noi.

Sull’altare improvvisato, troneggia la bella immagine dell’Immacolata.

Ognuna di noi, termina le pulizie, e quindi si sente come spinta ad inginocchiarsi ai piedi della Mamma del Cielo. Dopo vedendo che c’è ancora tempo si recita con fervore il santo rosario. Intanto, arriva il sacerdote e, in un cantuccio, confessa ancora. Vengono celebrate due s. messe con molta devozione. Durante la prima, abbiamo cantato le lodi alla Madonna e al S.mo Sacramento. Al Vangelo, il celebrante ci rivolge la parola: fa una breve predica sulla santità e la purezza della Madonna che ogni donna che ama la Madonna, deve imitare. Al momento della s. Comunione quasi tutte si alzano per comunicarsi.

Tutte ci sentiamo felici e serene. Per tutta la giornata ci ripetiamo ancora: “Che bella giornata!”

La giornata abbastanza calda, la trascorriamo passeggiando sul ponte, in semplice e allegra conversazione, con le nostre compagne di viaggio, che amano la nostra compagnia.

La sera, dopo cena, mentre respiriamo l’aria fresca, le donne vengono ancora attorno a noi, per cantare le lodi alla Madonna, e quindi, augurarci la buona notte.


9 – 12 –47

Dalle 3,30 siamo sveglie; non potendo più sopportare il caldo, ci alziamo in cerca d’acqua. Fatte le pulizie, andiamo a messa.

Alle sette andiamo a colazione, salutiamo le compagne e andiamo all’aperto portandoci un lavoro. Mentre lavoravamo, un marinaio si avvicina a suor Grazietta e le chiede se, per favore, gli rammenda un paio di pantaloni, cosa che viene senz’altro accettata e fatta. In compenso, oltre ai ringraziamenti, ci ha dato due bei limoni che abbiamo consumato, a conforto del nostro povero stomaco, sempre sconvolto.

Mentre lavoriamo vediamo che i tavoli della nostra stiva, vengono portati in coperta. Pellegrino ci spiega che d’ora in poi, si mangerà all’aperto. Che gioia per noi! Dopo pranzo andiamo tutti a “scrutare” il mare; spingiamo lo sguardo lontano! Siamo stanchi tutti quanti e contiamo i giorni trascorsi e quelli che ancora ci restano da viaggiare; quale ansia! Come ci sembrano lunghi i nostri giorni!... In un’altra terrazza, situata al di sopra della nostra, il fiore dell’eleganza che si trova a bordo, sta preparando la festa dell’Equatore con recite, canti e danze. Sono circa le tre del pomeriggio. Quasi tutti stanno a riposare, meno noi e gli “artisti”.

Noi, sedute su una panca, stiamo lavorando. Più in là, in animata conversazione stanno questi “artisti”.

Una signorina “farfallina” che sempre si vede a passeggio a braccetto con gli ufficiali di bordo, è passata davanti a noi, già quattro volte. Per causa del caldo veste in modo indecente: calzoncini corti e scampanati alla gamba; reggiseno e blusa trasparenti, la blusa la porta sbottonata... Vedendomela passare e spassare davanti in quel modo, mi sento venire le vertigini. Mentre mi passa davanti la sesta volta, calma e sottovoce dico a sr Grazietta: “Ma questa signorina non si vergogna di passare davanti alle suore in questo modo?” Essa prima, fa finta di non sentire, ma appena raggiunta la scaletta si gira verso me e grida: “Anche io ho diritto di passare, perché non solo voi avete pagato, ma tutti abbiamo pagato!” Io le rispondo molto calma: “Nessuno vi proibisce di passare, ma abbottonatevi la blusa almeno! È spoetizzante vedere una donna che và in giro mezza nuda!” Non avessi mai detto! Imbestialita mi diede dei titoli che per pudore non scrivo. Indi, raggiunti i compagni, prosegue la sfuriata per un pezzo. Poi tutto ritorna alla calma.

Le suore non dicono niente. Io riprendo in silenzio il mio lavoro, fino ad orario di cena. Dopo cena abbiamo respirato l’aria fresca, poi, fatte le preghiere, siamo andate a riposare. 

10 -12 - 47

Solito orario di alzata – messa – colazione.

Oggi a bordo c’è un po’ di movimento. Si sono scoperti tre passeggeri che viaggiano clandestinamente. Viene dato l’ordine di una accurata visita in tutte le stive, e la vidimazione di tutti i biglietti e passaporti.

Mentre in fila, attendiamo il nostro turno di vidimazione, vedo uscire dall’appartamento degli ufficiali, la signorina dai calzoncini la quale mi guarda, si china all’orecchio di un ufficiale e scompare da dove è venuta. All’istante comprendo di che si tratta e sento il mio cuore che accelera i palpiti, ma fingo di non capire e aspetto con calma il mio turno.

Arrivato il mio turno “l’ufficiale” nel porgermi il biglietto d’imbarco vidimato, mi dice gentilmente: “sorella il capitano desidera parlarle nella sua cabina.” Veramente meravigliata, rispondo: “A me? Forse alla Madre Superiora!” Ma lui continua:

No, a lei personalmente."

Ebbene, rispondo tranquilla, ci andrò non appena mi sarò sbrigata con questi documenti”. E lui concluse: “La manderò a chiamare.”

Che sarà, che non sarà; nel viso della superiora si legge la preoccupazione. Sotto voce mi fa una romanzina14 per l’imprudenza di ieri. Dopo alcuni minuti, un signore si avvicina a me e prendendomi familiarmente: “Venga, sorella non abbia paura: il capitano vuole chiederle qualche cosa”.

Chiedo alla Superiora che mi accompagni. Dopo avere percorso alcuni corridoi, ci fanno entrare nell’appartamento del capitano, il quale ci attende con un’altro giovane ufficiale.

Dopo aver salutato, aspettiamo in piedi una giustificazione alla chiamata. Senza preamboli, il capitano si rivolge a me in tono burbero e mi dice:

Lei, sorella, ieri ha fatto una cosa che non doveva fare; ha insultato una signorina perché portava i calzoncini corti e le ha detto sporcacciona, parola che non sta bene nella bocca di una suora! Capisco che la vostra vocazione religiosa vi porta a tutto questo, però, se vogliamo la signorina è abbastanza modesta ed è l’unica che m’ha chiesto il permesso di portare i calzoncini. Non c’è nulla di straordinario! Sulle spiagge c’è di peggio! E poi, se lei mi fa questo con tutti mi mette in subbuglio tutti quelli che stanno a bordo!”

Io, a capo chino, non cerco di difendermi; ascolto ciò che mi viene detto non dico nulla.

Quando lui ha terminato di parlare dico: “Riconosco d’aver mancato di prudenza e ne chiedo scusa. Non credevo d’aver recato tanta offesa”. Un po’ raddolcito il capitano prosegue: “Non avete fatto una mancanza secondo il vostro stato di suora...” Ma l’altro ufficiale interviene: “La sorella, sulla nave, non ha diritto di riprendere nessuno!... Certamente non è piacevole, per una signorina, sentirsi dire sporcacciona!”

A questo punto la Superiora prende coraggiosamente la parola, specificando che io non avevo detto sporcacciona, ma bensì “che era spoetizzante il suo modo di vestire”.

Bene, conclude il Capitano, questo è nulla: quando passeremo l’Equatore, ne vedranno di peggio, perché il caldo è soffocante. Vadano sorelle, e un’altra volta la sorella sia prudente.” Noi salutiamo e usciamo. Ci sentiamo avvilite; mi viene voglia di piangere, ma allontano subito questa debolezza da me, perché sento di non essere fatto il male ma il bene, per difendere il pudore. Mentre camminiamo, con la faccia scura, la superiora me ne dice… Io mi sento avvilita… sola… Certamente, ho fatto un’esperienza personale, che anche se si vede lo scandalo, non si può parlare. Intanto viene dato l’ordine, di ritornare ognuno alla propria classe. La signorina mi guarda da lontano soddisfatta, ma alcuni uomini le hanno gridato: ti sta bene, ci voleva la suora per metterti a posto! Mi viene da ridere: anche la superiora ride sotto i baffi, però non dice nulla.

Questa giornata è stata molto pesante per me!


11 – 12 – 47

Questa notte non abbiamo potuto dormire per causa del caldo. Durante la s. Messa, i sacerdoti mi facevano pena, perché il sudore scorreva sul viso. Ogni tanto dovevano fermarsi per asciugarsi il sudore. Eppure fuori non fa tanto caldo, anzi ha piovuto tutta la notte e ancora piove.

I passeggeri non sono soddisfatti perché piove; hanno paura che non si potrà fare la festa del passaggio dell’Equatore.

In mattinata c’è stata una ricerca a bordo, per causa dei passeggeri clandestini: c’è molta confusione! Oggi è stato servito pranzo speciale per la festa del passaggio dell’Equatore.

Verso le due, vedendo “la signorina” e tanti giovani in costumino, che si preparavano per il battesimo dell’Equatore, ce ne siamo andate in cuccetta a riposare e a scrivere. Quando alle quattro del pomeriggio, siamo salite in coperta, alcune persone serie ci hanno raccontato le stravaganze che hanno fatto a poppa della nave.

Le signorine che erano in costumino, venivano prese e messe sotto la doccia fra le grasse risate degli astanti; infine, con una pompa, sono stati aspersi tutti i presenti, anche le suore del Calvario, che si trovavano sul ponte. Poi è incominciata la danza…

Mentre a poppa si divertivano in questo modo noi dalla prora, rimasta quasi deserta, guardavamo nel mare e nell’orizzonte la striscia oscura che segna l’Equatore: erano le sei pomeridiane. La festa o meglio, il chiasso, è continuato fino alla mezzanotte.

12 - 12 - 47

La mattinata è calma e tutti dormono, fatte le pulizie, andiamo a messa. Abbiamo partecipato a 10 messe, celebrate a 3 per volta. Alla colazione, hanno servito per la prima volta un po’ di marmellata, circa un cucchiaino per ciascuno.

Una donna essendo arrivata in ritardo, e vista la piccola razione che le apparteneva, và a ricorrere al marito, che si trovava al reparto uomini. Costui si avvicina al nostro tavolo e dice tante tante parole villane... tra l’altro dice, che noi mangiamo e non lasciamo niente alla moglie e alla figlia, le quali mangiano nel nostro tavolo. Noi gli abbiamo fatto notare che si erano invertite le parti: loro erano sempre le prime a servirsi e ben servirsi mentre noi che siamo sempre le ultime a servirci, troviamo appena due o tre razioni per quattro che siamo. Questa esperienza sul mangiare è umiliante... Nella mattinata si continua in lavoro e preghiera.

Fà molto caldo, quasi non si respira, non soffia un po’ di vento! ma tutto questo non ci spaventa più. Abbiamo pranzato da poco e stiamo contemplando il bel mare quando arriva un marinaio con un fagotto di indumenti che sembrano stracci: ci chiede la carità di accomodarglieli perché non ha altro. Noi accettiamo volentieri, tanto più che questi poveri marinai sono sempre affaccendati, sporchi e stracciati. Quando nel pomeriggio consegniamo il lavoro già pronto, ci vengono regalati otto bei limoni, che riceviamo con gioia, perché non se ne trovano più al bar neanche a pagarli cento lire l’uno.

Dopo cena, recitiamo il s. Rosario con le nostre compagne, e poiché amano nostra compagnia, stiamo un po’ con loro. Mentre conversiamo e ammiriamo il cielo stellato, notiamo una scia verticale che si fa sempre più luminosa. Pensiamo che sia una cometa.

13 - 12 - 47

Oggi è santa Lucia. Tutti abbiamo una grande devozione per questa santa. Quindi, le donne ai sono alzate presto e sono venute con noi a messa; alcune hanno fatto la s. Comunione.

Dopo colazione, mentre ci tratteniamo in conversazione con le compagne, un marinaio ci avvisa che alle dieci fischierà la sirena di allarme per un esercizio d’incendio e soccorso per i marinai e i passeggeri, tutti con le pompe.

Con un pretesto scendiamo in cuccetta e vi rimaniamo fino alle dodici.

Verso le quattro di sera sentiamo una grido di gioia: “Terra!…” Sono isolette appartenenti al Brasile, ci hanno detto.

Il nostro cuore incomincia a palpitare di speranza; ci sentiamo rianimati: ancora pochi giorni e saremo arrivati. Siamo tutti presi da una insolita gioia. La sera, nel cielo si vede ancora la cometa: al mattino scompare, e la sera ritorna visibile: la coda arriva fino al mare; è una cosa meravigliosa!

Sestriero - 14 – 12 – 47

Oggi è domenica. Ci siamo alzate presto per assistere a varie messe e fare la comunione in ringraziamento.

Sul ponte facciamo colazione con della frutta secca, che ci sono rimaste dalla cena. Siamo liete: abbiamo la dolce speranza che questa è l’ultima domenica che trascorriamo a bordo. Alcune donne invidiano la nostra sorte, poverine! perchè loro dovranno viaggiare altri 12 giorni! Vanno a Santos. In mattinata, mentre all’aperto quasi tutti scriviamo, una pioggerellina ci fa scappare. È quasi ora di pranzo. La pioggia è cessata, si può risalire.

Poco distante da noi, hanno portato otto donne e le hanno fatte stendere per terra. Per causa del continuo vomito sono talmente indebolite, che non possono mangiare nulla e non hanno forza per camminare: fanno pietà! A mezzogiorno viene servito un “pranzo di domenica,” però senza frutta; da due giorni è finita. Peccato! era l’unica cosa che si mangiava volentieri!

Dopo pranzo, si scende per riposare, ma si dorme sudando! Non se ne può più, e mentre la superiora e sr Eliana dormono, noi due andiamo all’aperto, e appoggiate sulle ginocchia, scriviamo. Mentre siamo intente a scrivere, un marinaio ci regala quattro bei limoni. Un “grazie” ci esce dal cuore che fa sorridere di compiacenza il buon marinaio.

La serata trascorre senz’altri particolari. Nella speranza di veder comparire il sospirato Brasile, guardiamo continuamente l’orizzonte masolo si vede cielo e mare!


  t o p  




Sestriere 15 – 12 – 47

Solito orario di alzata - s. messa – colazione - lavoro. Mentre all’aperto, lavoriamo, un marinaio ci porta dei calzoni e giacche per rammendarglieli. Cosa che subito si accetta di fare. Mentre sr Grazietta scende per prendere l’occorrente, due uomini che si trovavano al parapetto guardando il mare, cominciano a gridare: venite a vedere due delfini che fanno la gara di corsa con la nave! Subito saliamo su una scaletta per vedere meglio. Vediamo uno spettacolo magnifico! Due enormi pesci, identici tra loro, che correvano alla stessa velocità della nave; la furia dell’elica li capovolgeva e loro senza scomporsi, continuavano a velocità fulminea; di sopra sono color avana scuro, e di sotto sono argentati, verde pisello con riflessi celeste pallido. Ad un certo punto della corsa, fanno un salto assieme, a fior d’acqua poi, rituffandosi, cambiano rotta e scompaiono. È vero che ne soffriamo, però, quante belle cose abbiamo visto!

Sono già le dieci. Un candido stuolo di gabbiani, ci annuncia che la terra è vicina. Abbiamo la speranza di sbarcare domani sera. Questi ultimi giorni, ci sembrano eterni! Dopo pranzo si passeggia all’aria aperta, e nel pomeriggio si lavora di cucito, si prega. Mentre lavoriamo assieme, le donne si raccomandano di non dimenticarle. Sono dispiaciute per la prossima separazione. Noi le incoraggiamo dicendo parole di fede, di conforto. In pochi giorni si sono tanto affezionate, sembrano bambine. Chiedono qualche ricordino; la superiora distribuisce medagliette e immaginette, accompagnate da pie esortazioni.

È il tramonto, però il cielo è nuvoloso, neppure una stella… eppure, in quest’ultima serata che trascorriamo, ci sarebbe piaciuto di contemplare ancora una volta, il firmamento stellato, rispecchiarsi sul mare!

Durante la cena, siamo state oggetto di premure da parte di Pellegrino e delle nostre compagne di viaggio. Sembrava volessero riparare a tante mancanze, causate dalla fragilità umana.

E domani, ci dicono, chi ci farà le preghiere! Quanto sentiremo la vostra mancanza!… Siamo state fortunate d’aver goduto della vostra compagnia, ma ora, il separarci fa male! Infatti piangevano e anche noi ci siamo commosse.

Più tardi, detto in comune il rosario, e raccomandato di continuare sempre a dirlo, augurata a tutti la buona notte, andiamo per l’ultima volta in cuccetta.

Sestriere 16 – 12 – 47

Forse per il pensiero del prossimo sbarco, questa notte non abbiamo potuto dormire. Verso le 3,30 siamo salite all’aperto, e prima ancora di lavarci, siamo andate a vedere se già si vedeva il Brasile.

Ma invano, ancora c’era tempo…

La mattinata scorre con la solita monotonia con l’aggiunta di un’ansia tremenda: dell’ arrivo in una Terra, dove non si conosce nessuno.

Dopo il mezzogiorno, incomincia a salutarci qualche gabbiano; tutti sorridiamo, ormai la terra è vicina. Si fanno in fretta in preparativi, si consegnano le lenzuola e coperte a Pellegrino. Ed eccoci pronte!

Nel primo pomeriggio, appaiono le prime montagne. Man mano che ci avviciniamo, le vediamo crescere, e se ne vedono altre; ai piedi della costiera, vediamo la spiaggia: c’è molta sabbia, ed è lunghissima. Poi ancora montagne, isolotti, ed infine, eccoci all’ultimo capo, attorno al quale giriamo ed entriamo nel golfo di Rio di Janeiro, capitale del Brasile. Ci siamo!

La nave ha ormai rallentato la velocità. Il primo a salutarci è il Redentore, che, con le braccia aperte, sembra che c’inviti ad aver fiducia in Lui, nel Suo Cuore Divino. Più avanti, ecco la montagna del “Pan di zucchero”, chiamato così per la sua forma; attorno a noi c’è un semi cerchio di montagne. Un’altra curva ancora, ed ecco il porto, il campo di aviazione. Nel grandissimo porto, ci sono tante navi ferme; oltre, ai bastimenti e barche.

mnave Ugolino VivaldiLa “Sestriero” è quasi ferma.

Unaltra nave che và in Italia, la “Ugolino Vivaldi”15 deve uscire dal porto, per dare posto alla nostra nave.

La “Vivaldi” esce finalmente dal porto, ci passa davanti e, quasi volesse darci il “benvenuti” fischia per tre volte.

La “Vivaldi” è grande quanto la “Sestriero”; sull’albero maestro, sventola la bandiera Italiana e quella Americana. Circa un migliaio di persone, forse tutti italiani, agitano con entusiasmo fazzoletti e cappelli e a gran voce salutano.

Anche noi, unite ai passeggeri, facciamo sventolare i fazzoletti. A quest’incontro, ci si commuove d’entrambi le parti… Bisogna provare, per comprendere ciò che si sente, quando in terra straniera s’incontrano i fratelli della Patria!...

La vista della nave che và in Patria, ci solleva nel cuore sentimenti di nostalgia per la Patria e quanti in essa ci sono cari.



  t o p  


L’arrivo a Rio de Janeiro

Mentre la “Sestriero” si avvicina lentamente alla banchina, possiamo vedere la gran folla che ivi attende.

Cinque suore, credendoci della loro congregazione, non fanno che agitare i fazzoletti. Abbiamo così, la dolce illusione di essere accolte dalle nostre “future” consorelle brasiliane.

Intanto, continuando a guardare la gente, notiamo che la maggior parte è gente di colore, noi non lo sapevamo. Suor Grazietta si mise a piangere; stringendomi un braccio, mi disse angosciata: “guarda, ci sono i neri!”

Le altre tre osservavamo in silenzio, con lo sguardo cercavamo ansiosamente, se è c’era qualche Padre Carmelitano: ci avevano promesso che avremmo trovato Padre Angelino per accoglierci. Ma non si vedeva nessuno!

Intanto gli altri passeggeri scendevano; anche noi, presi i nostri bagagli, siamo scese. Siamo rimaste ferme sul porto, un po’ di tempo. Non sapevamo cosa risolvere, ci sentiamo un po’ imbarazzate; ci dicevamo: “e se nessuno venisse a prenderci?”

Stavamo quasi chiamando un taxi, quando ci vediamo arrivare Padre Angelino, tutto sorridente, con la sigaretta accesa tra le dita, un po’ confuso per il suo ritardo...

Rapidamente ci salutiamo, poi chiamato un facchino, si portano i bagagli alla dogana. Terminato il controllo dei bagagli, si chiama un taxi. Mentre mettevamo in macchina i bagagli, una strana ed improvvisa pioggia ci sorprese: ogni goccia riempiva una mano, e quel che più ci meravigliava, era il sole, che malgrado la pioggia, continuava a splendere. Prima che ci siamo sistemate nella macchina, ci siamo bagnate ben bene!

Ci dirigiamo alla “Scuola S. Teresa” che è la residenza delle Suore di s. Vincenzo, vicino alla Chiesa del Carmine, e sostenute dal Terz’ordine Carmelitano.

Qui, il P. Angelino, ci presenta e affida alle Suore, e se ne và.

Le suore ci hanno ricevuto con tanto bontà e cortesia, aiutandoci a sistemarci. Poi ci offrirono una torta e una bottiglia di Coca-cola. Intanto qualche suora ci teneva compagnia, mentre mangiavamo. Le suore parlavano in portoghese e noi rispondevamo in italiano; con l’aiuto dei gesti, riuscivamo a capirci. Terminata la merendina - cena, ci accompagnarono ad un appartamento, al piano superiore, che avevano preparato per noi.

Il caldo era insopportabile, per cui, malgrado la nostra stanchezza ed il sonno non siamo riuscite a dormire in tutta la notte. Anche perché, dalla strada veniva molto chiasso; essendo il periodo del carnevale, i brasiliani danzavano il “samba” nelle strade più centrali di Rio.


Siamo rimaste quasi un mese con le Suore di Carità, circondate da premure e tanta bontà. Specialmente nelle feste natalizie, ci hanno colmato di cordialità: oltre all’alloggio ed il vitto abbondante, buono e variato, ci hanno fatto dei bellissimi regali, e di utilità per la casa di Paracatù. Tutti i giorni ci portavano in macchina, per conoscere i punti più importanti e più belli di Rio.

al Corcovado
le quattro neo-missionarie al Cristo del Corcovado
con  (al centro)  la loro accompagnatrice religiosa delle Figlie della Carità

Un giorno ci hanno portato al Corcovado.

È una montagna alta m. 710; per arrivarci, ci si và col trenino, che gira attorno alla montagna e dopo un’ora arriva ai piedi di una meravigliosa statua di Cristo Re, alta m. 32. Il Cristo è bellissimo, in granito; l’espressione e commuovente e tocca il cuore. Ha le braccia aperte, in un gesto di misericordia. Di sera la statua è illuminata: sembra una visione che scende dal cielo. Questa statua è stata ideata da un Padre redentorista.

Per l’inaugurazione, Marconi gli fece l’illuminazione, direttamente da Roma!

Dal Corcovado, abbiamo potuto ammirare il magnifico panorama di Rio de Janeiro, circondato dal mare, dalle montagne, isolotti di palme e tante incantevoli bellezze naturali.

Dopo circa 15 giorni che siamo a Rio, è arrivato il Vescovo di Paracatù: Don Eliseo van de Wejer16, olandese, un po’ anziano ma ancora energico.

Ci siamo sentite rianimate nel vederlo premuroso e paterno verso di noi: ci disse che si sentiva felice, per la nostra presenza, come un bambino che ha ricevuto un bel dono di Natale.

Si può immaginare la nostra soddisfazione!


Un’altro giorno, venuto a farci visita nella casa delle suore, ci disse che dovevamo aspettare ancora un po’ di giorni, perché la nostra casa non era ancora pronta: era stata data in affitto ad una famiglia, e questa doveva ancora sistemarsi per lasciarla.

Intanto noi eravamo già stanche di stare così; avevamo un gran desiderio di libertà, di stare a casa nostra!


Durante una conversazione, il Vescovo ci ha detto che lui ha sempre desiderato di avere una comunità di suore a Paracatù, ma che non gli era stato possibile avere, malgrado se ne fosse molto interessato, e che adesso si sentiva molto contento.

Naturalmente, noi ci sentivamo al sicuro, protette, e per conseguenza, maggiormente disposte per attendere al lavoro che avrebbe voluto affidarci.

Ma, ignoravamo che tipo di lavoro voleva da noi.


Un’altra volta, ci ha portato a visitare il Nunzio Apostolico, il quale ci ha accolto con paterna bontà, e dandoci la Sua S. Benedizione, ci fece gli auguri per la nuova fondazione.

In seguito siamo state a visitare il P. Provinciale dei Carmelitani, P. Emilio Ciulli, e tanti altri Padri. Alcuni di loro, hanno chiesto suore per le loro attività pastorali. Altri dicevano che noi quattro per Paracatù, eravamo troppe, dovevamo andare due a Paracatu e due a Santos.

Ma il Vescovo ha risposto: “... una volta che sono state mandate per Paracatù, è bene che vengano tutte a P.tu’!”

Avevamo la speranza d’incontrarci con Mons. G. Couto, ma non l’abbiamo ancora né visto e né sentito.

Abbiamo notato con ammirazione che il popolo brasiliano é semplice e molto religioso. Le chiese che visitiamo, sono sempre affollate di gente che prega; partecipano alla s. messa in ginocchio, e quasi tutti fanno la s. Comunione, anche gli uomini. Tutto questo ci riempie di stupore, e ci diciamo: “Ma allora perché vogliono i missionari?...”


Finalmente, dopo 23 giorni di permanenza nella casa delle suore il nostro don Eliseo, riceve notizie da Paracatù, che la nostra casa era pronta e che potevamo viaggiare.

Dopo avere tanto ringraziato le buone Suore, siamo partite per Belo-Horizonte, col trenino. Il viaggio, molto sacrificato, è durato 20 ore! Siamo arrivate a mezzanotte! Avevamo le ossa rotte!

Siamo state ospitate dalle Suore Domenicane, le quali hanno qui una bella casa di noviziato.

Anche qui siamo state trattate con molta gentilezza. Non si stancavano di sentirci parlare in italiano, anche perché era una lingua che loro studiavano. La sera, durante la ricreazione, ci hanno voluto con loro, perché raccontassimo, in italiano, l’udienza privata, avuta col Santo Padre, Pio XII, prima della partenza per il Brasile.

Dopo quattro giorni di permanenza, siamo partite per Patrocinio. Anche questa volta, abbiamo viaggiato col trenino; abbiamo viaggiato tutta la notte.

Alle ore 21,30 del giorno seguente siamo arrivate. Eravamo indolenzite e avevamo tantissima fame e sete.

Anche qui, siamo state ospitate dalle suore. Avevano il Collegio e la scuola, e tante alunne interne ed esterne. Noi guardavamo tutto con interesse, perché pensavamo che futuramente17, anche noi avremmo aperto un collegio e quindi, volevamo imparare il loro sistema, molto diverso dal nostro.


  t o p  


Il giorno dopo, ben presto, siamo partite in macchina, alla volta di Paracatù.

Questa è stata l’ultima tappa, ma la più complicata e sacrificata: molte cose non si possono neanche raccontare.

Da Patrocinio a Paracatù, non c’era treno, e per dirla più precisa, non c’è neppure strada, intanto ci sono ben km. 342 da percorrere!

Il buon Vescovo, per farci risparmiare sacrifici e tempo ha chiamato un autista con la macchina per sei persone. Realmente, invece di un’automobile, ci voleva un aereo talmente sono difficili le strade! Poi, essendo il periodo delle piogge torrenziali, e le strade non asfaltate; ed essendo molto transitate da carri di buoi, sono impraticabili per le macchine, perché affondano nei solchi profondi, che i detti carri scavano e in cui si forma un fango viscido.

Ed ecco che ci mettiamo in viaggio per Paracatu: tutte contente noi, nel sentire che nel pomeriggio saremmo arrivate.

Eravamo sicure di dormire a casa nostra, ma non fu così. Dopo un breve tragitto, la macchina incominciò la danza: sbalzava, slittava... Ad un certo punto entrò nelle pozzanghere, spruzzandoci addosso tant’acqua sporca, rossa... Noi vedendoci addosso i bei soggoli candidi, inamidati, ridotti a stracci bagnati e sporchi appesi al collo non l’abbiamo potuto sopportare e presa una valigetta che tenevamo a portata di mano, ce lo siamo cambiato. Il Vescovo ci guardava e sorrideva. Dopo pochi minuti, la stessa cosa. Allora abbiamo capito che non c’era niente da fare, e siamo rimaste senza.

Intanto la macchina continuava a fare i capricci, noi avevamo paura perché sembrava che volesse sbatterci fuori. Con gli occhi spalancati, ci reggevamo alla spalliera... Così abbiamo continuato per circa due ore...

Ad un tratto l’autista dà un urlo di disperazione: le ruote della macchina si sono sprofondate nel fango. Tutti scendiamo, senza sapere dove mettere i piedi...

Per fortuna, dopo un po’ di tempo, sono passate alcune macchine che hanno sostato, e nove uomini, si sono messi ad aiutare, per liberare dal fango la nostra macchina.

Anche noi abbiamo dovuto fare la nostra parte. Gli uomini ci dicevano: “Suore, presto, spezzate molti rami di quell’albero che hanno le foglie come quelle dei fichi, e dure come vetro; fatene dei fasci e portaceli, ma fate presto!...”

E noi correvamo e portavamo a fasci i rami; avevamo le braccia e le mani insanguinate...

Il Vescovo ci guardava con pena; anche lui aiutava a sollevare la macchina per metterci le frasche sotto le ruote... eravamo tutti infangati, sudati...

Dopo alcune ore, siamo potuti ripartire. A mezzanotte stavamo ancora per strada. Incontrato un capannone, il Vescovo l’ha fatto fermare ed è sceso per chiedere ospitalità.

Era una famiglia di negri, molto poveri, quali con molto rispetto hanno messo a nostra disposizione la loro capanna, scusandosi di non aver di meglio. Nell’interno del capannone, nelle due pareti più interne, c’erano come due grandi mangiatoie per animali, una da una parte e una dall’altra, tutto fatto con tronchi d’albero. In una di queste mangiatoie, la donna ha fatto accomodare la superiora e suor Eliana, nell’altra, sr. Grazietta ed io. Al di là della stanza che, come ho già detto, ha le pareti fatte da tronchi, hanno preparato, per terra, un sacco di paglia, per il Vescovo; da un giaciglio all’altro, potevamo vederci scambievolmente.., e meno male che lui dormiva... mi faceva tanta pena, vederlo così per terra, senza una coperta senza un cuscino... lui così anziano e anche stanco e certamente con la fame di un giorno senza cibo, come anche noi!..

Ad un tratto vedo entrare la donna e mi si avvicina, portando un guanciale. Con un sorriso me lo dà dicendo: “Questo è per lei!” “Grazie!”, le dico in portoghese; per favore, ne ha un’altro per lui? E attraverso i tronchi, le mostro il Vescovo a terra.

Stringendomi la mano dice: “Mi scusi, abbiamo soltanto questo!” Abbracciandola sorridente, l’accarezzai con tenerezza, ringraziando, e conclusi: “Signora, và molto bene così, grazie!” E la donna se andò.

Preso il guanciale, glielo portai al Vescovo che già dormiva, ma visto il guanciale, non lo voleva, dicendo che quello era per me. Allora, rapidamente, gli sollevai la testa e glielo accomodai in fretta scappando subito al mio posto.

Non potevamo dormire, perché era molto scomodo e duro, e poi per tanti motivi che non é possibile, spiegare.

Verso le otto del mattino, dopo un sincero ringraziamento alla buona famigliola, che con tanta bontà ci aveva ospitato abbiamo proseguito il nostro viaggio. Ma purtroppo, dopo un’ora circa di viaggio, la macchina si sprofonda nel fango, peggio che mai.

Durante il viaggio, ci eravamo uniti ad altre macchine che andavano per la nostra stessa destinazione.

Perciò tutti gli uomini, sono scesi dalla loro macchina e presa chi la zappa, chi la leva e chi altro arnese, lavorarono per diverse ore, onde liberare la macchina.

Anche il Vescovo si tolse scarpe e calze, rimase in calzoncini e camicia per aiutare, ma inutilmente.

Verso mezzogiorno, il Vescovo ci accompagnò con un’altra macchina, al capannone, per mangiare qualcosa e riposare un po’ dal sole. Dopo qualche ora, siamo ritornate al punto d’incaglio. Gli uomini stavano ancora attorno alla macchina. Volendo fare un ultimo tentativo, l’autista in un ultimo sforzo, ha rotto il comando della macchina, con nostro grande rincrescimento, perché ci vedevamo in piena campagna senza speranza d’arrivo in giornata. Visto che non c’era speranza, abbiamo chiesto al Vescovo di lasciarci camminare a piedi... La distanza che ci separava era ancora di Km 250... Lui, vedendo la nostra insistenza, ci disse un po’ ironico, che potevamo provarci, ma senza le valigie.

Così, tolteci le scarpe, perché si scivolava, e presa una valigia e un bastone per le serpi, ci mettiamo a camminare, sotto il sole inclemente.

Il Vescovo, vedendo che facevamo sul serio, si mise a guardarci serio e quando ci vide un po’ lontano, cominciò a gridare, dicendo che era pericoloso, che dovevamo andare in macchina e non così; che dovevamo tornare indietro, calzarci e aspettare, aspettare... Che era necessario avere molta pazienza… ecc…

Povero Vescovo! Non era rimasto contento di questa nostra incoerenza nel sacrificio, nella pazienza! Lui e la Superiora avevano la faccia alterata dall’impazienza... Indispettita, la Superiora si mise seduta sull’erba... non voleva sentire più nessuno... Noi tre guardavamo angosciate, senza dire nulla.

Avevamo tanta sete che quasi abbiamo bevuto l’acqua delle pozzanghere, ma ci ripugnava perchè sporca. Un medico di Paracatu, che si trovava nella compagnia di quelli che si erano uniti a noi durante il tragitto, forse intuì che noi avevamo sete, e disse ai suoi compagni: “ho sete, vado a cercare da bere”. E si mise a camminare fino a una discesa. Poi si tolse il cappello, prese dell’acqua che scorreva lì vicino, e si mise a bere. Per noi fu una scoperta provvidenziale, eravamo “cotte” dal sole, assettate; perciò, vedendo il medico che beveva, gli siamo andate vicino, per chiedere, se non era pericoloso bere quell'acqua  (non sapevamo ancora che era un medico) , lui rispose che se l’acqua scorre, è sempre potabile, inoltre, con tutto quel caldo, era preferibile bere. Con grande gioia, facendo bicchiere con le mani, abbiamo bevuto e ci siamo rinfrescate.

Poi siamo rimaste per alcune ore, sedute sull’erba, con grande timore di serpenti. Dicono che ce ne sono tanti e molto velenosi, come pure tanti altri animali pericolosi.

Finalmente, il Vescovo riesce a mettersi d’accordo con un’altro autista, e partiamo. Sembra che questo conosca meglio le strade di questi luoghi. Ad un certo punto, andiamo in forte discesa, per circa mezz’ora, dopo di che, vediamo un fiume, molto largo e torbidissimo. È il confine naturale dello Stato di Minas Gerais, dove si trova Paracatù.

La macchina, con tutti a bordo, entra in un’ampia e rustica zattera; due poveri uomini, a cui a mancava una gamba, remavano per attraversare il fiume; era questo il loro lavoro per vivere con la loro famiglia.

Arrivati all’altra sponda, e pagato il traghetto, ricomincia la corsa. Si è fatto buio, e di Paracatù neppure l’ombra. Ogni tanto si fermano, e con le lampade tascabili, guardano o palpano, se si può passare, altrimenti, cambiano strada, specie se c’è pericolo.

Quante volte ancora la macchina s’è incagliata!.. Era poco rassicurante questo viaggio; peggio ancora di notte... io e sr Grazietta avevamo molta paura, specialmente nelle discese ripide. Vedevamo i burroni ai lati delle strade, senza alcuna protezione: altro che coraggio avevamo! Eravamo terrorizzate. Noi due stavamo in una macchina e le altre due, col Vescovo, in un’altra.

Finalmente, dopo tante peripezie, siamo arrivate a Paracatù, terra dei nostri sospiri!

Entrando nella Città si vedono delle Capanne, un po' sparse. Questo luogo si chiama Paratuzigno, ed è abitato dai più poveri.

Andando innanzi, notiamo che è una città antica con case basse e strade non asfaltate. Ed eccoci arrivate alla residenza del Vescovo che è anche dei Padri. Anche questa è a pian terreno, vecchia... due Padri ci vengono incontro, per aiutarci a portare i bagagli.

Ci viene spiegato che è una comunità di Padri Carmelitani, della provincia Olandese. Tre Padri giovani circa 30 anni, ed il Vescovo anziano, circa 75 anni. La casa vescovile è abbastanza vecchia e rustica18.

Intanto che ci portano qualcosa da mangiare, il Vescovo, preso un recipiente d’argilla pieno d’acqua, ce ne offrì in abbondanza, poi, anche lui bevette nello stesso bicchiere...

Ci siamo seduti attorno a un tavolo su cui avevano messo qualche piatto con del riso in bianco, fagioli, carne macinata e banana. Abbiamo incominciato a cenare, e con noi, anche il Vescovo. Eravamo molto stanchi.

I Padri ci guardavano con pena e simpatia. Mentre mangiavamo, mi sono addormentata. Quando mi sono svegliata, stavo, seduta davanti al mio piatto, col riso ancora lì la testa appoggiata sulla mano, in cui tenevo ancora una posata. Tutti mi guardavano ed io rimasi confusa... Anche le altre avevano la faccia assonnacchiata19. Allora i Padri, vedendo la nostra stanchezza, ci accompagnarono alla nostra casa: era la porta vicina, a due passi da loro. Ci diedero la chiave, affinché la Superiora aprisse la porta, poi, augurandoci la buona notte se ne andarono soddisfatti.

Ma quando ci siamo viste sole in casa nostra, il sonno è scomparso. Volevamo renderci conto di tutto. La Casa è adiacente a quella dei Padri, però completamente separata.

È fatta in muratura; il tetto è strano; si vedono le tegole appoggiate su un telaio fatto di tronchi di albero... se piove forte, entra l’acqua. Il pavimento è di tavole, molto consumate e bucate; nella cucina ci sono i mattoni rustici. I fornelli sono per cucinare con la legna.

Ci sono 10 vani, sufficientemente grandi, modestamente mobiliati: il popolo ha dato tutto, anche togliendo dalla propria casa, chi una sedia, chi un tavolo, chi un tegame, ecc, tutto già usato ma in buone condizioni: ognuno ha dato ciò che ha potuto. Sul tavolo, abbiamo trovato la lista coi nomi e gli oggetti di quelli che ci hanno beneficato. Abbiamo cercato inutilmente la stanza da bagno: qui non esiste dentro casa: tutti hanno una casetta di legno, o di paglia, nel giardino: una semplice buca per terra, con qualche tavola di sopra, in un metro di spazio. Niente acqua canalizzata: per lavare i panni si va’ al fiume, oppure, si tira l’acqua dal pozzo. Abbiamo un piccolo terreno col pozzo; ci si potrà coltivare verdure, fiori. In cucina abbiamo trovato un sacco di riso e uno di fagioli rossi; legna per cucinare; burro, zucchero, caffé, banane. Niente pane, né vino. Finalmente, stanchissime, siamo andate a letto. La superiora e suor Eliana hanno la stanzetta individuale, mentre suor Grazietta ed io, dormiamo nella stessa stanza.

All’alba ci svegliamo con la musica, sr Grazietta corre vicino alla finestra, poi mi chiama: “Venga! ci stanno facendo la serenata!”

Veramente; alcuni giovani suonavano e cantavano un canto di Santa Teresina: “Santa delle rose”. Abbiamo ascoltato commosse e felici, poi ci siamo preparate per andare alla S. Messa, in Cattedrale, celebrata dal Vescovo, alle sei del mattino.


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  t o p  

   la cattedrale di Paracatu
    dedicata a sant'Antonio da Padova,
    edificio storico recentemente restaurato  (dal web)

Era il giorno dell’Epifania: 6 - gennaio - 1948!

Quando siamo uscite da casa, la strada e la piazza della chiesa era assiepata di gente per vederci. Noi quattro, con la cappa, eravamo ancora stordite dal viaggio e non sapevamo dove mettere i piedi, per causa del fango, delle buche e delle pietre; tutti ci guardavano fissamente, ma nessuno si avvicinava. Entrate in chiesa20, che aveva il pavimento a tavoloni, mezzi schiodati, ci sembrava di essere in 20 a camminare, tanto era il chiasso dei nostri passi sulle tavole! In pochi minuti, la chiesa si riempì di gente. Il Vescovo disse qualche parola, che per la distanza in cui stavamo non abbiamo potuto capire.

Alla comunione, ci siamo messe alla balaustra, ed abbiamo rinnovato i Santi Voti religiosi.

Quando siamo uscite dalla chiesa, incominciarono i saluti e gli abbracci; non finivano più di manifestarci la loro gioia per la nostra presenza in mezzo a loro. Noi li guardavamo con tenerezza, e ricambiavamo gli abbracci, mentre dicevamo qualche parola in portoghese. Come ci hanno fatto notare i Padri, e l’abbiamo potuto constatare anche noi, per grazia di Dio, alla popolazione, abbiamo fatto buona impressione. Ci vengono spesso a trovare, specialmente le donne di condizioni più povere; ansiosamente ci chiedono, se abbiamo bisogno di qualche cosa; che cosa faremo per il popolo e per i bambini; se apriremo una scuola. Noi sorridendo, diciamo che, col tempo, faremo tutto questo, se Dio lo vorrà.

La nostra casa sembra un ufficio: vogliono vederci, e sapere se ci piace di stare a Paracatù; se soffriamo molto per causa del caldo, del tipo di cibo, per la nostalgia dell’Italia e tanti altri quesiti. Malgrado tutto ciò sia vero, noi le tranquillizziamo, dicendo che stiamo benissimo, che presto apriremo una scuola per i loro bambini, e che ci sentiamo felici vicino a loro. E le mamme si entusiasmano, ci abbracciano e piangono, mentre ci raccontano le loro pene e ansie… Chi ci porta fiori e frutta, chi ciambelloni e dolcetti fatti da loro. Sono molto sensibili e affettuose.

I bambini vengono a gruppetti, a farci visita. Sono le famiglie e le insegnanti che li mandano. Ci portano fiori e frutta. Ci consolano con la loro ingenua espressione e coi loro sorrisi. Un giorno si presentò un bambino di circa sei anni tutto solo e importante dicendo che era venuto a fare visita alle “Signore” come loro ci chiamano. Dopo avere parlato un po’, gli abbiamo detto di contarci una bella canzone. Non se lo fece ripetere. Si è tutto ricurvato, e saltellando e schioccando le dita, si mise a cantare con voce argentina. Noi ci siamo molto divertite. Anche questi, come i nostri bambini, sono molto graziosi.

Dopo qualche mese che già stavamo a Paracatù venne a farci visita una ragazzetta di circa otto anni: ci ha portato una bottiglia di burro fresco. Si è presentata dicendo: “Voglio conoscervi e sapere come vi chiamate”. Quando le abbiamo detto il nostro nome, rivolta alla Superiora le ha detto: “Anch’io mi chiamo Agnese. Ebbene, raccontami le cose belle di Roma!” Allora la Superiora, cercò di raccontare qualcosa, ma le parole non venivano in portoghese, per cui la bambina, ad un certo punto l’interruppe, e quasi con pena la disse: “Poverina, non sai neanche parlare!… ma perché non esci e vai per le strade e ti metti a parlare con l’uno o con l’altro che incontri per via, così impari!.. se resti sempre dentro casa, non imparerai mai!..” Noi ci ridevamo di cuore.

Mentre uscivo dalla chiesa, il Vescovo mi ha chiesto se volevo guidare il coro della chiesa. Avendo accettato, m’ha consegnato le chiavi dell’armonio e dei libri di musica. C’è un bel coro di Figlie di Maria e cantano molto bene; sono istruite, quasi tutte hanno studiato, anzi, se non conoscono il latino, non sono ammesse al coro.

Il Vescovo è soddisfatto; tutto và bene. Ogni giorno ci viene a trovare, e noi gli offriamo il caffé con i biscotti che a lui piacciono tanto. Una volta la settimana, ci fa la conferenza: è un po’ monotono, però è profondamente spirituale.

Abbiamo già incominciato la vita regolare: lettura spirituale, silenzio, lettura a tavola, preghiere in comune, lavoro, molto lavoro…

Il nostro tempo è tutto dedicato ai lavori di pulizia della chiesa e della casa dei Padri, però non trascuriamo di visitare qualche famiglia bisognosa, il ricovero dove ci sono alcuni vecchietti, portando loro cose gradite, come biscotti, caramelle, come pure immaginette e corone di rosario. Naturalmente diciamo loro parole di conforto e di speranza in Dio, Padre di tutti.

Altre volte usciamo per conoscere Paracatu, specialmente il rione dei più poveri, fuori città. Un giorno siamo andate al fiume e abbiamo visto tante donne che lavavano i panni stando dentro l’acqua, fino al ginocchio. Fra l’altro ci dissero, che non avevano imparato altro mestiere, e che lavavano i panni degli altri per dar da mangiare ai figli e alla famiglia.

Abbiamo visto che la chiesa è molto sporca e non sappiamo come fare per pulirla. Nelle pareti altissime c’è un suolo di polvere rossa; oltre a ciò, ci sono centinaia di pipistrelli come pure civette, che volano dentro la chiesa, e sporcano… alcune volte anche sulla gente… per causa di questi animali, c’è una puzza insopportabile… Ogni tanto, un Padre, viene in chiesa con un fucile, e ne ammazza da riempirne sacchi, ma non si riesce a distruggerli. Ci siamo interessate della biancheria dei Padri e della chiesa, fa veramente pietà: tutta stracciata, macchiata, puzzolente, messa mucchi dentro e fuori gli armadi, e anche questi polverosi e pieni d’insetti; paramenti sacri tutti rovinati!

Attualmente siamo affaccendate per pulire e ordinare sia la Chiesa, la sacristia che è grandissima, come pure la casa dei Padri, le loro camere, ecc. . Rimaniamo meravigliate di tanta sporcizia e disordine, perché in casa hanno quattro persone di servizio: una donna di colore, Badù forte e robusta, sui 40 anni; la figlia di 15 anni; un giovane di 24 che fa il sagrestano, ma solo accende e smorza le candele; un’altra donnina anziana, che ogni tanto scopa la chiesa. Tutta questa gente mangia soltanto, non li vediamo ma pulire niente. Quando noi andiamo per pulire, li troviamo sempre seduti in cucina, e ci guardano zitti, zitti.

A circa mezz’ora di distanza da P.tu’, i Padri hanno una grande azienda, custodita da una famiglia. C’è una bella casa con primo piano, oltre alla casa di questa famiglia; tutto é circondato da moltissimo terreno, coltivato a canna da zucchero, caffé, banane, ortaggi ecc., hanno pure tanto bestiame: mucche, maiali, galline, anitre…

Un giorno il Vescovo ci ha invitato per fare una passeggiata e così conoscere quest’azienda. Noi non sapevamo la loro intenzione... Dopo che abbiamo visto il luogo, Lui ci ha detto che se volevamo, potevamo abitare in questa casa, che loro ne sarebbero rimasti molto contenti. Certamente era un luogo magnifico, ma noi non eravamo venute in Brasile, per abitare in una fattoria! Non era questo il nostro ideale! Per cui, con gentilezza e fermezza, gli abbiamo fatto capire che preferivamo rimanere nella casa dove stavamo, per causa della vicinanza della chiesa, della s. Messa, e di tutto un’insieme di cose che ci metteva a contatto col popolo; che noi volevamo stare col popolo specialmente i bambini e i poveri.

Lui non disse più niente, però abbiamo capito che la loro intenzione era quella di lasciarci nella fattoria.


  t o p  




Il Vescovo ci ha mandato una signorina insegnante, per insegnarci la lingua portoghese. Veramente essa non capisce neanche una parola della lingua italiana, ma, ci aiuteremo a vicenda; l’essenziale è la conversazione, perché la grammatica l’abbiamo studiata a Roma21 con Don Couto22 e con Don Pinbeiro, un brasiliano, che veniva a celebrare da noi, tutti i giorni.

Ed ecco che avviene per noi un fatto molto strano e doloroso. Tutti i giorni verso le otto i Padri ci mandavano i generi alimentari per la giornata, appena sufficienti per la giornata. Da qualche giorno, hanno smesso di mandarceli. Impaziente di aspettare, Suor Eliana, visto che nessuno si muoveva, và dal Vescovo per chiedere spiegazione di questo atteggiamento. Le ha risposto che poteva andare a chiedere l’elemosina per mangiare, perché loro, non potevano darci più niente, inoltre che lei, la suora, aveva una “buona maniera” per elimosinare, e così comprare da mangiare.

Suor Eliana è andata su tutte le furie!.. ne voleva giustizia! Venuta a casa diceva sdegnata: “Ma come, ci hanno fatto venire in quest’angolo sperduto; lavoriamo per loro dalla mattina alla sera, e poi non vogliono darci neppure il necessario per vivere?,, Ma è incredibile! Come facciamo?”

La Superiora era angosciata, ferma, muta, noi non sapevamo che fare. Avevamo tanta fame, in casa non avevamo quasi niente. Soldi non ne avevamo perché, i Padri non ci pagavano per i lavori che gli facevamo, e neppure quando suonavo per feste e matrimoni, non mi davano nulla. Allora, non avendo altro, andavamo sotto gli alberi, e mangiavamo i mangos ancora acerbi, le rose, i getti nuovi delle rose... Tutto era qui: non avevamo soldi. La Superiora aveva portato dall’Italia tre mila lire, le quali scambiate, ci sono risultate duecento cruzeiros, il sostentamento per qualche settimana.

Un giorno che il Vescovo venne per una visitina mentre prendeva il caffé, le suore mi dissero: “Lei che ha la lingua più sciolta, glielo dica!” Allora, a nome di tutte gli dissi, che eravamo disposte ad accettare la cucina dei Padri, e che oltre al lavoro che già facevamo, cioè pulizia della casa dei Padri e loro biancheria, come pure della chiesa e biancheria, ostie ecc; assumevamo anche il lavoro completo della cucina. Il Vescovo rispose che quanto al lavoro che già facevamo, potevamo continuare, che loro ne erano soddisfatti, ma quanto alla cucina, voleva prima parlare con i Padri della comunità.

Dopo qualche giorno ci diedero questa risposta, “che preferivano che continuasse a cucinare Badù”. E così rimase sempre.

Passata una settimana, il Vescovo è venuto a casa, e noi, tra una conversazione e l’altra, abbiamo detto che avremmo scritto ai Superiori, per informarli di questa nostra situazione. Allora, con arroganza e sarcasmo ci rispose: “I Superiori?.. ma se neanche vi cercano! neanche vi scrivono!.. Ma non vedete che per voi non ci pensa nessuno?.. Chi si ricorda di voi?..” Detto questo andò via.

Noi piangevamo, senza dire più nulla. Veramente, nessuno ci scriveva, né cercava!23 Monsignor Couto, che ci aveva tanto incoraggiato ad accettare questa missione, e che ci avrebbe aiutato, non si è fatto mai vedere, neppure con una lettera!.. Lascio immaginare il clima della nostra comunità. Eppure non dicevamo niente a nessuno. Un giorno, dopo il canto, due ragazze del coro mi hanno dato una bustina con denari, dicendo che avevano ricevuto lo stipendio, e avevano pensato a noi. E così hanno continuato per tanto tempo, ed io accettavo con gratitudine e subito correvo a casa per darli alla Superiora, che ringraziava la Divina provvidenza, e mandava sr Eliana a comprare generi alimentari, di prima necessità.

Una sera, mentre stanchissima, mi mettevo a letto, la Superiora venne sotto la mia tenda. Era molto triste… Con voce di pianto mi disse: “Suora non possiamo più andare avanti così: sole, senza mezzi per vivere… questi Padri che non si interessano di noi… Che ne dice lei, ce ne ritorniamo in Italia?.. Io non ce la faccio più non me la sento più di sopportare tutto questo, non ci voglio più stare!.. andiamo via da questo luogo!..”

Io rimasi senza fiato; seduta sul mio lettino, la guardavo sbalordita, al tenue chiarore della candela appoggiata per terra.

Non ero abituata a vedere così la Superiora… chiedere a me consiglio… Mi faceva tanta pena…

Quasi subito risposi: Superiora, abbiamo fatto tanti sacrifici per venire!… Il più l’abbiamo fatto. Ora andremo avanti come Dio vuole; facciamoci coraggio, Dio non ci abbandonerà, perché è per Lui che siamo venute… No, non dobbiamo assolutamente tornare indietro… La Madonna, ci aiuterà, ci guiderà e provvederà!” Ella mi guardò zitta, e se ne andò.

Intanto io macinavo nella mia mente: cosa avrei potuto fare?


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E pensa e ripensa, mi ricordai che in Italia ricamavo, facevo lavori di ordinazione. Ecco, avrei potuto ricamare corredi da sposa, completini per neonati ecc. Il giorno seguente lo dissi alla Superiora e parlai con alcune ragazze se sapevano di qualche persona che voleva essere ricamato il corredo o altro, che le suore sapevano ricamare bene. Si sparse la voce, e nello stesso giorno ci portarono tanto lavoro da fare… servizi da tavola ecc. E così cominciai a guadagnare qualche soldo per vivere. Anche la Superiora aiutava a ricamare, ed era più serena. Avevamo imparato a fare rosari, con certi semi del campo. Questi rosari li cercavano molto e li vendevamo, però ai poveri glieli regalavamo. Tutto questo lavoro, lo facevamo nei ritagli di tempo, perché a tempo pieno, dovevamo fare tutto quel lavoro per i Padri e poi la Chiesa, di cui ho già parlato, e dal quale non abbiamo mai ricevuto un soldo.

Vedendo che non potevamo più andare avanti così, perché oltre al mangiare, cominciavano a consumarsi le scarpe, gl’indumenti, ecc, abbiamo deciso di aprire un laboratorio; perché le ragazze, vedendo i lavori di ordinazione, ci chiedevano d’insegnarle. La domenica, durante gli avvisi parrocchiali, il celebrante disse, che le suore intendevano aprire una scuola di lavori femminili, le persone interessate, potevano fare l’iscrizione nella Casa delle suore. Dopo la messa, vennero a casa diverse ragazze per iscriversi. A noi non sembrava vero! Incominciava l’opera nostra: il contatto con la gioventù24.

Per il locale, i Padri ci avrebbero prestato il salone parrocchiale, che non era usato, e stava in pessime condizioni: non c’era mai stato il pavimento, era di terra battuta; non c’era bagno, né acqua, e tante altre inconvenienze25. Con molto ottimismo, abbiamo messo tutto “a posto”, inchiodato i poveri banchi, abbiamo messo delle immagini sacre di carta, molti fiori, e tutto è stato pronto per il giorno fissato. In questa circostanza, abbiamo conosciuto i serpenti: dietro un secchio pieno d’ acqua, c’erano due serpenti coral, molto velenosi e grandi che si sono alzati con la bocca spalancata, e la lingua biforcuta di fuori. Con uno strillo, sono scappata, gridando aiuto! Subito è corsa suor Eliana con un bastone, ed ha messo fine all’avventura!

È impressionante, vedere i rospi che ci sono dappertutto! Sono enormi e vanno in gruppi; saltano goffamente, entrano nelle case, vanno sotto i letti ed altri mobili, specialmente quando ci sono i temporali. Oltre a ciò, questi rospi sono molto devoti: in chiesa, li troviamo tra i banchi… ogni tanto, cambiano posto!

15 – marzo – 1948. A circa tre mesi dal nostro arrivo, oggi abbiamo aperto il laboratorio. Nella mattinata sono venute le due prime alunne: una è un’insegnante, l’altra è ancora una bambina si chiama Teresinha.

Nel pomeriggio, sono venute altre sette ragazze; frequentano il ginnasio in mattinata. Vogliono imparare presto, dicono. Giorno per giorno, il numero delle alunne aumenta; ci vengono volentieri. Sono già trascorsi due mesi dall’inizio della scuola di ricamo, ed è frequentata da 32 ragazze: hanno tanta buona volontà per imparare, e già si vedono dei graziosi lavorini, fatti da loro, e questo dà tanta soddisfazione.

Alcune sono giovani, altre ancora bambine. Due anziane signore, ricche, vengono per imparare a fare il filet, per fare poi, una tovaglia d’altare. Per molto tempo, hanno continuato a frequentare queste e altre ragazze; ogni mese hanno pagato puntualmente, collaborando così, al nostro sostentamento, in quei primi tempi di privazioni. Certamente, sono tante le difficoltà che si presentano, sia per abitudini diverse delle nostre, sia pure per mancanza di perfetta conoscenza della lingua, e più ancora della mentalità. Ci vuole pazienza e umiltà. Un giorno stavo sulla porta per ricevere le ragazze, si è avvicinato il Vescovo e mi ha detto: “Suora, sono molto preoccupato, perché tu ricevi abbastanza denari da questo laboratorio, è c’è pericolo che i ladri vengano a visitarvi; se vuoi darli a me, puoi stare tranquilla che stanno in buone mani; e così non correte il pericolo di essere derubate.” Senza scompormi, gli ho risposto con rispetto, che i soldi a mano a mano che entravano, così uscivano, perché oltre alle spese presenti, avevamo i debiti dei giorni tristi da pagare, oltre gli indumenti da comprare.


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sr M. Grazietta, all'età di 19 anni
nel giorno della sua professione religiosa,
il 29 aprile 1935.
All'epoca dei fatti narrati qui, aveva circa 32 anni d'età
grazietta1935
        Da qualche tempo io e sr Grazietta facevamo il catechismo, in chiesa, per i bambini della prima comunione. Un giorno, mentre già parlavamo con il nostro gruppo, spiegando ecc.., arriva il responsabile del catechismo. Padre Riccardo, con tre catechiste che si guardavano in modo strano. Il Padre venne vicino e disse a me e sr Grazietta: “Suore, non c’é più bisogno che venite voi per fare il catechismo, perché ci sono le signorine, anzi, potete andarvene adesso stesso.” E rimase lì, fermo, aspettando che noi andassimo via. Noi non abbiamo fiatato. Ci siamo guardate in faccia, meravigliate… avevamo gli occhi pieni di lacrime. Noi siamo subito andate a Casa.
        Con l’andar del tempo le mamme hanno chiesto di aprire l’asilo. Ormai eravamo a conoscenza della lingua, e potevamo “lanciarci”. Ma non avevamo locale, meno ancora materiale didattico. Eppure con l’aiuto di Dio e la buona volontà, abbiamo incominciato l’Asilo Infantile. Certo, ci siamo sacrificate non poco: lo stesso (al)26 ambiente, che nella mattinata serviva da laboratorio, nel pomeriggio funzionava da Scuola Materna. Suor Grazietta, faceva l’Asilo, aiutata da un’insegnate volontaria, ed io continuavo col laboratorio. Nelle ore libere, generalmente dopo cena, facevamo catechismo in casa nostra. Spesso preparavamo per il matrimonio, coppie già unite da tempo, altri già anziani e con figli. Il più delle volte, dovevano ancora ricevere tutti i sacramenti, a cominciare dal battesimo. Questa preparazione, la facevamo, perché alcuni Padri ce lo chiedevano e le persone da preparare, erano mandate, da loro in casa nostra.

Un giorno, durante la S. Messa, mentre accompagnavo i canti, alcune ragazze del coro, mi fecero cenno di guardare verso una porta socchiusa. C’era un Padre Carm. che io non conoscevo: alto, robusto sui 50 anni, era olandese. Stava in piedi ad osservarci.

Io continuai, senza darmi pensiero di niente. Dopo la s. messa le ragazze mi avvicinarono preoccupate e mi dissero: “Suora quello lì è il Pe. Patricio, che prima guidava il coro, poi lui è stato trasferito, e ha dato l’incarico a Lourdes, una signorina che lui ha preparato; dal modo che ci ha guardato, abbiamo capito che é inquieto con noi; forse perché abbiamo scritto una lettera alla signorina, dicendo che la suora italiana guidava il coro e perciò, che ci mandasse la chiave dell’ armadio dei libri di musica che aveva portato con sé, in villeggiatura. Si vede che gli ha fatto avere la nostra lettera e quindi, è venuto a rendersi conto. Cosa succederà adesso!...” ma io non potevo neanche immaginare che un Padre potesse ostacolare gli ordini del Vescovo. Io mi sentivo tranquilla, perché il coro me lo aveva consegnato il Vescovo.

Andai a casa, feci colazione, non ci pensai più. Lui invece, riunì tutte le ragazze del coro in sacristia, e gliene disse tante, che le fece piangere, e molte abbandonarono la chiesa, e per conseguenza, anche le famiglie. Dopo, le ragazze mi raccontarono tutto, e dissero che se quella signorina fosse tornata a dirigere il coro, se ne sarebbero andate per sempre. Dopo qualche giorno, mentre ordinavo la casa, arriva il P. Patricio. La Superiora mi chiama, ed io le chiedo il favore di rimanere con me. Senza preamboli, lui prende una lettera che aveva in tasca, quella di cui parlavano le ragazze, e lesse alcuni brani che non gli erano piaciuti: “… la dedicatissima Suora”… “… e ne siamo tanto contente...” ecc. e concluse nervosamente: “Le ragazze hanno offeso la signorina, che per tanti anni si è sacrificata per la chiesa!” Poi rivolto a me, sempre nervoso, disse: “E non è giusto questa preferenza per lei! - È un’usurpare il posto dell’altra!” Io l’avevo ascoltato zitta, ma a questo punto gli ho detto con calma: “Ma guardi, Padre che a me, ha dato l’incarico il Vescovo: non ho nessun interesse, lo faccio gratis, non ho mai ricevuto nulla! Lo faccio solo per onore e gloria di Dio e per obbedienza al Vescovo. La signorina può continuare a suonare nel coro, io mi ritiro; non sono venuta in Brasile per fare l’organista, ho tanto altro da fare!” Lui non disse più nulla; dopo qualche minuto si alzò e andò via. Non lo vidi mai più.


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L’insegnante che tutte le mattine veniva per insegnarci il portoghese, ben presto si è affezionata a noi e vedendo che nella nostra Comunità, c’era una pace che mai aveva conosciuto, decise di entrare nella Congregazione. Era insegnante da 18 anni, nelle scuole elementari comunali. Si chiamava Odilia Dulce de Oliveira; aveva circa 35 anni d’età, nata a Paracatu, figlia di indios. I genitori non volevano assolutamente che si facesse suora, però erano orgogliosi che fosse un’amica delle suore: lo ritenevano un grande onore. Ma dopo un anno Odilia decise di entrare, e preparati i documenti necessari e un po’ di corredo, entrò.

Che grande gioia per noi, che ci vedevamo in casa questa nuova sorella per aiutarci! Istruita, laboriosa, buona, equilibrata! Ma, come dicono i brasiliani, “tutto ciò che è buono, dura per poco tempo”, anche per noi durò poco. Ed ecco una nuova avventura. In una serata di forte temporale, verso le otto di sera, bussarono alla porta. Andai ad aprire, e mi trovai davanti due uomini a cavallo: indossavano una cappa scura, lunga, un cappellaccio da pastori, quasi sugli occhi; una faccia!.. Uno era anziano e l’altro giovane. L’anziano, sceso dal cavallo mi disse sgarbatamente: “chiama Odilia: sono il babbo e lui il fratello.” Mezza impaurita, vado a chiamare la Superiora, ma Odilia che ha sentito la voce ed ha capito, la precede dicendo: “Lasci che vada avanti, lei non venga: è pericoloso!”

Veramente i due avevano un aspetto poco rassicurante, poi, a quell’ora, così vestiti... era impressionante! Odilia, fingendo di non capire, abbracciò il babbo, salutò il fratello che non era neppure sceso dal cavallo. I due uomini quasi non risposero al saluto, e con arroganza le dissero di montare a cavallo; che erano venuti a prenderla, perché la mamma piangeva sempre. Odilia cominciò a supplicare, a piangere e dire che non voleva andarsene… Allora il fratello, sceso con furia dal cavallo, le si avvicinò minaccioso e le disse: “O vieni, o ti trascino!”

Vedendo inutile, anzi, pericolosa ogni resistenza Odilia montò sul cavallo del fratello, e ben presto sparirono nel buio della notte. Noi quattro, quasi impaurite, siamo andate in cappella, ad offrire a Gesù questa grande prova, questa nuova delusione. All’indomani poco prima della s. messa, ce la vediamo un’altra volta accanto, vestita da aspirante. Dopo la s. Messa ci raccontò che, “per molto favore”, poteva venire, basta però, che non parlasse più di farsi suora. Così durò per circa un anno. Tutti i giorni veniva per la s. messa; poi faceva colazione con noi, partecipava alla lettura spirituale, poi andava a scuola, dove insegnava; poi, superata ogni difficoltà, entrò definitivamente, contro la volontà dei suoi.

Venne il giorno della vestizione: la prima novizia brasiliana27! Quante speranze, quanti progetti per la nostra missione!…

Io pensavo alla scuola che tra breve tempo si sarebbe potuta iniziare, quando la novizia avrebbe fatto professione! Si sarebbe incominciato l’internato per l’educazione della gioventù; non era questa la nostra missione? E per questo dovevamo sopportare tutto, e superare le difficoltà che non erano poche, né rare, anche in mezzo a noi!

e ci fu una grande festa!”

Sembrava uno sposalizio. Alla novizia fu dato il nome che la Venerata Madre Fondatrice aveva desiderato: Suor M. Teresina del b. Gesù28. Tutti, al sentire questo nome, ne rimasero contenti. C’era tanta gente ad assistere alla cerimonia, però non sono venuti, né i genitori della suora, né le due sorelle, e nessuno dei parenti. Abbiamo fatto e distribuiti a tutti tantissimi dolci e ricordini.

Dopo alcuni mesi, si presentarono tre ragazze per essere suore, ma, una alla volta, tornarono indietro. Poi se ne presentarono altre tre, che arrivarono ad essere novizie, col nome di suor M. Eugenia, sr M. Josefina, sr Maria Do Carmo.

Queste tre, erano di professione casalinga e come età, avevano superato i 40 anni. La Superiora era anche maestra delle novizie. Abbitavamo29 nello stesso ambiente, tutto in comune, ma con un rigore di separazione… forse esagerato.

Dopo alcuni mesi di noviziato sr M. Do Carmo fu presa da una fortissima nostalgia per la mamma e i suoi, e se ne tornò a casa. Sr Josefina, non fu ammessa alla professione. Rimase Sr Eugenia Taveira30.


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Conversando con alcune ragazze, un giorno sono venuta a sapere, che la casa dove abitavamo non era nostra e che era probabile che un giorno, anche lontano, i Padri potevano richiedere la casa per loro comodità o per altre ragioni. Io rimasi perplessa: non avevamo mai sentito dire che la casa era prestata; credevamo che per il fatto che il Vescovo, ci aveva fatto venire dall’Italia, la casa ci apparteneva. Arrivata a casa, dissi subito il caso alla comunità, ma non mi credettero. Vista l’ indifferenza di casa, andai dal Padre Atanasio, nostro direttore spirituale e molto comprensivo. Quando esposi a lui il mio timore, mi disse che la risposta me l’avrebbe data assieme alla Comunità. Fece una riunione a casa nostra, e tra l’altro disse: “… veramente è così, la casa non è vostra: potete starci finché ve lo consentiamo noi, ma un giorno che ne dovessimo avere bisogno, voi dovreste cercarvene un’altra, oppure… ritornare in Italia. Lascio immaginare il nostro sdegno, dopo tanti sacrifici! Il P. Atanasio ci consigliò di formare una commissione di alcune signore benestanti e di alcune Figlie di Maria e le Suore. Andare per le case, e chiedere la collaborazione del popolo, per comprare una casa, anche di seconda mano, per dare inizio alla scuola. Perciò dovevamo portare un registro, col timbro e consenso delle autorità civili e religiose, su cui, ogni donatore, scriveva quanto dava, e metteva la propria firma. Dunque dovevamo andare di porta in porta e chiedere la carità. Le suore si rifiutarono: “Noi non ce la sentiamo di andare elemosinando, dissero; ci vada chi ha messo in mezzo questa storia!”

Veramente, me ne vergognavo anch’io, e molto! però senza casa non potevamo stare, perché ciò avrebbe reso impossibile la realizzazione delle nostre Opere; le vocazioni avrebbero cercato altre congregazioni organizzate, e per noi, non ci sarebbe stata possibilità di permanenza. Quindi?… vedendo questo conflitto suor Teresina disse: “se mi concedono il permesso di uscire, perché ancora sono novizia, io ci vado, e sono sicura che il popolo ci aiuterà”. Padre Atanasio parlò in modo persuasivo alla Superiora e poi al Vescovo, ed il permesso fu dato. Per potere uscire, sr Teresina doveva mettere il velo nero. Così formata la commissione composta da tre signore, due F. di Maria e due suore, ed il P. Atanasio, il quale, ebbe la bontà di accompagnarci per diversi giorni, abbiamo iniziato il nostro grande sacrificio, andando di casa in casa per chiedere aiuto, per comprarci la casa. Molte sono state le reazioni del popolo, -- tanti i sacrifici e le umiliazioni subite, -- Impossibile raccontare tutto… Lasciamolo nella mani di Dio. Ben presto le accompagnanti si stancarono, e chi per una ragione e chi per un’altra, siamo rimaste soltanto le due suore. Tutti i giorni, dopo d’ aver compiuti i doveri di comunità, uscivamo di mattina e poi nel pomeriggio. Andavamo in tutte le case, anche dei più poveri, perché altrimenti si offendevano; alcuni davano qualche centesimo soltanto. Abbiamo girato Paracatù palmo per palmo, per 5 mesi sotto un sole inclemente, pioggia, polverone… stanchezza, fame, sete e tanti rimproveri.

Finalmente, abbiamo racimolato la somma di 85 mila cruzeiros.

P. Atanasio ci disse che per una casa di seconda mano ci potevamo arrivare. Quindi, cercare mentre si girava e interessarci dove se ne fosse qualcuna un vendita. E domanda oggi e domanda domani siamo riuscite a trovare tre case che facevamo per noi, cioè per aprire anche la scuola. Una era vicino ai Padri, dietro la chiesa; un’altra vincolata dagli eredi, e una terra quasi fuori del perimetro urbano. Abbiamo detto: quella vicino ai Padri no, altrimenti dovremo fare sempre i servizi a loro, e non potremo fare le nostre Opere; proprio per questo motivo, compreremo quella più lontano. Era una casa di stile coloniale, abbastanza grande e ancora in buone condizioni, con molto terreno da coltivare, confinante con un ruscello. Oltre, tanto terreno libero dove futuramente, se necessario, si sarebbe potuto costruire.

P. Atanasio e le suore l’hanno visitata e ne sono rimasti soddisfatti, però, alla Superiora non è piaciuto il posto: ha detto che solo di vederla da lontano, le veniva mal di testa e voglia di vomitare. Ma il Padre disse: “Suore, compratela prima che altro interessato si presenti; per il terreno, quella casa vale di più. Vuol dire che, se la Superiora non ci vuole andare, resta dove sta, ma voi sbrigatevi a comprarla. E così, sono andata con suor Teresina, ed abbiamo fissato il prezzo per 95 mila cruzeiros. Subito abbiamo firmato un contratto e versato un primo acconto, e dopo qualche mese, abbiamo saldato tutto e passata, la scrittura al Foro, ma per questo c’è andata la Superiora con un’altra Suora.


  t o p  

Ora avevamo la casa nostra, della Congregazione!

Una grande gioia regnava nel nostro cuore per questo trionfo! Abbiamo incominciato a fare progetti per la scuola. Siamo andate alla Scuola Comunale, dove insegnava sr. Teresina, per chiedere banchi di scuola, lavagne, libri, anche fuori uso, per potere iniziare l’anno scolastico. Poi abbiamo fatto domanda al Ministero della P. Istruzione, perché riconoscesse la nostra scuola come annessa alla scuola pubblica e che l’insegnante Odilia D. Oliveira, continuasse rinumerata dal governo, insegnando nella detta scuola, denominata: “Scuola Nossa Senhora Do Carmo”31.

Avendo ottenuto tutto ed essendo periodo d’iscrizione per il nuovo anno scolastico, abbiamo aperto l’iscrizione per la scuola materna e la scuola elementare. Vennero tanti alunni, che non sapevamo dove accomodarli, per cui, è stato necessario fare due turni d’ogni classe, uno di mattina , l’altro nel pomeriggio.

Per il primo anno, si sono offerte per insegnare gratuitamente, insegnanti di altre scuole, per aiutarci, perché vedevano la nostra buona volontà, e la nostra mancanza di personale. Quanti alunni! C’erano alcuni già con i baffi! Dovevano ricuperare gli anni perduti. Il P. Atanasio, veniva ogni settimana per fare il catechismo nelle classi. Li preparavamo per la prima comunione e cresima. Parlavamo di Dio più che potevamo.

In alcuni paesi vicino a Paracatu, non c’era la scuola comunale,32 per cui molti rimanevano analfabeti. Molte ragazze ci avevano chiesto di riceverle come interne, per poter fare almeno le elementari da noi. Quindi, si presentò l’occasione di aprire l’Internato. Si presentarono 20 ragazze; alcune erano di Paracatù. A Suor Eugenia, malgrado fosse ancora novizia, è stato dato l’ufficio di assistente delle interne.


2 - febbraio – 1952 -

Oggi è incominciata la scuola: dalla scuola materna alla V elementare; un turno di mattina e un turno nel pomeriggio. Per causa di riparazioni , ripuliture ecc., la comunità continua ad abitare nella Casa dei Padri. Soltanto Sr. Grazietta ed io, dormiamo in questa casa, per vigilare il materiale di costruzione: quantunque funzioni la scuola, è ancora tutto in riparazione: nelle porte non ci sono neppure le maniglie, e la notte, per chiudere, appoggiamo i banchi di scuola… La mattina presto andiamo alla Cattedrale, dove troviamo le altre suore, e assistiamo alla s. messa. Poi andiamo a casa per la colazione, lettura spirituale. Quindi ritorno a scuola con Sr. Teresina e con le interne che debbono frequentare. Si pulisce e prepara l’ambiente, dopo di che, prendiamo la nostra classe, Sr Teresina la I ed io la II. Rimaniamo in classe fino alle 11,30.

Usciti gli alunni, si ritorna a casa per il pranzo. Alle ore tredici, si ritorna per ripetere lo stesso lavoro della mattinata. Terminata la scuola e messo tutto in ordine, ritorniamo a casa. Si recita in comunità il s. rosario ecc, poi si cena, si fa un po’ di ricreazione. Alle ore 20, ritorno alla scuola con sr. Grazietta, per passarvi la notte. È una vita di duro sacrificio, specialmente quando ci sono i forti temporali, che quì sono impressionanti. Ma lo facciamo volentieri, per amore di Dio e per il futuro della nostra Congregazione.

Ormai sono ultimate le riparazioni della casa.

Noi siamo troppo stanche di fare questa vita su e giù; abbiamo deciso di rimanere tutte nella nostra casa. Ci verrà anche la Superiora, malgrado abbia ancora l’impressione del “mal di testa”.


la casa e la scuola di Paracatu,
frutto di tanti sacrifici,
in una preziosa fotografia storica


colegiodomelizeu

Finalmente, a Casa nostra!”

La sera della festa della Santissima Trinità, mentre nel cielo cominciavano a scintillare le prime stelle e le strade erano buie e deserte, noi, con le nostre interne, ognuna col suo bagaglio; alcune con la lucerna accesa in mano, perchè nella nostra zona non c’erano i lampioni, siamo andate alla nostra residenza, come a una festa.

Prima di andarcene, le Suore siamo entrate nella casa del Vescovo, per salutarlo, assieme ai padri, e allo stesso tempo, per consegnare la chiave di casa.

Ci sono sembrati tristi. Però non hanno detto niente. Quando mi sono avvicinata per baciare la mano al Vescovo, mi ha detto: “È stato troppo presto, Suora! Potevate aspettare ancora…”

No, Eccellenza, ho risposto, anzi, è stato troppo tardi; avremmo dovuto farlo prima. Guardi quanti anni sono già passati! Certamente che così non potevamo più stare!”

Eravamo già nel 1952 = quattro anni di insicurezza e di tribolazioni.



  t o p  



Da quel giorno non siamo più andate a pulire la casa dei Padri, né la chiesa, però a casa nostra ho continuato a fare le ostie, a lavare e stirare tutta la biancheria della chiesa, tutto gratis e con grande dedicazione. Sr Grazietta ha continuato a pensare per la biancheria del Vescovo e per la sua cappella.

In questo nostro rione c’erano poche case. Ben presto, per causa della nostra scuola, molti hanno costruito vicino a noi, e così il nostro rione si è popolato di gente.


La frequenza degli alunni e delle interne, aumentava sempre, così che ci siamo trovate in difficoltà per l’acqua.

Non era più possibile andare avanti con l’acqua del pozzo, per tanta gente: l’acqua finiva dopo 50 secchi che si tiravano, e bisognava aspettare alcune ore, prima che si accumulasse di nuovo… Allora andavamo dai vicini per chiedere che ci lasciassero tirare dal pozzo, qualche secchio d’acqua per i bambini. Non sempre facevano buon viso…


A Paracatù, nessuno aveva l’acqua canalizzata in casa però, vicino alla piazza, c’era un rubinetto pubblico, continuamente aperto, anche di notte, e l’acqua si sprecava.

            Ci venne l’ispirazione di chiedere al sindaco di canalizzare quell’acqua, fino alla nostra porta, a spese del Comune che, dopo noi avremo fatto per conto nostro, le altre spese, che non erano poche; e che essendo la scuola un bene pubblico, era giusto che anche loro ci dessero una mano d’ aiuto, per una cosa così indispensabile come l’acqua.

            Abbiamo dovuto insistere, “seccarli”. E aspettare per molto tempo, ma infine, abbiamo ottenuto gratis la canalizzazione fino alla porta, come avevamo chiesto.
           Dopo di che, era facile anche per gli altri cittadini avere l’acqua in casa. Questo è stato un vero progresso per tutti: l’acqua in casa.
           
palazzo municipale di Paracatu,
un edificio storico  (dal web)


casamunicipal


Dopo qualche anno di permanenza, vediamo l’urgenza di costruire, almeno due vasti ambienti, che possa servire sia per le classi numerose, come pure per le occasioni di feste.

In tutte le scuole, si usano fare delle feste sportive, con i propri alunni, per ricavare il danaro necessario per ampiamento33 d’ambiente per mobilio od altro.

Perciò, abbiamo organizzato diversi giochi, corse, gare competitive e danze. È riuscita una bellissima festa, molto animata.

Col ricavato, abbiamo incominciato a costruire; quando finivano i soldi, facevamo un’altra festa. Il popolo ne era contento e ci aiutava volentieri.

In breve tempo la costruzione è stata pronta.

E visto che ci siamo riuscite con la scuola, abbiamo sentito l’urgente necessità di costruire, dalla parte opposta della casa, un’ampio dormitorio per le ragazze, con servizi igienici e acqua canalizzata; con una capienza di 50 lettini.

Abbiamo comprato una vecchia casa da demolire; per avere più spazio e libertà.

Piano, piano anche il dormitorio è arrivato al termine. Il P. Atanasio l’ha benedetto, con grande soddisfazione di tutti. E come qui si usa dare un nome agli ambienti di questo genere, l’abbiamo nominato:

Dormitorio s. José”


Tutti i giorni, alle sei del mattino, andavamo in chiesa per la s. messa.

Da qualche giorno, il Vescovo viene a celebrare nella nostra cappella, meno la domenica.

Per noi è stato un sollievo, perché alle sette, incomincia la scuola e tante volte non si arrivava in tempo, neppure per fare colazione.


Finalmente abbiamo comprato l’armonio; non mi è sembrato neanche vero, dopo tanto tempo.

Durante le celebrazioni, si accompagnano i canti sacri; le ragazze interne formano il coro; cantano discretamente bene. La cappella si riempie di gente che viene a pregare con noi.



Dopo tre anni dall’ultima candidata è arrivata una nuova vocazione, si chiama Iraci Lacerda, ha 19 anni ed è di S. Romào, un paesetto vicino a Paracatù; è casalinga: desidera studiare.

Speriamo santa perseveranza.

Ce ne sono diverse di ragazze che vorrebbero entrare nella Congregazione, ma i Padri le consigliano di scegliere congregazioni brasiliane e bene organizzate, che abbiano le opere sviluppate: noi invece, non abbiamo mezzi, siamo molto povere e lavoriamo troppo. Questo è quello che abbiamo saputo dalle ragazze.

Un giorno, è venuta a farci visita una Suora di altra congregazione. Appena, ci ha visto ci ha abbracciate con tanto affetto, come se ci conoscesse da tempo; poi ci ha detto: “Forse loro non si ricordano più di me, ma io le conosco da quando sono arrivate a Paracatu. Io volevo entrare da voi, però il Padre X. me lo ha sconsigliato, per causa della povertà e mi ha incamminato verso quest’altra congregazione. Io però, nell’anima, mi sento sempre carmelitana e prego tanto per voi…”


Da qualche anno abbiamo normalizzato la nostra situazione. La scuola funziona regolarmente. Le insegnati sono stipendiate da noi, e ci vengono tanto volentieri. Gli alunni sono 400, senza contare la scuola Materna.

Abbiamo 37 collegiali e 25 orfane; le collegiali pagano, le orfane sono a nostro carico, non riceviamo collaborazione, né dagli enti, né dai familiari.

Le facciamo studiare, e se lo desiderano le facciamo diplomare: in casa fanno le elementari poi continuano nelle scuole esterne: una scuola, fino alle magistrali è vicinissima al collegio.

Chi non vuole studiare, frequenta le elementari, dopo impara il mestiere che vuole: sarta, cuoca, dolciera, maglierista, ecc . Una di loro, Maria Gloria Caixito, studia la musica per poi suonare in chiesa.

Abbiamo anche tanti giovani e ragazze che vengono per imparare la musica, così in casa abbiamo sempre la melodia.


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Ottobre 1955

Io lavoro ancora nella scuola di mattina, e nel pomeriggio correggo i compiti e aiuto nei lavori di casa e penso per la cappella.

Mi accorgo che attorno a me c’è qualcosa che non riesco a capire e nessuno mi dice nulla.

Siamo quasi agli esami degli alunni; la mia classe è numerosa: 42, perciò ho molto da fare e preparare. Una sera la Superiora mi disse: “Suora, si prepari la valigia, perché domani alle 6 del mattino, partirà per l’Italia.” Detto questo se ne andò.

Inutile dire le mie ragioni: la scuola, gli esami, l’andar via così all’improvvisoera una cosa sconcertante… Mi disse che i Superiori da S. Marinella avevano dato quest’ordine e si doveva obbedire senza reclamazioni34. Io mi sentivo distrutta. … Perché tutta questa precipitazione?…

L’indomani, alle 6 del mattino, misi qualche indumento necessario nella valigia, e accompagnata dalla Superiora e da sr. Teresina, sono entrata nella corriera, dando inizio al viaggio di ritorno in Italia.


  t o p  

virginia_rioLa testimonianza di sr M. Virginia
al processo per la beatificazione
di madre M. Crocifissa Curcio (= SdD)

Il testo, estratto dalla
Positio super vita ed virtutibus,

viene qui riportato solo nelle parti che si riferiscono
allo spirito missionario e alle vicende relative all’iniziativa missionaria in Brasile

Teste XXXVII, Sr Virginia Murtinu
2 ottobre 1989


La Fondazione [della Congregazione] ha avuto uno sviluppo continuo, grazie al fatto che la SdD accoglieva, pur con ponderatezza, le varie occasioni che la Provvidenza le offriva. L'apertura della missione in Brasile avvenne in modo semplicemente straordinario. Io abitavo a Cerveteri e una mattina la SdD mi mandò a chiamare, mentre ero di ritorno dalla messa. La suora che venne a prendermi non mi diede neppure il tempo di far colazione e mi condusse a S. Marinella dalla SdD.

Questa mi aspettava davanti alla porta. Alle mie domande, poiché le chiedevo se fosse capitato qualcosa a mia Madre, la SdD subito mi rassicurò. Mi fece fare prima colazione e poi mi disse: "È venuto il vostro confessore di Roma, mons. Couto, (che era brasiliano) , e mi ha chiesto 4 suore per aprire una missione in Brasile. Vedi lì il foglio bianco. Nessuno ha voluto metterci la sua firma. Tu che ne pensi? Se tu firmi per prima, forse qualche altra ti seguirà". Io presi il foglio, lo girai, poi lo posai. "Oh, figlia mia, non vuoi firmare?" E io: "Sono dieci anni che non vedo mia madre; è malata di cuore. Se mi mandate prima a casa, forse poi firmerò". Nel frattempo entrò P. Lorenzo che prese parte alla conversazione: "Su, se devi fare il sacrificio lo devi fare completo!" mi disse il Padre. E io: "No, se mi mandate da mia mamma, andrò in Brasile, se no, non vado!".

La SdD perorava la mia causa. Il Padre insisteva, ma davanti alla mia fermezza, la SdD rivolta a lui disse: "E su, mandiamocela un po’ di giorni!" Allora Padre Lorenzo le rispose: "Del resto è lei la Madre, faccia lei!".

Così impugnai la penna e col pensiero di essere carmelitana missionaria scrissi il mio nome.

Quando venne l'ora della partenza per la missione, eravamo tutte sulla strada, in via del Carmelo. La SdD abbracciandomi, mi disse: "Vai, figlia dei miei sogni giovanili, io sono malata, non posso andarci e mando te per me. Vai e porta in questa terra di missione la mia preghiera, il mio zelo, tutto quello che io avrei dovuto portare; e ti raccomando i poveri!".

Questa espressione mi è rimasta impressa e mi ha dato sempre coraggio, soprattutto nelle difficoltà iniziali, quando le suore mie compagne, a causa della vita impossibile, volevano tornare indietro.

La SdD è stata per me come un faro luminoso a cui rivolgermi. Le sue lettere per me erano tutto, le custodivo gelosamente, tanto che poi, tutte le volte che venivo trasferita, per la fretta non avevo mai il tempo di raccoglierle, come pure quando ritornai dal Brasile. La SdD mi scriveva teneramente e mi chiamava "Colomba mia".

La nostra missione in Brasile divenne difficile in quanto, oltre alle difficoltà concrete della vita di tutti i giorni, della lingua e della povertà, trovammo grossi ostacoli presso i Padri Carmelitani. Infatti questi, sebbene ci avessero chiamato a lavorare nella loro diocesi (Paracatu) , tuttavia non accettavano la nostra presenza, in quanto troppo povere. Noi eravamo costrette per vivere, ad industriarci in ogni modo con lavoretti di ricamo e la coltivazione degli ortaggi. Sensibili, inoltre, al bisogno che avevano i Padri, ci mettemmo a disposizione per lavare la loro biancheria.

Costoro, però, proprio per questo ci tacciavano per lavandaie e non ci permettevano di insegnare il catechismo in parrocchia. In più distoglievano le ragazze che esprimevano il desiderio di entrare nel nostro Istituto, presentandoci come suore troppo povere e ignoranti. Di ciò ebbi la conferma più tardi dalla testimonianza di una nostra ragazza, ora sr Bernadette, attualmente a Manila.

Nel 1955 fui mandata via dal Brasile a causa della gelosia di una consorella e tornai in Italia. Nel 1964 la Superiora generale, Madre Grazietta Giunta, mi voleva rimandare in Brasile come Delegata e Maestra delle novizie.

Io, che stavo tanto bene a Jesi (AN) , tentai di rifiutarmi. Allora Madre Grazietta, per incoraggiarmi, mi assicurò che la suora che mi aveva mandato via, ormai non c'era più, infatti era uscita dalla Congregazione. Io accettai, ma prima volli chiarire con Padre Lorenzo la questione del comportamento dei Padri Carmelitani in Brasile nei confronti della nostra comunità e gli chiesi di voler trasferire il noviziato da Paracatu ad un'altra città. A Paracatu c'era il vescovo, il carmelitano Dom R. L., che non ci considerava idonee a curare una casa di formazione. Padre Lorenzo mi disse: "Figlia mia ascolta, vai dove ci sono case rurali, mettiti ad insegnare la Bibbia, a cantare e raccogli tutti i bambini, e lascia stare i Carmelitani". Io così feci: la sera preparavo le corone del Rosario con i semi di una pianta che ivi si chiama "lacrime di Maria" e il giorno successivo le distribuivo ai bambini che diventavano sempre più numerosi.

Dopo qualche tempo che giunsi a Paracatù, notai che tutte le sere, verso il tramonto, una nostra aspirante, che era in comunità da tre anni, piangeva. Una sera la chiamai e chiesi spiegazioni: lei mi riferì che il vescovo Dom L. le aveva proibito di prendere i voti nella nostra Congregazione, accusandoci di essere molto povere e lavandaie; inoltre, diceva che da noi le ragazze non avrebbero avuto la possibilità di studiare.

Allora mi decisi a recarmi dal suddetto vescovo e gli accennai la decisione di trasferire la casa di formazione ad Uberaba, città universitaria, dove le nostre ragazze avrebbero potuto fare tutti gli studi di cui sarebbero state capaci. Il vescovo ne rimase turbato; seppi dopo alcuni anni che lasciò il ministero episcopale35, ma non ne conosco i motivi.

La SdD voleva che la Congregazione si diffondesse soprattutto per salvare le ragazze povere e bisognose, mi diceva: "Tu devi pescare l'oro in mezzo al fango; devi ripulire in queste ragazze (le corrigende36) lo spirito cristiano, l'amore di Dio dal fango ove è stato immerso".


i Fondatori  (seduti) ,
in questa immagine del 1930,
con alcune delle prime suore della Congregazione, le novizie e le postulanti,
posano assieme a un gruppo di bambine accolte nella casa di Santa Marinella
orfane_e_carm


  t o p  



1Nella trascrizione del manoscritto si è cercato di rispettare rigorosamente quanto uscito dalla penna e dal cuore di sr M. Virginia, mantenendo anche alcune imprecisioni linguistiche e ortografiche dell’originale.
Due sole eccezioni: nel riportare parole testuali, la scrivente utilizza il trattino (-) e lo si è trascritto come virgolette (“ ”) . Nel porre il titolo al suo quaderno, come nel titolare molti paragrafi, sr M. Virginia ha utilizzato a decoro dei segni simili a “=” che sono stati qui eliminati.
L’abbondante utilizzo delle virgole che il lettore certamente noterà, risente a nostro parere del ritmo dolcemente cadenzato che caratterizzava il parlare di sr M. Virginia, influenzato dalla sua lingua sarda d’origine e dalla lunga abitudine a parlare in portoghese.
Il testo di sr M. Virginia è evidentemente stato scritto all’epoca dei fatti e poi rivisto e trascritto da lei stessa in età avanzata, come si evince dalla scrittura accurata anche se vagamente incerta nel tratto.
Il manoscritto qui riportato è contenuto in un quaderno a righe formato A4, constante di 36 fogli A4 (18 fogli A3 ripiegati) , cui la scrivente ha aggiunto altri 2 fogli di un identico quaderno.
La numerazione delle pagine riportata al termine della trascrizione di ciascuna pagina del manoscritto riflette quella dei fogli e vi è stata aggiunta la lettera “r” quando si tratta della parte “retta” del foglio o la lettera “v” quando si è completata la parte “versa” dello stesso foglio.
La trascrizione è stata effettuata da sr M. Rosita W. Taganahan cmstgb
e rivista a cura di sr Marianerina de Simone cmstgb che ha anche curato le note storiche e la traccia biografica di sr M. Virginia Murtinu. Si ringraziano per la collaborazione sr M. Mihaela Demşa cmstgb e sr M. Amalia Rullo cmstgb.
Nella pubblicazione cartacea il testo è stato ulteriormente rivisto e arricchito da illustrazioni delle case che compongono attualmente la provincia brasiliana "s. Teresa di Lisieux", a cura di sr Mariassunta Colombo cmstgb.

2Nel linguaggio comune all’interno della Congregazione, s’intendono entrambi i Fondatori o, in tempi più recenti, genericamente, le Superiore maggiori. L’abitudine all’uso del maschile plurale proviene probabilmente dal fatto che nei primi decenni di vita della Congregazione il governo era esercitato in piena comunione fra madre M. Crocifissa e padre Lorenzo.

3Si tratta di sr M. Grazietta Giunta (sr Maria) che, dopo la morte della Fondatrice, nel 1957, venne eletta Superiora generale e rimase in tale carica fino al 1978.
Nata a Modica il 20 maggio 1919, è entrata nella congregazione della Madre Curcio nel 1933 a Santa Marinella; emessi i voti temporanei nel 1935 e quelli perpetui nel 1938, ha ricoperto vari incarichi di responsabilità ed è stata per molti anni la fidata Vicaria e collaboratrice della beata M. Crocifissa. È spirata a Santa Marinella il 25 marzo 1991. È sepolta nel cimitero di Santa Marinella accanto a padre Lorenzo.

4Padre Carmelo Luisi, Carmelitano, fu membro della Curia generale dei Carmelitani e Officiale della Sacra Congregazione dei religiosi. Fedele amico di padre Lorenzo van den Eerenbeemt, ricevette da lui l’incarico di seguire il cammino della Congregazione delle suore Carmelitane missionarie di s. Teresa di Gesù bambino dopo la morte del Fondatore. Colpito da un grave tumore, è spirato a Roma il 23 aprile 1985.

5Qui, come in altri luoghi, è erroneo l’utilizzo dell’apostrofo a troncare l’articolo indeterminativo.

6Sr M. Rosina Savarino, nacque a Modica, (RG), il 16 marzo 1914. Entrata nella Congregazione nell’ottobre 1933, ha ricoperto molti incarichi di responsabilità, fra i quali quello di Visitatrice per le case della Sicilia negli anni 1943-1945 e quello di Vicaria generale, dal 1957 al 1985. Nel triennio successivo è nominata Superiora della casa di Santa Marinella. Ammalatasi in modo sempre più grave soprattutto a causa dell’avanzare dell’età, dopo un ricovero all’ospedale “san Paolo” di Civitavecchia, è serenamente spirata a Santa Marinella il 22 dicembre 2001. È sepolta nel cimitero comunale di Santa Marinella.

7Suor M. Agnese Giunta (Maria Teresa) è sorella minore di sr M. Maddalena, una delle prime compagne di madre M. Crocifissa nella fondazione. Nasce a Modica nel 1901. Entra in Congregazione a S. Marinella nel 1927. Emette i voti temporanei nel 1929, in forma privata, e quelli perpetui nel 1932. Dopo aver ricoperto la carica di Maestra delle Novizie, fino al 1938, e di Superiora nelle Case di Carinola e Solarino, accetta di partire per il Brasile come responsabile del primo gruppo missionario. Rimase Superiora locale per diversi anni e svolse anche l’incarico di maestra delle novizie. Nel 1959 fu nominata Delegata della Superiora generale per le case brasiliane; terminato questo ufficio, nel 1972 fu nominata seconda Consigliera regionale. Fece parte delle comunità di Paracatu, Uberaba, Graziosa, Paranavaí, Frutal e Itumbiara, nelle quali fu quasi sempre Superiora locale. Sempre umile e disponibile, anche se mai venendo meno alle proprie responsabilità, rimase in Brasile per tutta la sua vita. Morì nella casa di Uberaba (Brasile) il 25 agosto 1986 ed è sepolta nel cimitero São João Batista di Uberaba.
Le altre compagne di viaggio sono:
Sr M. Eliana Spadola (Orazia) , nata a Modica il 31 marzo 1903; iniziò il postulato il 24 agosto 1928; il noviziato il 6 gennaio 1929; emise la professione temporanea il 23 ottobre 1930; emise la professione perpetua ad Acireale il 23 ottobre 1934. Assegnata a varie comunità (Cerveteri, Santa Marinella, Acireale, Carinola) , si occupò sempre con amore ed energia del lavoro di cucina e della cura dell’orto. In Brasile, dove fece parte delle comunità di Paracatu e Graziosa, si dedicò con abilità e anche con sensibilità pastorale a queste attività e a insegnare al popolo la coltivazione degli ortaggi. Rientrata in Italia nel 1970, morì a Modica “s. Francesco Saverio” il 5 dicembre 1977 a causa di un grave tumore. Riposa nel cimitero comunale di Modica.
Sr M. Grazietta Macauda (al secolo M. Grazia) , nata a Modica (RG) il 20.5.1916, religiosa professa dal 1938 (voti perpetui) , nel 1933 entrata in religione presso le Suore Carmelitane Missionarie di S. Teresa del B.G. . Infermiera professionale, fu inviata prima nella comunità di Cerveteri (1935) e poi in quella di Roma, partì per il Brasile nel novembre 1947 e rientrò definitivamente in Italia nel 1990, per assistere la sorella religiosa ammalata presso la comunità di Modica, ist. “s. Anna”. Qui è serenamente spirata, dopo una lunga malattia, il 10 marzo 2009.

8Ad ampi balzi, a lunghi salti, con passo lungo e saltellante.

9San Francesco mio, San Francesco!”.
Considerando la provenienza della donna invocante, ci si riferisce probabilmente a san Francesco di Paola. A questo santo, conosciuto come protettore dei poveri e degli oppressi, sono attribuiti molti prodigi anche durante la vita terrena e, fra questi, l’attraversamento dello stretto di Messina “a bordo” di un mantello steso sull’acqua, assieme ad alcuni compagni, nel 1482; per questo prodigio, il santo era stato dichiarato patrono dei marittimi d’Italia nel 1943.

10Come testimoniano le immagini dell’epoca, sr M. Eliana era la più alta in statura di quel gruppo di missionarie.

11Le norme liturgiche dell’epoca proibivano le concelebrazioni, anche nei casi di viaggio transoceanici. Quindi, ciascuno dei 13 sacerdoti che si trovavano a bordo della nave “Sestriere” doveva celebrare separatamente la propria s. messa e le nostre sorelle avevano così la possibilità di partecipare a molte celebrazioni. Potevano tuttavia ricevere la s. comunione una sola volta al giorno.

12Espressione confidenziale tipicamente siciliana, qui utilizzata con evidente bonarietà. La si può tradurre con “sempliciotta”, “ingenua” o anche “stupida”.

13Si tratta, naturalmente, del rito latino della messa precedente la riforma voluta dal concilio Vaticano II. Anche le abitudini liturgiche e devozionali riferite in questo diario riflettono evidentemente l’epoca degli avvenimenti: la partecipazione a un gran numero di messe quotidiane, ad esempio.

14Grafia errata per “ramanzina”: discorso di rimprovero.

15Nave che risulta essere stata impiegata per viaggi di emigranti italiani anche verso l’Australia.

16Nato a Harderwijk, Olanda, il 29 Dicembre 1880. Divenuto membro dell’Ordine Carmelitano, il 17 giugno 1905 fu ordinato sacerdote. Essendo missionario in Brasile ormai da molti anni, il 27 aprile 1929 fu nominato Amministratore apostolico della nuova Prelatura di Paracatu, in Brasile, stato di Minas Gerais. Il 25 maggio 1940 venne nominato prelato e il 27 ottobre 1940 fu consacrato vescovo, col titolo di Gor. Governò la Prelatura per 33 anni. La Prelatura, ormai divenuta Diocesi, fu affidata ai Frati Carmelitani della provincia “Fluminense di Sant’Elia” fino agli anni ’80 del secolo scorso.
Dopo essersi ritirato dall’attività ministeriale il 14 aprile 1962, dom Eliseo morì a Paracatu il 25 gennaio 1966.

17Nel futuro.

18Nel 1950 la diocesi di Paracatù risultava avere 80.000 abitanti, tutti di religione Cristiana cattolica, con 8 sacerdoti, tutti religiosi, e 6 parrocchie. Le religiose erano 4 (evidentemente le sole Suore Carmelitane missionarie arrivate pochi anni prima!) . Fonte: http://it.wikipedia.org/wiki/Diocesi_di_Paracatu.

19Assonnata.

20Si tratta della chiesa cattedrale, un antico edificio di stile coloniale, dedicata a s. Antonio di Padova.

21Questa affermazione mostra che le sorelle in partenza per il Brasile avevano ricevuto una certa preparazione, secondo le possibilità e in linea con la mentalità dell’epoca.

22Si tratta di s. ecc. mons. Gabriel Paulino Bueno Couto, O.Carm., di cui è in corso la causa di beatificazione.
Nato a Itú,
in Brasile, il 22 giugno 1910. Entrato nell’Ordine Carmelitano nel 1927, professò i voti religiosi il 30 dicembre 1930. Fu inviato a compiere gli studi nel Collegio internazionale “s. Alberto”, presso la Pontificia Università Gregoriana a Roma e qui, il 9 giugno 1933, ricevette l’ordinazione presbiterale. Rientrato in Brasile dopo 17 anni, il 26 ottobre 1946 venne nominato vescovo ausiliare di Jaboticabal, stato di Sao Paulo, in Brasile, con il titolo episcopale di Leuce. Il 15 dicembre 1946 ricevette la consacrazione episcopale. Nel 1954 ricevette la nomina di vescovo ausiliare di Curitiba (Paranà, Brasile) e nel 1955 fu nominato vescovo ausiliare di Taubaté (Sao Paulo) . Dopo aver partecipato a tutte le sessioni del Concilio Vaticano II, nel 1965 divenne vescovo ausiliare dell’arcidiocesi di Sao Paulo. Il 21 novembre 1966 divenne vescovo di Jundiaí (sempre nello stato di Sao Paulo, Brasile) ; all’ età di 71 anni spirò, l’11 marzo 1982.
Dell’altro sacerdote qui nominato non abbiamo notizie, anche se risulta evidente che svolgeva le funzioni di cappellano nella comunità di Roma, molto vicina al Pio Collegio Brasiliano in Roma.

23Queste amare parole di sr M. Virginia sull’assenza di lettere da parte “dei Superiori”, scritte circa tre mesi dopo l’arrivo a Paracatù, come risulta chiaro dalla documentazione, sono dovute alle difficoltà oggettive di comunicazione causate da molteplici fattori e non dal disinteresse! I documenti in nostro possesso, infatti, mostrano che la Fondatrice scrisse già il 15 gennaio 1948 la prima lettera alle figlie inviate in Brasile; la Madre aveva loro scritto anche in data 19 febbraio 1948 e poi il 7 aprile seguente. A loro volta, sr M. Agnese e le altre sorelle missionarie avevano scritto alla Madre il 25 gennaio e il 5 febbraio 1948, ma gli stralci che di seguito si potranno leggere, estratti da due lettere successive dei Fondatori, 13 maggio 1948, sono per noi illuminanti sotto molti aspetti:
padre Lorenzo:
«S. Marinella, 13 maggio 1948 / Mie care suore missionarie, / Scrivo con la matita per poter scrivere in tutte le due parti. / Abbiamo ricevuto lettere antiche di gennaio, quando faceva tanto caldo quanto i vostri animi erano inzuppati di malinconia e stanchezza. / Spero che la presente vi trovi più forti e immerse nella vita missionaria. / Il Signore saprà ricompensare il sacrificio che avete fatto lasciando il vostro paese per aiutare le missioni. E il Signore che ha voluto da voi questo sacrificio Egli sarà di benedizione per noi tutti. / Voi meglio di me comprendete i bisogni del paese non vi è necessità che io vi diriga, in questo avete S. E. il vescovo e nei padri del luogo una guida paterna e fraterna. D’altra parte mi sembra che sia un onore ed una gloria per voi condividere la povertà e i sacrifici con questi buoni padri»;
madre M. crocifissa:
«Mie dilette figlie, / Abbiamo letto e riletto le vostre lettere, una aerea di suor Agnese del 14 aprile, e altre di suor Virginia e suor Grazietta con la posta comune, sono arrivate con pochi giorni di distanza. Ero tanto triste perché mi mancavano le vostre preziose notizie, e furono di tanta gioia per tutta la comunità le vostre letterine alle quali tutte si sono slanciate per leggerle! Comprendiamo le vostre difficoltà ...... oh! come vorrei volare per consolarvi, o dilette figlie, per portarvi mille e mille cosette per farvi piacere! Povera suor Eliana e suor Virginia ..... fagioli e riso mattina e sera! Non si pensava tanta miseria e simile lavoro! Raccomando a suor Agnese e a tutte di essere prudenti, non perdete la salute, lavoro tanto e mangiare di cinesini! Non voglio scoraggiarvi ma la salute è necessaria, siete poche e non potete supplire, non siamo vicine per potervi aiutare».
La lettera seguente è del 30 maggio 1948. Anche questa volta l’esordio ci aiuta a capire ancor meglio la situazione descritta da sr M. Virginia:
«Mia carissima figlia suor Agnese, / Abbiamo letto con grande piacere la tua ultima lettera del 9 aprile e quella di suor Grazietta e Suor Eliana! Certo avrete ricevuto le nostre lettere e questa ultima del 15 di q. m. [questo mese] aerea per farvela avere più presto, perché arrivano così tardi le nostre lettere mentre le vostre li leggiamo più presto».
Pochi mesi dopo, però, la Madre segnala una difficoltà, seria soprattutto in quell’epoca di gravi ristrettezze economiche:
«La posta è molto aumentata, quindi ora restringiamo la corrispondenza aerea» (lett. del 29 luglio 1948) , che, essendo la più veloce, consentiva una migliore relazione fra i Fondatori e le sorelle inviate in Brasile.

24Questa esclamazione viene confermata da quanto leggiamo anche nella testimonianza di sr M. Virginia e, soprattutto, dal fatto che le Costituzioni allora in vigore (approvate il 30 luglio 1930) descrivevano così la missione specifica dell’Istituto:

«Capitolo I - Dello scopo dell’Istituto e dei celesti suoi Patroni
1. — Lo scopo primario che si propone quest’Istituto è la gloria di Dio e la santificazione e perfezione del suoi membri, mediante l’osservanza dei tre voti semplici di .povertà, castità ed obbedienza e delle presenti costituzioni.
2. — Lo scopo secondario e speciale dell’Istituto è educare nel santo timore di Dio ed istruire le giovanette del popolo e massime quelle abbandonate, tenendo aperte per questo fine, Scuole, Asili, Patronati, Laboratori, Oratori festivi al popolo anche Case particolari, specialmente nei piccoli centri e nelle campagne.»

«Capitolo XIX - Delle scuole e missioni
164. — L'esercizio particolare delle Terziarie Carmelitane Missionarie di S. Teresa del Bambin Gesù è quello d'insegnare alla gioventù femminile, specialmente la Dottrina Cristiana, lavorare, leggere e scrivere e le altre scienze, educandole nel santo timor di Dio».

25Inconvenienti, difficoltà, ostacoli.

26Nel manoscritto non si comprende se si tratta di una parola iniziata e poi abbandonata o di un errato inizio della parola successiva.

27Nata a Paracatù il 19 novembre 1914, iniziò il probandato il 5 marzo 1950 e il noviziato l’1 ottobre dello stesso anno. Emise la professione temporanea dei voti religiosi il 3 ottobre 1951 e quella perpetua l’8 dicembre 1954. Ha costantemente portato avanti la sua opera di insegnante; stimata dai Superiori, fu nominata maestra delle novizie per il Brasile il 6 febbraio 1957. Insorti, però, diversi problemi nelle relazioni fraterne e alcune serie difficoltà di salute, chiese e ottenne la dispensa dai voti religiosi il 9 ottobre 1960.

28La lettera di madre M. Crocifissa del 21 novembre 1950 segnala qualcosa di diverso rispetto a quanto qui riportato da sr M. Virginia, assieme agli auguri natalizi per la piccola comunità missionaria: «ora speriamo farvi arrivare i nostri auguri natalizi anticipando, è un vero martirio la corrispondenza così lontana, ma ci conforta la preghiera che ci tiene sempre unite. Il Natale di quest’anno sia una festa nuova e più unite nel Cuore del Pargolo Celeste, sarà la vostra e nostra Suor Teresa di G. Crocifissa, così vi ho scritto quando avete chiesto a noi il nome, ma forse le nostre lettere non arrivarono in tempo. Questa rosa novella del Carmelo nella vostra comunità sia apportatrice di grazie e celesti benedizioni! / Auguri o diletta mia Teresa Crocifissa, ti conosco nella preghiera e mi sei sempre presente! / Auguri o figlia mia amatissima suor Agnese, porta la croce in unione al Pargolo Celeste. / Auguri o mia diletta figlia suor Eliana, suor M. Grazietta e suor M. Virginia, oh quante cose vorrei dirvi! Voletevi bene, apprezzate il dono grande della vostra vocazione, amate molto il Pargolo Divino e la sua SS. Madre».
Riguardo il noviziato brasiliano, già il 21 settembre 1948 padre Lorenzo scrive alle suore in Brasile: «Incominciate pure l’ aspirantato: quando vedete che va bene, scrivete che faremmo in modo di ottenere dal cardinale Tisserant il permesso per probandato e noviziato». Il 12 luglio 1950, dimostrando anche una certa lungimiranza, la Madre scrive così alla comunità: «Ora abbiamo ottenuto dal nostro Cardinale il permesso di poter cominciare il Noviziato da voi, sicché la prima Probanta sarà Novizia non appena sarete disposte e spero saranno ammesse le altre aspiranti! / I vostri grandi sacrifici, o dilette figlie, hanno fruttato la grande grazia, così vi dilaterete a Dio piacendo e si formeranno altre comunità!»

29Grafia errata, forse per l’influenza del linguaggio parlato: abitavamo.

30Suor Maria Eugênia Taveira (Sebastiana Ventijulia) , nata a Niquelândia (Goiás) il 20 gennaio 1906, da João José Taveira e Catarina de Freitas Taveira, è entrata nella Casa di Paracatu come aspirante il 05/02/1951, iniziando il cammino di formazione religiosa dopo due soli giorni e il noviziato il 07/08/1951; emise i voti religiosi temporanei a Paracatu il 10 agosto 1952. Professò i voti perpetui il 24/12/1955. Ricoprì vari incarichi, sempre nella comunità di Paracatu: economa locale nel 1964, nel 1965 fu Superiora locale e poi vicaria locale dal 1973 al 1977, quindi fu consigliera locale dal 1977 fino alla morte. Nel 1972 fu per un triennio Economa regionale. Fu anche insegnante di arte culinaria nel ginnasio di Paracatu, dal 1964 al 1968.
Colpita da meningoencefalite virale, fu ricoverata d’urgenza nel reparto specializzato dell’ “Hospital Santa Helena” a Goiânia (Goiás) , ma giunse rapidamente alla conclusione della vita terrena, spirando la mattina del 28 marzo 1988. La salma è stata trasferita a Paracatu e sepolta nel Cimitero municipale.

31A Paracatù, in quello stesso luogo, sorge ora un grande complesso scolastico della Congregazione, intitolato a “dom Elizeu van de Wejer”.

32Iniziano qui i due fogli aggiuntivi.

33Grafia errata per “ampliamento”, cioè allargamento, ingrandimento.

34Si intende: proteste, reclami.

35Nella cronotassi dei Vescovi di Paracatù, questo vescovo risulta infatti “ritirato” in data 20 luglio 1977.
Nato in Brasile il 22 luglio 1912, fu ordinato sacerdote l’8 dicembre 1939. Nominato vescovo di Paracatù l’11 giugno 1962 e consacrato il 29 luglio dello stesso anno, rassegnò le dimissioni dall’ufficio all’età di 65 anni. É morto il 10 agosto 1994.

36Ragazze assegnate dal Tribunale all’Istituto in quanto bisognose di essere allontanate da ambienti moralmente corrotti o anche “corrette” da condotte moralmente e giuridicamente riprovevoli. Per molti anni una tale opera è stata condotta nella casa di Santa Marinella.

  t o p  

c m s t g b
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